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mercoledì 19 maggio 2010

UMANA BARBARIE

La ragazza era completamente ubriaca e biascicava parole senza senso. Era sorretta ai due lati da Massimo e Checco e ogni tanto si lasciava andare a qualche risatina infantile. Attraversarono la strada e si diressero verso il Twist Bar, ormai chiuso a quell’ora tarda della notte. Appena passati oltre, si addentrarono nella penombra della spiaggia. Costeggiarono il muro dello stabilimento balneare dell’Aeronautica, illuminato appena dalle luci arancioni dei lampioni della strada. L’enorme scritta che campeggiava sul muro da diversi anni, era visibile anche con quella luce fioca.



Checco digrignava i denti e tirava su col naso a intervalli regolari. Massimo gli disse qualcosa, ma lui non sentì. Si guardava intorno a scatti rapidi del capo come una lucertola. Lesse la scritta che aveva già letto centinaia di volte. “A FORA SA N.A.T.O.”. Quella scritta era l’unica cosa che in quel luogo non era mutata. La sabbia invece si. A mano a mano che Checco avanzava, cominciava a entrargli nelle scarpe. Gli parve che quei grossi granelli di sabbia grigia e scura fossero molto più fastidiosi di quelli candidi e finissimi dei quali avevano preso il posto. O forse era soltanto un’impressione, e il trauma di quel disastroso cambiamento causato dal ripascimento della spiaggia, si riverberava anche dentro le scarpe. Erano passati alcuni mesi da quell’operazione, ma Cagliari era ancora in stato di shock.

Nel debole chiarore di un quarto di luna, Massimo indicò a destra, in direzione del gazebo della cooperativa che nel tratto di spiaggia libera gestiva il servizio di ombrelloni e lettini. Per un attimo Checco si ridestò dai pensieri e i tre si diressero verso quella direzione. Da lontano udì della musica provenire dallo stabilimento. Quasi certamente si trattava di una festa privata. Il DJ doveva aver cominciato a suonare il revival degli anni ’90, perché riconobbe distintamente la canzone All that she wants.

Giunti al gazebo, Massimo afferrò la ragazza per le braccia e la avvicinò a se. Poggiò le labbra su quelle di lei e un po’ a fatica introdusse la lingua dentro la sua bocca. La ragazza mugugnò qualcosa, ma non reagì. Checco tirò su col naso, si passò una mano tra i capelli, ma non si mosse. Rimase immobile per qualche istante, mentre Massimo le abbassava lungo le braccia le bretelline del vestito turchese. Un po’ esitante, Checco si avvicinò alla ragazza. La guardò, si guardò intorno e infine guardò Massimo. Con mano tremolante provò a sganciarle il reggiseno. L’operazione gli risultò più complicata di quanto già non fosse. Fece diversi tentativi ma poi rinunciò. Da dietro le afferrò i seni e poggiò la patta dei pantaloni sul sedere di lei. Ora la ragazza si trovava in piedi, schiacciata tra i corpi di Massimo e Checco. Dentro i pantaloni, tra le gambe di Checco, non ci fu alcun segnale di vita. Sbuffò, tirò su col naso e sputò sulla sabbia che nell’oscurità immaginò grigia come realmente appariva alla luce.

Ripensò alla spiaggia del Poetto di un tempo, bianco e lucente prima del disastro. Tornò indietro fino alla sua infanzia, a quando ancora sulla spiaggia c’erano i casotti. Centinaia di casotti per chilometri di spiaggia, dai colori e dall’architettura disparate fin quasi alla battigia. Giallo senape, rosa salmone, verde acqua, turchese… Avevano contribuito a trattenere la sabbia sull’arenile a tal punto che, prima che venissero rasi al suolo, al Poetto c’erano le dune. Gli tornò alla mente un torrido pomeriggio d’estate, quando dietro a una duna, armato di pistola ad acqua, tendeva un agguato alla sorellina. Stavano lì dai primi del ‘900 i casotti, e sarebbero dovuti essere dei semplici spogliatoi. Invece, all’inizio di ogni stagione, da diverse generazioni si tramutavano in vere e proprie residenze estive. Intere famiglie vivevano in pochi metri quadri. Era stata quella la ragione per cui erano stati demoliti alla metà degli anni ’80. Cattive condizioni igieniche. Ma insieme ai casotti erano sparite anche le dune e nessuno si era preoccupato prima, di cosa sarebbe potuto accadere alla spiaggia. Ed ecco cos’era accaduto. Una rapida erosione e il disastro del ripascimento.

Back in time. Era il titolo della canzone che Checco sentì arrivare in lontananza dalla festa e che lo riportò con la mente nella situazione in cui si trovava. Nella semioscurità, attaccato al corpo della ragazza, sentì la mano di Massimo sollevarle il vestito. Per reazione, Checco sollevò le coppe del reggiseno infilando le palme delle mani dal basso. Sentì la consistenza soffice e vellutata dei seni. Niente. Non succedeva niente in mezzo alle sue gambe. Massimo si staccò dalla ragazza e la voltò verso l’amico. Le sfilò le mutandine e le buttò via. Checco fece un passo indietro e le guardò i seni nudi risaltare candidi sul corpo abbronzato. Portava ancora le scarpe bianche col tacco e il vestitino abbassato fino alla vita. La sua borsetta stava a un lato a pochi centimetri da lei. Massimo le mise le mani sopra le spalle e facendo pressione la fece inginocchiare. Si inginocchiò dietro di lei e afferrandola per i polsi, le distese le braccia in avanti. La ragazza ora stava carponi sulla sabbia scura e Checco stava in piedi, impalato a poco meno di un metro da lei. Aveva sete. La lingua gli si attaccava al palato. Cercò in bocca qualcosa da inghiottire, ma senza successo. Deglutì sonoramente il nulla e gli venne in mente una partita di calcio giocata da adolescente in una radiosa mattina di luglio. Su quella stessa spiaggia, ma su una sabbia diversa.

Era l’estate del ’90, l’estate dei mondiali e delle notti magiche. Italia – Inghilterra 5-8. Quello era stato il risultato della sfida tra il gruppo dei suoi amici e dei ragazzi inglesi, che in quei giorni erano in città per seguire le partite della loro nazionale. Poco male per la sconfitta. Era stata una partita memorabile seguita dal terzo tempo, fatto di strette di mano, birra ghiacciata e scambi di indirizzi al momento dei saluti. Non avrebbe mai più rivisto nessuno di quei ragazzi, ma non li avrebbe mai dimenticati. Per l’Italia le notti magiche si interruppero in semifinale, ma per Checco quell’estate fu magica fino alla fine.

Fu proprio sulle note lontane di The summer is magic provenienti dalla festa, che nella penombra notturna Checco senti la ragazza lanciare un grido soffocato. Massimo aveva i pantaloni slacciati e stava ritto sulle ginocchia, proprio dietro di lei. Le diceva di stare zitta e di non muoversi. Massimo diede un colpo violento di bacino e la ragazza cacciò un altro grido, questa volta più lungo e più acuto. Checco osservò l’amico muoversi selvaggiamente avanti e indietro, con gli occhi chiusi e la bocca spalancata in una smorfia. Senza pensarci, si slacciò i pantaloni e si mise in ginocchio davanti alla ragazza. Le sollevò la testa afferrandola per i capelli e le avvicinò la bocca tra le sue gambe. La ragazza tossì, ma non ebbe nessun’altra reazione. Checco provò a muoversi avanti e indietro, ma anche tra le sue gambe non ci fu nessuna reazione. Chiuse gli occhi alla ricerca di un risvolto eccitante a ciò che stava accadendo.

Dalla borsetta si udì la suoneria di un cellulare. Nello stordimento, la ragazza si accorse comunque dello squillo e mugugnò qualcosa di incomprensibile, quando a un tratto ebbe un conato e vomitò sulle ginocchia di Checco. Checco emise un gridolino di stupore e ribrezzo e di colpo balzò in piedi. Aveva il fiato corto e un leggero formicolio alle gambe. Sentì sul petto come un peso freddo e improvviso e il cuore prese a battergli veloce. Rimase immobile e attonito per un brevissimo istante, poi con foga si sfilò le scarpe e i pantaloni.

Si diresse rapido verso il mare, prima a passi veloci e poi di corsa. La fresca brezza marina gli fendeva il volto portando con se un profumo frizzante e salmastro. Il promontorio della Sella del Diavolo si stagliava alla sua destra, illuminato in quella notte di mezza estate dalle luci del porticciolo di Marina Piccola. Sembrò trascorrere un tempo interminabile, prima di raggiungere la battigia. Prima del ripascimento ci si arrivava in tre passi. Quando finalmente sentì l’acqua gelida bagnarli i piedi, ebbe un brivido di freddo e di colpo realizzò che si era trattato di una vera e propria violenza perpetrata nei confronti dell’intera città. Millenni di lavoro da parte della natura, erano stati letteralmente sepolti da poche settimane di umana barbarie.
Il DJ alla festa suonava Animalaction.



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