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lunedì 27 settembre 2010

E' ORA CHE I MEDIA PARLINO DI INDIPENDENTISMO

Il piccolo exploit di iRS alle scorse elezioni provinciali ha catalizzato l'attenzione dei media nei confronti del movimento fondato tra gli altri da Gavino Sale e Franciscu Sedda, tanto da varcare il Tirreno e approdare sui media italiani. L'attenzione non si è certo manifestata sottoforma di pericolo ed allarme per l'unità e l'indivisibilità della Repubblica Italiana, ma piuttosto sottoforma di curiosità e simpatia, soprattutto nei confronti della giovane segretaria Ornella Demuru. La Demuru è stata addirittura intervistata dal Venerdì di Repubblica e niente di meno che dalla radio di stato, attarverso i microfoni di un programma di intrattenimento di Radio Due. 
Nessuno in quelle redazioni si è posto il problema, probabilmente perché iRS, che si professa non-violento e non-nazionalista, con il suo 4% in Sardegna e senza governare in nessuna istituzione, è apparso ai loro occhi certamente innoquo e quasi tenero se paragonato a un partito razzista e xenofobo che si fa chiamare Lega per l'Indipendenza della Padania e che al contrario di iRS ha un capo politico rozzo, greve e trviale. Senza poi dimenticare che per giunta governa il paese.
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L'ALLARMISMO DEL CORRIERE Ma quando si parla di indipendentismo in Consiglio Regionale, istituzione dell'ordinamento giuridico italiano, la musica cambia. A tal punto da scomodare due grandi firme di un grande quotidiano qual è il Corriere della Sera. Sabato infatti sul quotidiano milanese è apparso un articolo intitolato "L’impennata indipendentista della Sardegna" a firma di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, famosi, lo dico per i più distratti, per aver scritto il saggio di inchiesta/denuncia intitolato "La casta", sugli sprechi e i privilegi della classe politica italiana.

LA MOZIONE DI MANINCHEDDA Lo spunto per l'articolo è la "Mozione sull'indipendenza" presentata dal Psd'az a firma del suo presidente Paolo Maninchedda, discussa in Consiglio Regionale nei giorni scorsi, insieme ad un altra decina di mozioni di tutte le forze politiche, in cui insieme alla parola indipendenza sono comparse a vario titolo e il più delle volte a sproposito, parole quali, sovranità, autogoverno, autonomia, federalismo e confederazione. I due giornalisti fanno una breve cronaca del dibattito, riportando le dichiarazioni e le posizioni dei vari partiti, ma è interessante riportare per intero il passaggio fondamentale:

"...Ma mai [Cossiga] avrebbe potuto sottoscrivere quella mozione di Maninchedda. Dove si dice proprio così. Che «del territorio della Sardegna decidono i sardi e non lo Stato italiano». E che la giunta deve impegnarsi «a guidare la Sardegna verso una piena e compiuta indipendenza, avviando con lo Stato italiano una procedura di disimpegno istituzionale che preveda un quadro articolato di indennizzi per la Nazione sarda, in ragione di tutte le omissioni, i danni e le sperequazioni che la Sardegna ha subito prima dal Regno d’Italia e poi dalla Repubblica italiana». Non autonomia: «indipendenza». Brutalmente: secessione.
Cos’è: una testa calda? Macché: un docente di buone letture. Che col Partito Sardo d’Azione appoggia la giunta di Ugo Cappellacci. Le altre otto o nove mozioni presentate per modificare lo statuto regionale, del resto, non sono meno combattive. C’è chi chiede, come la sinistra e l’Udc, di riscrivere il patto fra la Regione e lo Stato. Chi, come il Pdl, vuole una proposta di legge costituzionale da inviare alle Camere per «affermare il diritto del Popolo sardo al suo pieno autogoverno».
Per non dire di quella di un gruppo con in testa Renato Soru che riafferma «la sovranità del Popolo sardo sulla Sardegna, sulle sue isole minori, sul suo mare territoriale, sovranità frettolosamente abbandonata nelle mani della Monarchia sabauda in cambio della "fusione perfetta con gli Stati della terraferma"» e «denuncia la concessione della perfetta fusione deliberata dal Re di Sardegna Carlo Alberto» considerando «politicamente conclusa la vicenda storica conseguente alla rinuncia alle proprie sovranità istituzionali, avvenuta il 29 novembre 1847»
Parole durissime. Tanto più perché pronunciate alla vigilia dei 150 anni dell’Unità in una terra che ha dato all’Italia non solo il primo contenitore istituzionale, cioè il Regno di Sardegna, ma il primo martire (quell’Efisio Tola di cui parla Manlio Brigaglia a pagina 17) e una lunga serie di protagonisti della nostra storia...".

I LIMITI DI RIZZO E STELLA Il tono è quello della preoccupazione e quindi della condanna. Giustificato dal loro punto di vista, in quanto italiani. E se vogliamo, giustificato anche dal fatto di essere profondi conoscitori della crisi economica strutturale che attanaglia l'isola senza accompagnare ciò a una profonda conoscenza della storia della Sardegna e dei sardi. Ma questa, a seconda dei punti di vista potrebbe anche essere un'aggravante e non un attenuante. 

IL NOCCIOLO DELLA QUESTIONE In realtà però, a dispetto del contenuto dell'articolo e loro malgrado, Rizzo e Stella hanno centrato il nocciolo della questione e lo hanno centrato col titolo (L’impennata indipendentista della Sardegna) e col sottotitolo dell'articolo: "La crisi della pastorizia si sta saldando con la scommessa industriale persa. E nella terra del primo martire prendersela con Roma diventa moda intellettuale". In Sardegna "l'impennata indipendentista" c'è, ma non è certo quella che Rizzo e Stella hanno potuto vedere all'interno del Consiglio Regionale.

UNA CLASSE POLITICA INETTA I due giornalisti, all'interno dell'assemblea sarda hanno potuto vedere solamente "la moda intellettuale", che non è altro che la conseguenza di quell'impennata. E' la conseguenza per due ordini di ragioni: la prima è che i politici sono sempre bravi a cavalcare le impennate quando queste più o meno all'improvviso si presentano; la seconda è una conseguenza della prima, ovvero quell'impennata è il pretesto per "prendersela con Roma". Come ha detto Mariotto Segni nell'articolo (un altro che dei sardi e della Sardegna non sa praticamente nulla perché è sempre stato a Roma, ma che suo malgrado su una cosa ci ha preso), "La classe politica, inetta, trova comodo scaricare le proprie responsabilità su Roma", per non dover ammettere di essere loro e chi gli ha preceduti, i responsabili del risultato del disastro di sessant'anni di autonomia. Anche se è giusto riportare che da parte di qualche consigliere c'è stato un timido tentativo di autocritica.

SBADIGLI DURISSIMI Ma per tornare alla "moda intellettuale", per amor di verità è giusto dire che le dichiarazioni dei politici riportate dai due giornalisti, appaiono "parole durissime" perché estrapolate dal contesto dei singoli discorsi. Chi ha seguito la quattro giorni di dibattito, oltre ad emettere sonori sbadigli, ha assistito per l'appunto a mero esercizio intellettuale di pseudo-filosofia politica, che salvo rari spunti interessanti e sprazzi di lucidità di analisi (tra questi bisogna dire che Maninchedda ha in assoluto il primato), ha regalato vere e proprie performance di ignoranza nell'uso dei termini, dove indipendenza, separatismo sovranità, autogoverno, autonomia, federalismo e confederazione, sono stati il più delle volte utilizzati a sproposito o come sinonimi, cosa che evidentemente non sono, per lo meno per chi ha almeno un infarinatura di nozioni giuridiche. E un politico un minimo dovrebbe averle.

CRISI E INDIPENDENTISMO In ogni caso è vero che c'è un nesso tra la crisi economica strutturale e "l'impennata indipendentista", ma solo nella misura in cui c'è un nesso tra i responsabili della crisi economica strutturale e il loro cavalcare quell'impennata. Perché quell'impennata c'è, ma è "extra-consiliare". Probabilmente c'è anche in alcuni elementi all'interno del Psd'az (che nel 1981 poneva al primo articolo del suo statuto l'indipendenza della Sardegna, salvo poi dimenticarsene) e della loro costola dei Rossomori. E probabilmente in alcuni casi sinceri e non opportunistici c'è anche all'interno delle altre forze politiche. Ma sicuramente c' è anche tra gli elettori di quei partiti, più avanti sui tempi dei loro rappresentanti. 


iRS e SNI Al cento per cento c'è invece, e a prescindere dalla crisi, in quei partiti che senza equivoci si fanno chiamare indipendentisti, come SNI, che sta compiendo un'importante battaglia per il referendum contro il nucleare in Sardegna e iRS, molto capace a coinvolgere a vari livelli la società civile e con una classe politica giovane ed agguerrita. Entrambe per ora non sono rappresentate in Consiglio, ma si tratta soltanto di attendere le prossime elezioni regionali, dopo le quali anche il Venerdì di Repubblica e Radio Due smetteranno di provare curiosità, simpatia e tenerezza. E dopo le quali Rizzo e Stella avranno serissimi motivi per essere preoccupati.

IL RUOLO DEI MEDIA Infatti, escludendo La Nuova Sardegna, se fossero stati a conoscenza del grado di rilevanza (zero) che i media isolani hanno dato al dibattito, i due giornalisti avrebbero dormito sonni tranquilli. Alcuni consiglieri stessi si sono lamentati dell'assenza della stampa. Il problema è che se Rizzo e Stella gli hanno dato troppa importanza, la rilevanza zero dei media isolani è pura miopia, perché al di la di tutto, il dibattito in Consiglio, malgrado il livello e malgrado i protagonisti, ha comunque una portata storica, perché è il chiaro segnale che un'epoca si è chiusa e se n'è aperta un'altra. Avrebbe meritato una diretta TV.


IL DIBATTITO DEVE DIVENTARE DIFFUSO I media isolani, soprattutto le televisoni, devono farsi carico di fare uscire il dibattito da quell'aula, dove appunto non è nient'altro che mero esercizio intellettuale di pseudo-filosofia politica e farlo approdare all'opinione pubblica, coinvolgendola in un ampio dibattito generale, diffuso, costante, quotidiano, sull'indipendentismo. Dibattito che fino a questo momento è esclusivo appannaggio di forze politiche di nicchia, di ristretti strati della società civile e di elites politiche, culturali, artistiche e intellettuali. A meno che non vogliano lasciare questo compito al Corriere della Sera, a Repubblica e a Radio Due, che nel bene e nel male in qualche modo hanno già cominciato a farlo.

LA FINE DI DESTRA E SINISTRA Ma a prescindere da chi si assumerà questa responsabilità, prepariamoci presto a dire definitivamente addio a questa Sardegna in cui tutto il dibattito politico è stato segnato dalla contrapposizione tra destra e sinistra. Perché tra non molto (uno? due anni?) le forze politiche in Sardegna si divideranno in due schieramenti che prescinderanno dalle vecchie categorie: gli indipendentisti e gli anti-indipendentisti.



4 commenti:

  1. complimenti! lucidissima riflessione...

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  2. Ottimo

    Alessandro D.

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  3. e anche a Bologna ci stiamo attrezzando ...
    http://www.facebook.com/event.php?eid=147627161941197&ref=ts

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  4. Lunedì 20 settembre ho partecipato ad un incontro con i rappresentanti di iRS a Cagliari, ho ascoltato le motivazioni, le idee e la proposte esposte in maniera chiara e comprensibile a tutti di cosa intende IRS per indipendentismo e ammetto di essere molto presa da tutto ciò anche se spero non sia solo un'utopia, che i figli dei nostri figli possano vivere in una Sardegna Nazione Indipendente e ben governata nell'interesse del popolo Sardo. tuttavia ciò che mi ha indignato il giorno dopo è stato sentire al tg regione l'onorevole Maninchedda parlare di Indipendentismo e di Sardegna Nazione dimenticandosi probabilmente che lui appoggia Cappellacci: si vergogni!!!!!!

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