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mercoledì 19 gennaio 2011

I SARDI TEMONO L'ALTRUI INDIFFERENZA - QUEL SEDDISTA DI ALESSANDRO ARESU E IL "DISTURBO NARCISISTICO DI NAZIONALITA'"


"Abbiamo molta più paura degli indifferenti che dei conquistatori". Questa è la frase lapidaria e definitiva, in quanto sintetica e conclusiva del saggio/articolo di Alessandro Aresu, giovane e già popolare filosofo cagliaritano, apparso sulla rivista di geopolitica Limes e intitolato  'Pocos, locos y mal unidos' - I sardi temono l'altrui indifferenza.

Nelle battute conclusive del suo articolo, Aresu afferma che "tutti i sardi pensano - e non è un pensiero, ma un ossessione - che la loro patria abbia pieno diritto di cittadinanza nel mondo. Pensano che l'esperienza della Sardegna debba essere tradotta in tutte le lingue. Pensano che il mondo debba interessarsi della Sardegna, qualunque cosa accada". Da questo ragionamento, nasce la frase/sentenza "abbiamo molta più paura degli indifferenti che dei conquistatori". 

Conclusione per certi versi seddista, non foss'altro perché da questa conclusione nasce il presupposto del libro di Franciscu Sedda, I sardi sono capaci di amare. Nel saggio di Sedda, l'ossessione di cui parla Aresu la si trova a pagina 28 del paragrafo intitolato Storie ossessivamente nere:

"[...] Non vi è praticamente libro nella storia della moderna lettaratura sarda che non abbia la Sardegna come implicito o esplicito protagonista, come attore principale. E non è cosa da poco o normale, che tutta una tradizione letteraria torni ossessivamente e continuamente sullo stesso soggetto. Come se in Italia tutti i romanzi, gira e rigira, avessero sempre e solo l'Italia come vero e proprio protagonista, per fare un esempio e capire l'abnormità della cosa".

Mentre il modo in cui questa ossessione si esprime, lo si trova a pagina 55 del paragrafo Megalomania (o del soggetto umorale)

"Per chi non fosse cultore di questo particolarissimo caso di complesso di inferiorità ottocentesco, basti pensare tuttavia a quanti libri odierni, basandosi su ipotesi fantasione e ragionamenti scapestrati, su indizi inesistenti e su associazioni di dati a dir poco puerili, se ne escono fuori sostenendo che in Sardegna si è praticamente inventato tutto, che qui è successo tutto ciò che (secondo le personali preferenze degli autori) è degno di essere ricordato sulla faccia della terra: dal paganesimo più spinto, al monoteismo più puro, dalla società senza classi al contatto con esseri extraterrestri, dal perfetto autoctono isolamento, al dominio dei mari e del mondo (senza scordare i segreti templari che ci stanno sempre bene). Insomma, qui sarebbe la vera e unica origine della civiltà, qui il principio e l'enigma, qui e solo qui il mistero aurorale e i criptci segni della risposta. Ma non è la stessa cosa che ripetono tutti i nazionalisti beceri e frustrati? Tutte le utopie degenerate? Tutte le disperate fughe dalla normale complessità del mondo?".

Ora, se questa ossessione e questa megalomania, se questa paura di essere ignorati fossero le caratterristiche di un singolo individuo anziché di un popolo, con tutta probabilità uno psichiatra direbbe che quell'individuo è affetto da disturbo narcisistico di personalità. Ma se fosse possibile fare una diagnosi su un intero popolo utilizzando gli stessi parametri, con tutta probabilità si potrebbe  tranquillamente parlare di disturbo narcisistico di nazionalità.

A questo proposito, vi ripropongo il giochino della sostituzione di alcune parole all'interno di un testo, simile a quello che ho già sperimentato con "Sale Barabba" e "Sedda Gesù", proponendovi direttamente la versione modificata. Il testo l'ho preso qui ed è la descrizione del disturbo narcisistico di personalità, dove la parola personalità è stata da me sostituita con nazionalità, la parola personale con nazionale, la parola persona con nazione, la parola sentimentale con politica e le parole singolo e individuo, con popolo. Alle parole altro e altri, ho aggiunto di seguito la parola nazione o popolo a seconda del contesto.  Questo è il risultato:

"La caratteristica principale del disturbo narcisistico di nazionalità consiste nella tendenza a reagire difensivamente quando la nazione sente una ferita al proprio valore. Come reazione è facile che la nazione adotti atteggiamenti superbi, arroganti, che disprezzi le altre nazioni e le ritenga le cause dei suoi problemi.
I popoli che presentano tale disturbo ritengono di essere nazioni speciali ed uniche. Si aspettano di ricevere approvazioni e lodi per le proprie qualità superiori, rimanendo sconcertati quando non ottengono i riconoscimenti che pensano di meritare e presentando spesso la tendenza a rimuginare circa tale mancanza da parte dell’altro popolo. Unitamente a questo, si riscontra in essi la tendenza a reagire alle critiche sperimentando da una parte rabbia, dall’altra vergogna.

In virtù del valore nazionale che ritengono di possedere, tali popoli presumono di dover frequentare e di poter essere capiti soltanto da nazioni speciali, prestigiose o di elevata condizione sociale o intellettuale, a partire dalla considerazione che le loro necessità siano al di fuori della comprensione e della competenza delle nazioni ordinarie. 

Richiedono un’eccessiva ammirazione da parte dell’ambiente. Presentano l’aspettativa che tutto sia loro dovuto e che, per effetto del loro essere nazioni speciali e superiori, debbano ottenere trattamenti di favore, nonché la soddisfazione immediata delle loro priorità, a cui si attendono che gli altri popoli necessariamente si sottomettano; quando questo non si verifica, diventano furiosi e sprezzanti.

Tale senso di diritto, unitamente alla mancanza di sensibilità per i desideri e per le esigenze degli altri popoli, sfociano spesso nella tendenza allo sfruttamento ed alla manipolazione internazionale: i popoli che presentano un disturbo narcisistico di nazionalità, infatti, tendono a formare amicizie o relazioni politiche esclusivamente se hanno la certezza che l’altro possa favorire la soddisfazione dei propri scopi (primo tra tutti rinforzare e potenziare la stima di sé ed il valore nazionale); si aspettano, inoltre, enorme disponibilità e dedizione da parte degli altri popoli, fino ad abusarne, senza alcun riguardo per le conseguenze. Parallelamente a questo, l’altro popolo viene idealizzato fino a che soddisfa il bisogno di ammirazione e di gratificazione, per poi essere anche aspramente svalutato nel momento in cui non svolge più tale funzione. 

Tali popoli generalmente mancano di empatia, dimostrandosi incapaci di riconoscere le politiche ed i bisogni degli altri popoli, nonché di identificarsi in essi. Quando l’esperienza soggettiva dell’altro viene colta, generalmente essa è concepita in modo denigratorio, come segno di debolezza e di scarso valore nazionale.

 [...]

Infine, sono spesso assorti in fantasie di illimitato successo, potere, fascino, bellezza o amore ideale, invidiosi degli altri popoli o convinti che gli altri popoli siano invidiosi di loro. Generalmente tendono ad invidiare agli altri popoli successi e proprietà, ritenendo di meritare più di loro i risultati che hanno raggiunti o i privilegi di cui godono; in questo senso, tendono a svalutare il contributo degli altri popoli ogniqualvolta questi ultimi ottengono riconoscimenti o apprezzamento per il loro operato.

[...]"

Ora, lettà in questi termini, ovvero volendo applicare ad un popolo il disturbo narcisistico di personalità, dove la personalità è rappresentata dalla nazionalità, è facile ritrovare in questa descrizione il concetto di nazionalismo, nella sua accezione aggressiva che ha caratterizzato l'imperialismo della prima metà del '900. E ad essere intellettualmente onesti, seppur nella generalizzazione del caso, che pure Aresu e Sedda fanno per ragioni di studio nelle loro analisi, non è difficile riconoscere i sardi in questa descrizione. "Quei nazionalisti beceri e frustrati", per dirla con le parole di Sedda.

Naturalmente questo tipo di "disturbo", come vedremo più avanti, solo in apparenza può sembrare un complesso di superiorità, ma è evidentemente il sintomo di un profondo senso di inadeguatezza, da cui appunto la sentenza di Aresu: "abbiamo molta più paura degli indifferenti che dei conquistatori". 

Sentenza talmente vera che tra i libri a cui fa riferimento Sedda nel passaggio citato, ce n'è uno intitolato Italia - Il grande ingannno 1861-2011, in cui l'autorevole storico medievista Francesco Cesare Casula "illustra, descrive e spiega come e perché il nostro attuale Stato, oggi chiamato Repubblica Italiana, ieri Regno d’Italia e avantieri Regno di Sardegna sia nato non nella Penisola ma a Cagliari-Bonaria il 19 giugno 1324", per dirlo con le parole dell'intellettuale Gianfranco Pintore.  

La sentenza di Aresu è così straordinariamente vera che Sedda, sempre nel suo libro, ma questa volta a pagina 78, in un paragrafo intitolato Delirio (o del soggetto suicida), sentenzia: "Bisogna ridere di questi storici sardi che, come i falsari delle Carte d'Arborea, pur di inventare l'italianità dei sardi e della Sardegna, pur di trovare fondamento ad un presente tanto casuale quanto transitorio, sacrificano la nazione sarda, ogni coerenza e ogni buon senso".

E infatti a Casula gli italiani non lo prendono sul serio e non potrebbe essere altrimenti perché "Se il Regno di Sardegna ha fondato l'Italia, e il Regno di Sardegna erano i catalano-aragonesi che hanno massacrato i sardi, allora l'Italia non l'hanno fondata di certo i sardi... ma nemmeno gli italiani!", scrive Sedda nel suo libro. E continua: "Qualcuno lo dovrà andare a dire agli italiani (e Mazzini nella tomba se ne faccia una ragione) che l'Italia l'hanno fondata i catalano-aragonesi! O meglio, qualcuno dovrà andare a dirgli che in Sardegna, qualcuno si è inventato - e molti si sono lasciati convincere da - una fantastica teoria che riesce nell'impresa di massacrare la storia di due popoli in un colpo solo". 

Ma emblematica è la reazione di Casula, al fatto che nessuno in Italia lo abbia minimamente preso sul serio o abbia minimamente preso sul serio le sue teorie: "Sono stanco, non ho più parole: da oltre vent’anni vado dicendo le stesse cose, ampiamente dimostrabili, ma nessuno mi sta a sentire, perché noiose per menti pigre o perché non combaciano con ciò che si è appreso e si apprende dalla scuola, dai giornali, dai libri, dalla radio, dalla televisione, da tutto il sentimento nazionale [italiano]. Perciò, vengo snobbato. Mi vien voglia di gridare: basta".  La reazione tipica del narcisista. Sorprendente, no?

A questo punto del ragionamento, qualcuno potrebbe obiettare che il disturbo narcisistico di nazionalità non descrive affatto i sardi o li decrive solo in parte. Dove sono infatti in questa descrizione la depressione, il complesso di inferiorità e l'atteggiamento di sottomissione? Ebbene, come in precedenza anticipato, la descrizione non è terminata. Infatti, sempre nell'ipotesi/gioco di voler applicare i parametri per i singoli a un popolo, i popoli affetti da questo disturbo, sono spesso soggetti a stati depressivi e/o rabbiosi, perché il disturbo narcisistico di nazionalità, non si esaurisce con le caratteristiche che abbiamo visto, ma queste caratteristiche determinano delle forti conseguenze negative che comportano forte malessere per il popolo che ne è affetto:

"I fattori scatenanti di tale depressione sono tendenzialmente costituiti da relazioni problematiche o dalla rottura di esse, da mancati riconoscimenti nell’ambito della sfera governativa, da un senso di insoddisfazione per la propria vita, da perdite o insuccessi che sminuiscono il senso di grandiosità, generando da una parte sconforto, sconfitta e fallimento, dall’altra vergogna ed umiliazione. Alla base della depressione narcisistica si evidenzia la percezione di una profonda discrepanza tra le aspettative idealizzate e la realtà; in questo senso, si evidenzia una focalizzazione del pensiero sugli ideali insoddisfatti e sulle aspettative grandiose deluse, nonché sui limiti dell’ambiente circostante nel sostenere e favorire la realizzazione di quanto atteso. Tale condizione produce un concomitante senso di disperazione, legato da una parte alla conclusione che “le cose non vanno mai realmente bene ed i sogni non si avvereranno mai”, dall’altra all’esclusione di contatti sociali, al fine di non esporsi a giudizi negativi circa la propria condizione di sofferenza".

In questa parte di descrizione ho sostituito solo una parola, ovvero professionale con governativa. Per il resto è facile immaginare la relazione tra la Sardegna e l'Italia e la frustrazione che genera. Quanto segue riguarda invece la rabbia:

"Tale condizione risulta legata a tendenze paranoidi, che vengono espresse attraverso la convinzione “io contro il mondo”, a partire dalla valutazione che gli altri, invidiosi della loro superiorità, sono intenzionati a danneggiarli, sminuendoli o disprezzandoli, andando così a minacciare la loro autostima ed il loro valore nazionale. In tali circostanze, la tendenza di tali popoli è da una parte quella di attribuire agli altri popoli la responsabilità dei propri insuccessi, dall’altra quella di mettere in atto comportamenti compulsivi [...]".

(A questo proposito vale la pena citare anche il disturbo paranoide di nazionalità che "è un disturbo di nazionalità caratterizzato dalla tendenza, persistente ed ingiustificata, a percepire e interpretare le intenzioni, le parole e le azioni degli altri come malevole, umilianti o minacciose. Il mondo è vissuto come ostile e guardato sempre, nei contesti più vari, con diffidenza e sospettosità, con conseguente “obbligatoria predilezione” per uno stile di vita solitario. Sfiducia e sospettosità portano i popoli che soffrono di questo disturbo ad avere un atteggiamento ipervigilante (ricercano segnali di minaccia, di falsità e di significati sottostanti nelle parole e nelle azioni altrui), ad agire in modo cauto e guardingo, ad apparire “fredde” e prive di sentimenti; questi soggetti sono, inoltre, eccessivamente permalosi, polemici, ostinati e sempre pronti a contrattaccare quando credono di essere criticati o maltrattati")

In questa descrizione come nella descrizione che segue ho invece fatto le solite sostituzioni:

"L’autostima e l’immagine di sé risultano centrali nei popoli che presentano un disturbo narcisistico di nazionalità: essi hanno una percezione di sé esageratamente positiva; tuttavia, dietro una facciata altezzosa, nascondono un senso di debolezza e di inadeguatezza, nonché una bassa stima di sé, che viene “smascherata” ogni volta che l’ambiente non fornisce l’ammirazione e l’approvazione attese. Quando però accedono alla percezione della propria difficoltà o debolezza non si aspettano di essere aiutati [...] ma di essere sottomessi. [...]".

Anche in queste parti di descrizione, a voler essere intellettualmente onesti, è diffcile non trovare delle sorprendenti comunanze con i sardi.

Se i sintomi del disturbo narcisistico di personalità sono i presupposti da cui parte il dottor Franiscu Freud Sedda, le conseguenze negative del diturbo, ovvero la rabbia e la depressione che causano forte malessere al popolo in questione, sono un passaggio importante del suo libro, ma che rientra ancora nella descrizione del disturbo. (E' interessante riportare i titoli dei paragrafi dedicati: -L'infelicità fa male...; ...l'infelicità deprime!; Nullità (o del soggetto impantanato); Megalomania (o del soggetto umorale); Malinconia (o del soggetto resistente); Delirio (o del soggetto suicida).) Il cuore del libro di Sedda, la parte più importante, è però dedicata ad analizzare le cause scatenanti il disturbo narcisistico di nazionalità.

Riprendiamo il nostro giochino e vediamo quali sono queste cause. Ho circoscritto la parte del testo che riguarda i sardi nello specifico e ho sostituito le parole famiglia e familiare con comunità e comunitario, le parole bambino e figlio con popolo e le parole genitori e genitoriali, con padri della patria. Questo è il risultato:

"Le osservazioni sulle precoci interazioni popolo-padre della patria suggeriscono, [...] la presenza di uno stile di accudimento in cui il popolo viene considerato dal padre della patria come un “mezzo” attraverso il quale sviluppare e potenziare la stima di sé, senza mai essere apprezzato per le proprie capacità e per i propri meriti. Sebbene l’ambiente comunitario del popolo con disturbo narcisistico di nazionalità possa apparire accogliente nei confronti di quest’ultimo, di fatto le figure dei padri della patria risultano generalmente prive di empatia, emotivamente fredde e distaccate, profondamente incapaci di soddisfare i bisogni del popolo; in questo senso, frequentemente si verifica che essi attribuiscono ai propri popoli ruoli o funzioni che risultano inappropriati rispetto a quelli che sono i loro normali processi evolutivi. In tali circostanze, la deprivazione emotiva da parte delle figure dei padri della patria, sembra essere alla base dell’atteggiamento rabbioso che il più delle volte i popoli  con disturbo narcisistico di nazionalità tendono ad assumere in ambito relazionale.

Sembra rilevante anche il provenire da una comunità considerata dalla maggior parte della comunità come diversa sulla base di motivi etnici, razziali, geografici o di status economico. In tali situazioni, il concetto di sé viene ad essere caratterizzato da sentimenti di inadeguatezza e di inferiorità, da invidia, dal rifugio in fantasie idealizzate oppure dall’attaccamento a nazioni di prestigio. Le comunità dei narcisisti sono frequentemente isolate da un punto di vista sociale, per cui il futuro narcisista, non sviluppando l’abilità a riconoscere la comunanza e l’appartenenza al gruppo, risolve la minaccia all’autostima appigliandosi al senso di superiorità e ritenendo di essere “escluso perché invidiato”".

Letta così non sembra dire molto. Per trovare un significato chiaro e preciso, secondo l'analisi di Sedda, bisogna identificare nei padri della patria (ma sarebbe meglio chiamarli padri dell'autonomia), Emilio Lussu e Camillo Bellieni, rispettivamente leader e intellettuale del Partito Sardo D'Azione. Andiamo infatti a vedere cosa pensavano questi padri della patria dei bisogni del loro popolo, dei loro "figli":

"Infatti, l'opinione delle nostre masse rurali [...] si va orientando, ad opera specialmente dei giovani sardi che spiegano una lenta ma infaticabile propaganda a favore delle loro idee, verso una concezione di autonomia assai più accentuata di quella che noi del partito sardo d'azione andiamo sostenendo e che si risolve in un vero e proprio separatismo politico.
Sarebbe vano dissimularselo: la tendenza al separatismo, nei paesi dell'interno, in mezzo ai nostri contadini va guadagnando ogni giorno più terreno. [...]
Essa si offre con la forza persuasiva d'un ragionamento che si dirige allo scopo con una logica insesorabile: "sotto il dominio italiano la Sardegna sta male. Perché dunque restiamo sotto questo dominio?". [...]
Il giorno che qualcuno faccia comprendere al contadino sardo che questa aspirazione [indipendentista] può tradursi in realtà, vedremo facilmente prodursi funesti avvenimenti per tutti."

Vediamo invece in che modo il popolo viene considerato dal padre della patria come un “mezzo” attraverso il quale sviluppare e potenziare la stima di sé, in questo frammento del discorso di Emilio Lussu alla Camera dei Deputati:

"I sardi non intendono rinunziare alla loro italianità spirituale; dico spirituale perché ci sentiamo italiani solo per il pensiero italiano, di cui è fatta la nostra cultura; ci sentiamo italiani più per l'immenso contributo di sangue, che abbiamo offerto, in ogni appello, alla pericolante patria, che per la comunità di vita, di interessi, di costumi e di storia".

E' chiaro che Lussu, ex capitano della Brigata Sassari che ha fatto la prima guerra mondiale, parla di se e per se, non certo dei sardi e per i sardi, che come abbiamo visto hanno ben altri bisogni e aspirazioni, ma che soprattutto non pensano italiano, perché non parlano italiano a differenza di Lussu e Bellieni, che infatti in un saggio del 1920 scrive "noi giovani colti parliamo e pensiamo in italiano".

E nel testo che segue, in cui Lussu racconta il giorno del suo rientro in Italia dopo l'esilio della guerra, è estremamente chiaro che Lussu si sente profondamente e completamente italiano a dispetto del popolo sardo, del suo popolo che lo vede come padre:

"Quando arrivai a Ventimiglia, mi volli fermare, farvi un giro e visitare il mercato dei fiori. Tutti parlavano italiano! Mi sembrava una meraviglia, un sogno! Ne provai tanta emozione che stentai a tenermi in piedi, e dovetti appoggiarmi a una colonna per non cadere. L'Italia!"

Lussu tornerà in Sardegna un anno dopo. E' facile quindi comprendere che i padri Lussu e Bellieni, attribuiscono al proprio popolo ruoli o funzioni che risultano inappropriati rispetto a quelli che sono i loro normali processi evolutivi. Il ruolo di italiani e la funzione di potenziare la loro stima di se (dei padri), che vengono attribuiti dai loro padri al popolo sardo,  risultano per questo popolo ovviamente inappropriati. Insomma: Lussu e Bellieni ritengono il popolo sardo non alla loro altezza. Basta leggere quello che i due scrivono a proposito del loro popolo e delle loro aspettative:

"Il separatismo è una malattia politica, che si ha certamente il dovere di spiegare, ma anche di combattere. Se è una malattia bisogna pure guarirla" Lussu 1945

Emilio Lussu pensa quindi che il popolo che lo riconosce come padre sia malato e vada curato. Un po' quello che certi padri ignoranti pensano dei loro figli omosessuali.

"Abbiamo noi la forza morale di creare nel nostro organismo, di fare balzare fuori dall'oscura matrice della storia, una nazione sarda, concreta individualità che abbia un suo compito e una sua funzione nella vita europea? [...]
Per quanto cerchi di prospettarmi la questione in senso favorevole, a me sembra di no. [...]
Questo a noi non è possibile, perché siamo di razza e di materno linguaggio sardi [...].
Noi non possiamo divenire Stato..." Bellieni 1920

Camillo Bellieni è quindi razzista di stampo lombrosiano nei confronti di quel popolo che lo considera suo padre. Un po' come certi padri frustrati che sapendo bene di essere inetti, sono convinti che anche i loro figli lo siano per pura questione genetica.

Tra l'altro, mentre il primo scrive "noi ci siamo accorti da parecchio di essere una nazione fallita", il secondo scrive "bisogna rassegnarci alla constatazione che noi siamo una nazione abortiva".  Cose terribili, soprattutto se dette da un padre al proprio figlio. Quindi pare ovvio che per il figlio "in tali situazioni, il concetto di sé viene ad essere caratterizzato da sentimenti di inadeguatezza e di inferiorità, da invidia, dal rifugio in fantasie idealizzate oppure dall’attaccamento a nazioni di prestigio", come visto nella descrizione sopra.

Sono queste le ragioni che portano Sedda a intitolare un paragrafo del suo libro, Sopra un filo teso (Domande sulla soglia: di noi che abbiamo subito una violenza domestica). In questo paragrafo scrive Sedda:

"Una cosa è una tragedia causata da altri, da estranei venuti da lontano, ma ben altra cosa è invece una tragedia causata da colui di cui ci si fida, da chi ci rappresenta, da colui che incarna quello che dovrebbe essere "il meglio" di noi stessi.

[...]

Forse è giunto il momento. Forse il tempo è giusto per porsi collettivamente e pubblicamente certe domande. Certi nostri miti, sono davvero così "nostri"? Non è forse che noi siamo per loro, parteggiamo per loro [...] ma loro non erano per noi, non operavano a favore nostro, non ci amavano come crediamo? Non è forse che questi padri in realtà non ci volevano come loro figli e dunque noi non siamo tenuti a considerarli e sentirli nostri genitori? Non è forse che questi sardi avevano altrove, lontano dalla Sardegna, l'orizzonte del loro desiderio e della loro esistenza, la loro mente e il loro cuore? Non sarà per caso che coloro che ancora oggi pensiamo abbiano incarnato il meglio di noi stessi in realtà non si identificavano positivamente con noi, non consideravano i sardi la loro più intima comunità, la loro più profonda umanità?
Dobbiamo deciderci a porci queste domande e cercare ostinatamente le risposte. E soprattutto capire se, una volta messi davanti alla possibilità di scegliere, preferiremo credere a dei miti che non credevano in noi o piuttosto ricominciare a credere in noi stessi."

Queste sono le ragioni per cui il popolo sardo soffre di disturbo narcisistico di nazionalita, ma di quale disturbo soffrivano i loro padri? Se li si rapporta ai loro figli, sembrerebbe anch'essi dello stesso disturbo, ma a ben vedere, se li si rapporta all'Italia, notiamo che soffrivano del disturbo dipendente di nazionalità. Andiamo a vederlo con il solito giochino delle sostituzioni delle parole:

"Il disturbo dipendente di nazionalità è un disturbo di nazionalità caratterizzato dalla vitale necessità di avere e mantenere rapporti nazionali che danno al popolo la sensazione di non essere mai solo. 
Tipicamente i popoli che presentano questo disturbo hanno l’idea di essere incapaci di vivere da soli e di non essere in grado di affrontare gli eventi della vita. Si sentono smarriti, vuoti e inutili senza la presenza di una nazione al loro fianco. Sentono, inoltre, la necessità di essere costantemente presenti e fondamentali nella vita della nazione a loro vicina. Per questo richiedono spesso rassicurazioni e conferme e tendono a vivere qualsiasi gesto di allontanamento, se pur minimo, come un possibile e doloroso abbandono. L’assenza di una relazione significativa ed accudente fa percepire, alla nazione dipendente, un senso di vuoto, la sensazione di assenza di scopi e direzione fino, in alcuni casi, alla percezione di annientamento e di inconsistenza della propria nazione.
Per evitare l’abbandono temuto, i popoli dipendenti si adoperano per assicurarsi la presenza costante dell’altro, investono scopi ed energie nel mantenere i legami e rendersi indispensabili, per assicurarsi così un posto in primo piano nella vita della nazione vicina"

Dopo aver letto questa descrizione, le parole di Lussu e Bellieni, suonano molto più chiare. Ma d'altronde loro sono figli di un periodo storico che è il risultato dell'unione perfetta con gli stati di terraferma voluto dai loro padri.
Da questa descrizione poi, è anche di tutta evidenza che questo grave disturbo, il disturbo dipendente di nazionalità, colpisce anche l'attuale classe dirigente sarda. Il popolo narcisista vota i politici dipendenti, perché assomigliano tanto ai loro genitori. Una sorta di sindrome di Stoccolma, per restare nella metafora psichiatrica.
Naturalmente Sedda nell'ultima fase del suo libro, suggerisce anche la terapia, ma non voglio togliervi il gusto di andarvela a leggere da soli. Ne vale la pena.

Ora, giunti alla conclusione di questo racconto/ragionamento potrebbe presentarsi un'altra obiezione e cioè che, si, il saggio di Aresu richiama il fatto che "i sardi temono l'altrui indifferenza", si, questo timore è uno dei sintomi del disturbo nazionale di personalità, ma il saggio di Aresu sottolinea soprattutto che i sardi continuano ad essere "Pocos locos y malunidos" e che il narcisismo è l'unica cosa che gli unisce.

E qui nasce la critica, l'obiezione che rivolgo al ragionamento di Aresu. (Che non è quella di aver fatto uso del più banale dei luoghi comuni, come se per parlare dell'Italia avesse intitolato il suo articolo Poeti, Santi e Navigatori)

La frase "tutti i sardi pensano..." eccetera, dove il filosofo sostiene a ragione che i sardi siano dei narcisisti, è preceduta da questa affermazione:

"Eppure tutti i sardi sono dispsosti a riporre per un attimo la loro eterna divisione per convenire su un atto di fede che, al di là di lingua, costumi, volontà e armi, nessuno metterà mai in discussione".

In sintesi Aresu sostiene che nonostante i sardi siano divisi, sono uniti nel narcisismo. Ciò è vero, ma tra le due cose c'è una relazione che Aresu non coglie e quindi non riporta.
A mio avviso tale relazione è la seguente: il narcisismo dei singoli è il vero motivo della divisione.
Aresu, pur individuando il "disturbo" dei sardi, non lo mette in relazione con la divisione che caratterizza i sardi e di cui parla nel suo saggio dall'inizio alla fine. 
Aresu vede la divisione come la malattia e il narcisismo come un suo sintomo bizzarro, mentre in realtà la malattia è proprio il narcisismo e la divisione una sua conseguenza maligna.

Come possono essere unite un milione e mezzo di persone narcisiste? Come possono trovare un punto di accordo, se non nel narcisimo stesso? 

Fino a quando il disturbo narcisistico di nazionalità non verrà curato e quindi guarito, non ci potrà essere unità. E senza unità non ci può essere indipendenza. Detto fuor di metafora, i sardi necessitano quindi di un cambiamento culturale radicale, al fine di spazzar via e rimpiazzare la cultura autonomistica, figlia dei padri del sardismo. Ed è sostanzialmente su questo che posa le fondamenta il seddismo.


15 commenti:

  1. Marzio, ma come fai a dare credito al libro di Sedda asserendo che Casula dica che "i Sardi hanno fatto l'Italia"?
    Ciò non è esattamente così, spero tu abbia letto il libro citato da Sedda prima di dare per assunto questo giudizio. Al contrario quel testo parla piuttosto del contenitore istituzionale entro il quale si è avuta la formale continuazione di un Regno. E questo è un dato oggettivo esposto su basi metodologiche serie.
    E' notorio che furono minoranze del Popolo Sardo a partecipare, spesso passivamente, al passaggio di consegne da un'istituzione all'altra.

    Ad Aresu inoltre ho già segnalato in privato che prendere la sola IRS del periodo di Sedda come modello per spiegare tutto l'indipendentismo è una forzatura.
    Ad esempio, se un'inesperto leggesse quell'articolo, pernserebbe che tutti gli indipendentisti Sardi sono antimilitaristi. E ciò è falso.

    Il sentimento di rivalsa lo ha pure il nazionalismo arborense nel momento in cui, semioticamente, va ad identificare in un simbolo (come i 4 Mori) tutta una serie di archetipi ambigui ed abortivi a carico di esso e dei movimenti che ne espongono l'effige (guardacaso anche e sempre il PSD'AZ).
    Si tratta di antisardismo condito da una dose di elitarismo. In buona sostanza, anche la formula di Sedda è una forma di nazionalismo che si contrappone a terzi movimenti analoghi per mere ragioni di narcisismo (speriamo non personale, di Sedda) e protagonismo politico.
    In sintesi: più galli nel pollaio ci sono, ed ovviamente più competitività e desiderio di differenziazione costoro sviluppano. Sedda fa parte del quadretto per queste ragioni e, sulla stessa falsariga del nazionalismo di matrice romantica, recupera una bandiera dal passato per sostituirla a quella corrente. Stesse metodiche usate nel passato dal nazionalsocialismo e dal fascismo italiano. Ma fattualmente nell'indipendentismo ha incrementato le divisioni e le tensioni in seno a tutto il nazionalismo Sardo (sia esso d'IRS, del PSD'AZ, di SNI, ecc).
    Ma quante e quali riforme NELLA PRATICA sono state fatte, rispetto magari, al PSD'AZ? La risposta la sappiamo.

    Il riformista non crea etichette, le smonta. C'è una bella differenza.

    Esiste certamente una "sindrome di Stoccolma" nel Popolo Sardo, ho usato io stesso la terminologia nell'articolo dell'ottobre 2009: http://www.sanatzione.eu/2009/10/la-sindrome-di-stoccolma-del-popolo-e-della-politica-sarda/
    Era l'articolo inaugurale del nuovo Portale.

    Ma questa non è necessariamente data dalla naturale reazione di rivalsa che può avere qualsiasi popolo. Il senso di appartenenza ad una comunità (e quindi il dileggio del centralismo) non è qualcosa che riguarda solo i Sardi, ma una naturale reazione di un qualsiasi gruppo sociale (in sociologia anche la nazione può essere definita un gruppo sociale) che reagisce (magari male) a pressioni negative indotte da un potere centrale a danno della periferia. Esiste una seria letteratura politologica internazionale che ha analizzato le ragioni di questo malessere. A partire da Lipset e Rokkan. Ma generalizzare non serve.

    In ultima analisi possiamo sintetizzare il tutto con: a che servono le seghe mentali quando basterebbe essere solo più uniti tra movimenti Sardi per fare le riforme?
    A quel punto indipendentisti come Sedda, Cumpostu, Sale e tanti altri non potrebbero più scaricare le responsabilità della propria inconsistenza politica sulla psicologia collettiva del Popolo che vorrebbero rappresentare. Niente di personale ovviamente, critico la loro politica, non le persone.

    Bomboi Adriano

    RispondiElimina
  2. Suvvìa Adriano, non essere capzioso. Non prendiamoci in giro. E' ovvio che Casula non dice che "i Sardi hanno fatto l'Italia". Semplicemente Sedda ritiene che lo scopo politico del libro sia alludere che "i Sardi hanno fatto l'Italia".
    E' un'opinione di Sedda che tu non condividi e che io condivido, tutto qui.

    Il fatto poi che il libro di Casula sia "esposto su basi metodologiche serie" che tu condividi, non trasforma automaticamente la tesi di Casula in un dato oggettivo. Resta la sua rispettabilissima e autorevolissima opinione scientifica, per altro condivisa quasi da nessuno negli ambienti accademici. Ma questo non gli toglie affatto dignità.

    A tal proposito vorrei riportarti qui un passaggio del libro "Eutanasia di un regno - Fine delle istituzioni del Regnum Sardiniae e nuovi rapporti tra Sardegna e Piemonte", libro del 2006 edito da Aìsara, dove l'autore, il Professor Aldo Accardo, alle pagine 10 e 11 scrive: "Negli ultimi anni è stata presentata con molta insistenza la tesi dell'esistenza di una continua statualità del Regno di Sardegna dal 1324 ad oggi [...].
    Si tratta di una tesi del tutto isolata nel panorama storiografico, ma che ha comunque una notevole diffusione nell'isola, soprattutto nel mondo della scuola, dopo che la stessa Regione sarda ha distribuito a tutti i docenti di materie letterarie delle scuole medie e superiori un poderoso Dizionario Storico Sardo (opera dello stesso Casula), incentrato proprio su questa tesi.
    Corollario di quanto sostiene Casula è la questione se sia la Sardegna a confluire nel Piemonte o viceversa. Questione che sembra essere alquanto astratta. Credo infatti che siano inconfutabili due considerazioni: in primo luogo, che fu l'isola a buttare a mare i vecchi ordinamenti per abbracciare quelli piemontesi [...]; e, in secondo luogo (ed è questa la considerazione rilevante), con la concessione dello Statuto sono entrambi - Sardegna e Piemonte - ad entrare di fatto sotto un nuovo Stato, caratterizzato da una politica nuova e più moderna. La cosidettà "fusione perfetta" del novembre 1847 rappresenta un momento cruciale nella storia della Sardegna, poiché segna la fine di una plurisecolare esperienza statuale [...]."

    Questo libro è "esposto su basi metodologiche serie", ma pur condividendone il contenuto non mi sogno minimamente di sostenere che questa tesi sia un dato oggettivo. Tesi = dato oggettivo è un ossimoro in italiano oltre che una bestemmia in campo accademico e scientifico.

    Non vorrei sconvolgerti dandoti la seguente notizia: la verità non esiste! Esistono opinioni e tesi più o meno credibili, più o meno condivise, ed esiste la libertà, a seconda delle proprie convinzioni, di sposarne una piuttosto che un'altra. A maggior ragione in politica!

    Per ultimo, se mi consenti, ti vorrei dare un consiglio sincero: il tuo atteggiamento, sia in questa circostanza che in altre, di trattare Franciscu Sedda alla stregua di un ciarlatano millantatore e chi condivide le sue idee come un povero ignorante vittima di abusi della credulità popolare, toglie credibilità a te e a ciò che dici, non a Franciscu Sedda e alle sue tesi. Perché fai finta di dimenticare che trattasi di un semiologo accreditato in ambito internazionale, le cui opere vengono tradotte in svariate lingue e citate e riprese in opere altrui.

    Accetta il mio consiglio, si tratta solo del rispetto basilare delle opinioni degli altri. Tutto qui.

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  3. Io credo che bisogni separare il semiologo Sedda dal politico Sedda, il problema è che quando queste due sfere si fondono in una possono anche uscire delle grosse ciarlatanerie.
    Ha tante qualità, ma è forse falso che Sedda sia uno dei promotori del nuovo antisardismo?
    A che serve sapere che sia accreditato in alcuni ambiti universitari se a livello politico produce divisioni?
    La cosa non significa nulla.

    E non è mica falso dire che anche dei Sardi hanno fatto l'Italia e sono morti per essa.

    Conosco il testo che hai citato, la biblioteca ce l'abbiamo anche noi. Certamente in democrazia ho anche il diritto di pensare che abbia abusato della credulità di pochi, prima del 2006 non esistevano tutte queste dispute persino su una bandiera.
    Questo perché, nel più tipico stile nazionalistico e romanticistico, si è unita la storia alla politica, creando quindi nuove forme di prevalicazione.
    Non ci metterai molto Mario, facendo un giro anche per Facebook, a notare quante risse, discussioni e tanto altro siano sorte per inezie tra indipendentisti. Mentre nei fatti la partitocrazia italiana continua a gestire le sorti dell'isola. Sedda ha gettato benzina in un ambiente già denso di scintille pronte a bruciare. Io penso che un intellettuale, o un dirigente indipendentista, debba avere come missione quella di spegnere queste scintille, non di alimentarle.

    Il fatto che il Regno d'Italia sia un'evoluzione di quello di Sardegna è ben più che un'opinione, è un dato di fatto ma che viene lasciato in disparte per una serie di motivi: da un lato apre le peggiori paure del vecchio antisardismo. Ed infatti Sedda ha sentito l'impulso irresistibile di dare addosso a quella concezione storica. Dall'altro devi considerare che esiste un ambito accademico italianizzato che non ha alcun tipo di interesse pratico (e persino ideologico-politico) a trovare nella genesi delle istituzioni unitarie italiane un tema che aprirebbe tanti nuovi interrogativi su quello che è il mito consolidato di tutto il risorgimento italiano.

    Considera che dalle parti di Sedda ci sono personaggi che per anni hanno riversato insulti e delegittimazione verso i nostri spazi di comunicazione. Quindi quando si parla di libertà delle opinioni, bisogna vedere se dall'altra parte vi siano reali intenti pacifici e non piuttosto forme di distruzione e delegittimazione delle idee altrui mascherate da teoria.

    Bomboi Adriano

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  4. Ti rispondo con una battuta: tu sei la prova, il reperto, il risultato dell'esperimento che da valore scientifico e "basi metodologiche serie" a ciò che sostengo in questo post! Ihihih! ;)

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  5. Vabbè dai, altrimenti si continuerebbe per ore...abbiamo opinioni diverse nel leggere la situazione creata da Franciscu. Io confermo la stima personale su Sedda, ma continuerò a ritenere in tutta sincerità che si sia fatto prendere la mano e che nel portare avanti il suo antisardismo abbia creato ulteriori divisioni. Quindi non coscienza critica ma solo ciarlataneria di bottega. Nel senso che le sue idee poi nella pratica servono ad alimentare dissapori e infiniti scontri verbali tra indipendentisti per accreditare questa o quella sigla di cui è co-fondatore.
    Io come indipendentista critico questa impostazione e questo metodo trovando che porti più danni che benefici. E continuerò a farlo finché NEI FATTI si promuoveranno tensioni mentre A PAROLE si paventano pacifismi ed aperture.

    Bomboi Adriano

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  6. il giochino mi piace anche questa volta.

    p.s. conosco un sacco di gente con questi sintomi, soprattutto nella famosa stanza dei bottoni.

    p.s. 2 che palle questo 'pocos, locos...' sembra un mantra ripetuto all'infinito. ma quando ce lo leveremo da mezzo ai piedi?

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  7. Quando chi fa le pulci alla psicologia collettiva proporrà unione e non divisione...

    Bomboi Adriano

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  8. Gli intellettuali come Aresu, o come Bandinu, non assumono mai una posizione netta, chiara. I loro ragionamenti sono sempre fumosi, vanno bene un po’ per tutti, e per nessuno. A volte penso agli intellettuali cubani, o cinesi, che combattono regimi autoritari, che non hanno l’intestino debole,e che per difendere le loro opinioni, non temono il carcere, e l’esilio. Bandinu, e Aresu,io li definirei intellettuali per tutte le stagioni. Anzi intellettuali quattro stagioni.
    Tullio Saba

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  9. Sempre lucidissimo!

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  10. Io vorrei sottolineare che presi dalla vostra ricerca di una presunta "oggettività scientifica" avete fatto un errore epistemologico capitale: attribuire ad una comunità sociale situata geograficamente e storicamente le caratteristiche che Freud credeva di rinvenire nell'Uomo, universale e astorico.
    Questa analisi, dunque, oltre ad essere fondata su un presupposto errato, conduce solamente ai soliti piagnistei vittimisti di presunti intellettuali che pur di non puntare il dito su quelli che sono stati gli effettivi dati storici, ossia le leggi che lo Stato italiano, grazie all'assenso di gran parte della classe dirigente sarda (di cui occorrerebbe iniziare a fare nomi e cognomi), ha promulgato nei confronti dell'Isola, sfruttandola a suo piacimento come un protettorato militare piuttosto che come una buona location da offrire al primo speculatore di centrali nucleari. Analisi non falsificabili, come quelle che avete presentato, fanno in modo che il popolo sardo, afflitto o meno da questioni psicanalitiche, continui a vivere in una situazione di indigenza economica e povertà culturale.
    Occorre che si creino le condizioni politiche perchè i sardi prendano coscienza delle loro catene non che queste vengano rivestite da caramellosi discorsi pseudo-freudiani.

    Veronica Chisu

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  11. Figurati Veronica, lungi da me qualsiasi forma di presunzione di oggettività scientifica. Si tratta semplicemente di una forma di narrazione di un'opinone, che per definizione è opinabile. Una chiave di lettura del tutto personale di alcuni aspetti culturali. Qualsiasi oggetto di un'analisi ha molteplici punti di vista che non necessariamente si escludono a vicenda e che anzi molto spesso si completano. Ognuno da il suo contributo per quello che può.
    Non vedo però dove nel mio ragionamento ci possa essere il pretesto per un piagnisteo. Anzi, c'è proprio l'esatto contrario.
    Dal mio punto di vista il vero piagnisteo alberga nello schema rigido che vede contrapposti i sardi "buoni" contro gli italiani "cattivi".
    Fino a che noi popolo sardo, non ci facciamo carico di assumerci la nostra parte di responsabilità della condizione in cui viviamo, non andremo da nessuna parte. Dicesi vittimismo l'impersonare perennemente la parte delle vittime.

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  12. Ciò che mi sta a cuore non è la distinzione tra scienza ed opinione. Riassumo il succo del discorso, esemplificando con due citazioni: "le parole sono come azioni" e "le parole sono importanti".
    Che tipo di legame c'è con il tuo discorso? Ciò che vorrei sottolineare è il fatto che le parole hanno una ricaduta politica, intendo dire sulla cittadinanza, per quanto con difficoltà, hanno la possibilità di far mutare il punto di vista di chi ascolta, legge, guarda. Se un giornale come cagliarifornia cucina il brodo del vittimismo con un po' di salsa post-freudiana la possibilità che ci sia un cambiamento si annulla, e non solo si annulla, ma impedisce che vengano fatti dei discorsi con delle traiettorie se non progressiste che perlomeno conducano a dei cambiamenti. Cosa intendo dire? dico che affermare che i sardi credono che tutti i sardi sono buoni e tutti gli italini sono cattivi, è un'osservazione che non è supportata nè da basi empiriche nè da alcun ragionamento. E' solamente un luogo comune. Ma il problema non sta nel fatto che sia un luogo comune ma che permette che il luogo comune si insedii ancora di più nella mente di chi legge, e quindi ci ritroveremo sempre a chiederci: "ma che siamo in un film d'Alberto Sordi??!".
    Allora, io proporrei una variazione di questa espressione, considerando che appena possono anche i sardi infangano altri sardi, tanto che la mancata capacità copperativistica è diventata una sorta di mantra sconclusionato, potremmo chiederci: a) quali sono gli effettivi ostacoli ad un miglioramento delle condizioni economiche; b) che tipo di politiche culturali e sociali pensiamo di portare avanti; c) piuttosto che denigrare l'attaccamento alla terra dei sardi, valorizzarla e fare in modo che diventi arma contro speculatori del cemento e del petrolio, politici di malaffare (bipartisan e anche sardi), militari (per esempio conducendo campagne come quella "seu sardu").

    Veronica Chisu

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  13. Eliminiamo un equivoco: CAGLIARIFORNIA non è un "giornale". E' un blog qualsiasi di una persona qualsiasi che esprime le sue opinioni. Questa è la straordinaria bellezza della libertà di internet. Anzi Veronica, tu che sei una persona chiaramente brillante e intelligente, ti invito a fare come me: apri un blog e di la tua, che la Sardegna ne ha bisogno!

    Detto questo, cara Veronica io credo che stiamo dicendo la stessa cosa. Infatti a me lascia abbastanza perplesso il fatto che un filosofo accreditato come Aresu, intitoli un suo saggio con il più classico dei luoghi comuni: Pocos, locos y mal unidos.

    Però siccome il luogo comune "è un'opinione (non necessariamente "vera") o un concetto la cui diffusione, ricorrenza o familiarità ne determinano l'ovvietà o l'immediata riconoscibilità", accetto il fatto che presumibilmente lo stesso Aresu parta dall'assunto che i luoghi comuni "possono essere opinioni interessanti, talora acute, che legittimamente possono essere utilizzate come punto di partenza per un pensiero critico". (Il virgolettato lo preso da Wikipedia).

    Tutto qui, pensiero critico il mio, espresso attraverso la narrazione di una metafora.

    Però ripeto: non vedo dove tu possa vedere il vittimismo nel mio ragionamento. La presa di coscienza (nel caso della metafora, di essere affetti dal "disturbo narcisistico di nazionalità", rimuove ogni alibi ed è l'inizio di un'assunzione di responsabilità.

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  14. Ogni tanto si scopre la polvere da sparo o l'acqua bollita. Nulla di male se si diffondono idee dimenticate.Ma perchè spacciarle come nuove o piegarle all'attualità politica per giustificare proprie convinzioni o ostracismi quali quelli contro il PSdAz ? Sulle malattie psicologiche e psichiche dei colonizzati ha scritto molto bene Franz Fanon nel libro I dannati della terra. Fanon medico psichiatra aveva lavorato a lungo in Algeria prima di entrare nella resistenza e divenirne un dirigente. Sul campo aveva analizzato quali guasti, quali patologie, il colonialismo avesse generato negli algerini. Generalizzando poi con la sua personale esperienza di antillano. In effetti Aresu coglie nel segno, ma tanti altri ancora sono i disturbi psicologici e comportamentali. Da non confondere con le diverse opinioni politiche perchè il terreno è scivoloso e si finisce nei gulag psichiatrici dell'urss, cuba o cina. Poi non tutti sono malati o nello stesso grado. I nazionalisti di libertà in ogni posto sono sanissimi e vogliono solo l'autodecisione. Invito a ri-leggere I dannati della terra di Franz Fanon, utilissima lettura per i malati ma sopratutto per i medici che stilano diagnosi...da matti :-)

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    1. Secondo me Aresu non coglie nel segno proprio per niente. Aresu inverte la causa con l'effetto. Lo scrivo chiaramente nel finale: «Aresu, pur individuando il "disturbo" dei sardi, non lo mette in relazione con la divisione che caratterizza i sardi e di cui parla nel suo saggio dall'inizio alla fine.
      Aresu vede la divisione come la malattia e il narcisismo come un suo sintomo bizzarro, mentre in realtà la malattia è proprio il narcisismo e la divisione una sua conseguenza maligna.»
      Nella sostanza Aresu nel suo saggio si limita a fare una banale constatazione senza porsi domande sul perché.

      Detto ciò, come dissi più di tre anni fa a Veronica Chisu più sopra, questo post dà una personale e legittima chiave di lettura di un processo socio-culturale attraverso l'uso di una metafora psicologica. In questo contesto il concetto di "disturbo" e quello di "malattia" è palesemente tra virgolette non solo di fatto, ma anche a livello implicito. Per cui il richiamo ai gulag psichiatrici dei regimi comunisti è totalmente fuori luogo a meno di non vedere comunisti dappertutto come Berlusconi ai tempi d'oro.

      Infine, a proposito di metafore: perché l'acqua continui a bollire è necessario tenere il fornello acceso. E di per sé questo non basta affinché si cucini un piatto appetibile per tutte i palati e per tutte le stagioni: è necessario rimescolare e ridosare gli ingredienti, toglierne alcuni e aggiungerne di nuovi.
      Il Psd'Az non solo ha smesso da tempo di aggiornare il suo menù ma ha addirittura spento il fornello e fatto freddare l'acqua. Con la quale ha maldestramente bagnato la sua polvere da sparo. È per quello che ha smesso di sparare cartucce.

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