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lunedì 20 dicembre 2010

A.A.A. ANDREA PARODI... - UNA VECCHIA INTERVISTA CON UN GRANDE ARTISTA

Quella che trovate di seguito, è un'intervista che ho fatto ad Andrea Parodi nel novembre del 2003. Uscì per il settimanale cagliaritano Week Magazine con il titolo "A.A.A. Andrea Parodi cerca partito". Il direttore Pierpaolo Abis ed io scegliemmo quel titolo, perché in effetti quella era la notizia.
E cioè che l'ex cantante dei Tazenda, per la prima volta dichiarava pubblicamente a un giornale di essere disponibile a "scendere in campo" per la Sardegna. Alle elezioni regionali dell'anno successivo (quelle vinte da Soru per intenderci), i Riformatori gli offrirono un posto nelle liste elettorali della circoscrizione di Cagliari. Fu il meno votato di quella lista con 74 voti, a dimostrazione del fatto che le clientele alle elezioni sarde, contano più di tutto, anche della fama e della popolarità di un personaggio limpido come Andrea Parodi. In realtà le cose davvero interessanti dell'intervista sono altre, ancora oggi di forte attualità.  Metto al bando la retorica e non sto li a menarla sul racconto di quell'intervista. Dico solo che ricordo una tiepida giornata di sole novembrino, l'incontro con Andrea a mezza mattina in un baretto del Poetto, due aperitivi analcolici e una splendida chiacchierata di quasi tre ore con un grande artista. Indimenticabile. Grazie davvero.


A.A.A...Andrea Parodi cerca partito!
Abbiamo fatto una chiacchierata sulla Sardegna con l’ex cantante dei Tazenda. Oltre ad esporci il Parodi-pensiero sulla nostra Isola, ci ha confessato un interessante desiderio… 

di Mario Garzia

Da alcuni anni vivi a Cagliari, a cosa è dovuta la scelta di stabilirti qui?
Sono sempre stato in giro, ma un punto di riferimento in Sardegna l’ho sempre tenuto. Essendo nato a Porto Torres, sino a tre anni fa la mia base in Sardegna era Sassari, anche se prima sono stato fuori per circa diciassette anni. Uno dei motivi che mi ha spinto a stabilirmi qui è certamente di natura logistica. Buona parte dei miei musicisti vivono qui. In oltre Cagliari è forse l’unica città della Sardegna che ha tutte le caratteristiche adatte, per cui uno che fa il mio mestiere può vivere senza dover rinunciare a perdere il contatto con quelle che sono le avanguardie musicali
Cagliari è soltanto la Capitale politico-amministrativa della Sardegna o può fregiarsi di tale titolo in quanto è di fatto rappresentativa di tutta l’Isola?
Cagliari non è fatta soltanto di cagliaritani, ma di tante persone che, per diversi motivi, vengono in città da ogni parte dell’Isola. Il  fatto che sia anche il centro politico regionale fa si che a Cagliari convergano le migliori teste di tutta la Sardegna. Tutto ciò basta a renderla assolutamente rappresentativa. E’ vero che Cagliari ha delle spinte al suo interno verso modelli di riferimento esterni alla cultura sarda, ma ciò non può che essere positivo se visto in un’ottica di confronto con realtà diverse. Questo fa di Cagliari la più europea delle città sarde

Non trovi che ultimamente sia rinata tra i sardi la voglia di riscoprire la propria identità?
Credo che da qualche anno sia finalmente terminato quello che io chiamo il ventennio di “desardizzazione”, in cui c’è stata la tendenza quasi a ripudiare tutto ciò che derivava dalla nostra cultura, come se questa avesse minore dignità rispetto, per esempio, a quella italiana. Mia madre stessa non vedeva di buon occhio il fatto che io cantassi in sardo. Invece mio padre che era ligure, oltre a trovare che la mia voce trasmettesse molto di più, riconosceva il valore culturale del mio cantare in sardo pur non capendo nemmeno una parola. Credo che ognuno di noi, pur andando in giro per il mondo, debba continuare a mantenere la propria identità.  Io mi sento un cittadino del mondo ma orgogliosamente sardo. Ma l’essere sardi non ci rende di per se migliori degli altri. Non bisogna cadere nell’errore di credere, come spesso noi sardi facciamo,  che tutto ciò che è sardo sia buono. Abbiamo anche tante cose negative.

In politica c’è anche un risveglio del movimento nazionalitario, come si usa chiamarlo oggi…
Non so se basti scrivere la parola “democratzia” con “tz” per riportare in vita l’idea di nazione. Siamo una regione che, grazie allo statuto speciale, gode di ampi margini di autonomia, ma questo vantaggio non lo abbiamo mai sfruttato adeguatamente. C’è voluto un Bossi per parlare nuovamente di federalismo in Italia, per giunta partendo da una nazione come la Padania che è frutto di pura invenzione storico-linguistico-culturale. Non ho mai avuto un’opinione positiva della politica, ma da un  punto di vista esterno come è il mio, è molto facile cadere nella demagogia. Non mi dispiacerebbe affatto sperimentare direttamente rendendomi attivo. Mi ritengo culturalmente di sinistra, ma trovo che in Sardegna il bipolarismo abbia poco significato per cui  accetterei volentieri una proposta da qualsiasi parte politica possa provenire.
  
La Sardegna ha sempre sfornato politici di grossa levatura a livello nazionale. Come mai secondo te in Parlamento non si è mai creato un partito trasversale di stampo “sardista”?
Una volta che varcano il mare i nostri politici fanno soltanto gli interessi di una politica nazionale dimenticandosi della Sardegna. Da un punto di vista partitico questo atteggiamento è comprensibile, ma mi  pare che sia una prerogativa dei politici sardi, forse legata alla paura di sembrare troppo provinciali. Ma gli altri politici questo atteggiamento nei confronti della loro terra di origine, mi pare che non lo abbiano.

La questione della koinè è davvero importante o è un falso problema?
E’ assolutamente un falso problema. Trovo che sarebbe una violenza il voler imporre una lingua a qualcuno che ha già la sua. Un cagliaritano deve poter essere libero di esprimersi nella sua lingua e altrettanto deve poter fare un nuorese o un sassarese. A scuola è più utile studiare l’inglese
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Occupandomi di rock, ho colto come i musicisti sardi siano insofferenti nei riguardi dello spazio e delle agevolazioni economiche che la Regione riserva alla musica etnica. Hanno ragione?
La Regione tiene in vita artificialmente un panorama musicale che è clinicamente morto da tempo. E’ come se si sia voluto congelare una realtà tradizionale senza darle la possibilità di evolversi stando al passo coi tempi. Nella musica etnica mancano sperimentazione, innovazione e contaminazione. In questo senso per un musicista è importantissimo il confronto con realtà differenti, altrimenti la sua musica non evolve. Noi coi Tazenda cantavamo in sardo, con l’uso di strumenti tradizionali, con tematiche locali, ma la nostra musica non era certo folk. Era sicuramente pop. Per questo vedo abbastanza di buon occhio fenomeni come i Sa Razza o le Balentes. Vedo un po’ meno di buon occhio delle cose vecchie di ottant’anni.
Non è però nemmeno pensabile di poter portare avanti un discorso musicale che culturalmente non ci appartiene, come per esempio quello del rock. Sarebbe come se qualcuno negli Stati Uniti si mettesse a fare musica sarda. Difficilmente sarebbero migliori degli originali. Purtroppo quello del rock è un fenomeno che dimostra il forte desiderio di omologazione da parte dei giovani.

   

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