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giovedì 27 maggio 2010

L'ARCHEOLOGIA IN UN MICROCHIP

SOURCE: Sardinia Innovation


"Microchip sui reperti archeologici: il progetto della soprintendenza di Cagliari promette di rivoluzionare la gestione dell’immenso patrimonio italiano. Almeno dei suoi pezzi più importanti.
E ha già attirato l’attenzione di esperti: Cnr e carabinieri del Nucleo tutela. Il microchip che a Cagliari il gruppo ideatore sta sperimentando per adesso è una specie di etichetta di qualche centimetro, ma se il progetto riceverà i finanziamenti attesi avrà la dimensione di una carta sim del cellulare e l’abile mano dei restauratori potrà inserirla nel reperto in modo che sia invisibile.


 Il Cnr già collabora col progetto per mettere a punto nanotecnologie in grado di rendere ancora più piccola la particella da attaccare al pezzo magari appena rinvenuto e quindi renderlo rintracciabile per sempre. Non solo: il microchip del tipo R-Fid (radio-etichetta) può essere programmato per contenere diverse informazioni sul pezzo. Dove si trova, come si sta spostando, ma anche cos’è, a quale scuola artigianale antica appartiene, il periodo storico di riferimento insomma tutto ciò che per ora è contenuto nei pannelli dei musei. La consultazione avviene attraverso un palmare: il museo del futuro lo consegnerà al visitatore come ora avviene per gli apparecchi audiovisivi.

L’idea l’ha avuta il geometra Andrea Doria, dipendente della soprintendenza ai beni archeologici, stimolato dal dibattito eterno fra archeologici sulla tracciabilità dei reperti, la loro tutela, la catalogazione. Il resto è un gran lavoro di staff: dell’informatico Andrea Cogotti, del restauratore Sergio Orrù, della direttrice del museo archeologico nazionale di Cagliari
Donatella Salvi.

Salvi: «Questo microchip può accogliere tanti dati sul reperto e col palmare la visita al museo risulta facile e per un pubblico giovane anche gradita».
Cogotti: «Una volta applicato l’R-Fid il reperto diventa unico: l’R-Fid è come l’indirizzo Ip di un computer, diventa un dna, ce l’avrà solo quel pezzo. Il museo, il magazzino, avranno un sistema di antenne che potrà dare l’allarme in caso di rimozione del reperto». Orrù: «Stiamo studiando come applicare il microchip, per il momento vale la raccomandazione dell’Istituto centrale del restauro sulla reversibilità: tutti questi che abbiamo attaccato si tolgono senza lasciare traccia. Quando ci saranno quelli molto piccoli li si potrà inserire all’interno del pezzo o nella ricostruzione di una parte perduta».

L’R-Fid si applica anche sott’acqua, gli scenari diventano affascinanti: «Pensiamo al relitto di una nave – spiega l’archeologa Salvi – che non si può portare via e serve tanto tempo per scavarlo. Tutti gli oggetti rinvenuti vengono così segnalati e lasciati sul posto, attraverso un palmare si può anche visitare il relitto. O pensiamo a una tomba che per esigenze varie bisogna scavare e studiare in fretta: si mette il microchip e si sa dov’è e cos’è il pezzo rinvenuto anche a scavo chiuso»."



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