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lunedì 10 gennaio 2011

PRO S'INDIPENDèNTZIA: BACHISIO BANDINU, IL "SEDDISMO" E IL SOGNO POLITICO.

Di seguito vìolo il copyright (per quanto possa ancora esistere il vecchio concetto di copyright in rete), pubblicando un brevissimo saggio di David Bidussa intitolato "Il sogno politico". Ne vale la pena.
Si tratta dell'introduzione al libro "I have a dream", una raccolta di discorsi di grandi leader politici del '900 curata dallo stesso Bidussa.
Uscita nel 2006 per Rizzoli, è stata recentemente riproposta dal Corriere della Sera nella collana "I classici del pensiero libero".
Il saggio di Bidussa è lucido e prepotentemente attuale, ancor più se si considera che è stato scritto in tempi non sospetti, ovvero due anni prima che Barak Obama venisse eletto presidente degli Stati Uniti. Si badi bene che il grassetto di alcuni passaggi del testo, non è assolutamente dell'autore, ma è mio.
Ho rispolverato questo saggio dopo aver letto il libro "Pro s'indipendènzia" di Bachisio Bandinu che di fatto ha in qualche modo sancito la nascita del "seddismo", inteso come l'insieme delle dottrine politiche, semiotiche, storiche, sociologiche, antropologiche e filosofiche di stampo indipendentista di Franciscu Sedda. E alla base del "seddismo" c'è il sogno politico.
A suo modo Bachisio Bandinu è il primo "seddista" della storia, nel senso che il suo libro per certi versi, almeno nello spirito, è la prima opera indipendentista che si rifà al "seddismo". E non solo per aver citato Sedda per ben due volte all'interno del libro.
Si badi bene: seddista, non seddiano. Seddiano significa due cose: tutto quello che pensa, scrive, dice e fa Franciscu Sedda; oppure: persona che professa il seddianesimo, una religione che per altro Franciscu Sedda non ha mai fondato e non aveva nessuna intenzione di fondare. Ma questa è un'altra storia. (Speriamo che nel Concilio Vaticano II de "Sa Costituente", tra le altre cose aboliscano i "sacramenti" del simpatizzante, del sostenitore e dell'attivista.)
Il libro di Bandinu è talmente "seddista", che ai sardisti non è piaciuto per niente. Anzi, a dire il vero non lo hanno proprio digerito. E questo basta a far capire che è un libro progressita, se non addirittura rivoluzionario.
Dopa aver assaporato l'ebbrezza di essermi seduto dalla parte del torto, e dopo aver apprezzato il libro di Bandinu a questo punto non mi resta che fare coming-out: per certi versi sono anche io un "seddista". E a differenza del seddiano, il seddista, oltre che poter criticare Franciscu Sedda, può essere anche mille altre cose. Tranne che sardista.
Buona lettura.


IL SOGNO POLITICO
di David Bidussa


In questa raccolta di testi, che hanno come comun denominatore il sogno politico, il protagonista è il Novecento. Un secolo che ancora ci risulta difficile inquadrare, e da cui siamo usciti cronologicamente (altra questione se ne siamo usciti culturalmente e mentalmente) allo stesso tempo con sollievo e con timore. Una condizione molto diversa da quella che, cento anni prima, aveva contrassegnato l'ingresso nel XX secolo. Non che anche allora non vi fossero ansie e preoccupazioni, ma queste si collocavano dentro uno scenario che lasciava aperte possibilità, pur con molte incertezze [Lyttelton 1997]
All'alba del 1900, insieme al timore che il nuovo secolo segnasse il trionfo della cultura materiale e che la società ordinata fosse ormai perduta, stava anche l'auspicio che si potesse produrre un cambiamento. L'attesa è per una nuova apocalisse, segnata dall'avvento della tecnica come elemento destabilizzatore e travolgente (è il sogno dei futuristi), oppure della folla che muove la storia (è il linguaggio di D'Annunzio). Una dimensione che nel corso del secolo si ripropone con i mille fuochi di Guevara e a cui per certi aspetti si accompagna il sogno della dignità che propone Allende. Comune a tutti loro non è lo stesso sogno, anzi. Ma è comune e condivisa la condizione e la retorica della comunicazione: trasmettere con un'immagine la possibilità di sollevare e riscrivere il presente. Più precisamente: scriverne uno diverso, non solo per se. Il loro profilo comune è quello di suscitare un sogno.
Questa condizione, tuttavia, non sempre esplicita se stessa. perché il sogno avesse la possibilità di uno spazio pubblico, doveva riconoscersi come tale. Avere contemporaneamente un radicamento nella realtà eppure rompere drasticamente con le costrizioni che la realtà stessa impone. La comunicazione del sogno è prima di tutto una retorica, la creazione di un ambiente, la percezione di un'emozione e l'immaginazione di un luogo. Martin Luther King e John Lennon sono i codificatori di questa condizione. E' per questo che aprono l'antologia. Certo, i due temi a cui si richiamano - l'eguaglianza dei diritti e la pace - costituiscono due punti essenziali della lunga lotta politica e dell'impegno civile di molti soggetti del Nord come del Sud del mondo nell'età contemporanea. Tuttavia non è solo pe questo che sono all'inizio. In qualche modo individuano uno scenario o una precondizione perché il sogno possa andare oltre se stesso. Allo stesso titolo non è casuale la chiusura di questa antologia con il testo del discorso di Woodrow Wilson. Di nuovo si potrebbe osservare che il Novecento ad essere il protagonista del nostro ragionamento. un secolo le cui scene iniziali sono le distese di morti delle trincee della Prima guerra mondiale. Un secolo da cui nasce la rivendicazione di un luogo collettivo dove rendere percorribile e perseguibile la vecchia idea kantiana della pace universale e che ancora oggi si trova a dover fare i conti con un contenitore che a stento riesce a garantire se stesso. Se nelle parole che Wilson pronuncia a Parigi - gennaio 1919 - nelle giornate della conferenza di pace si annuncia il sogno di un progetto cosmopolitico non è improprio osservare come quel sogno ancora attenda una qualche via di realizzazione e di consolidamento.
E' ancora la retorica intesa come parole, suoni, modularità della voce, luoghi e spazi dove quelle parole e quei suoni acquistano significati particolari a costituire gli ingredienti del sogno politico.
E' questa retorica a dare senso alle parole del "sogno del riscatto". Che cos'è il riscatto? E' la possibilità di riprendere in mano il proprio futuro sapendo di partire svantaggiati. Anzi, trasformare questa condizione - che significativamente nessuno di coloro che prendono la parola in pubblico nega - di sconfita, di sentirsi "ultimi", di "scacco", in cui la parola "domani" sembra espunta dal vocabolario, in condizione preliminare che rende legittimo e fondato il sogno.
In nessuno dei testi che qui abbiamo scelto esemplarmente, e che rappresentano molte condizioni umane, c'è la promessa che domani andrà meglio. Ma c'è la responsabilità di decidere ora sulla possibilità che inizi un nuovo ciclo. Né la chiamata alla lotta radicale (Malcom X), ne l'esposizione delle proprie ragioni, né la tranquillità della mobilitazione, (Gandhi), né le parole dure della solitudine e dello sconforto (Winston Churchill), né, infine, l'investimento sulla quotidianità condivisa di un nuovo inizio possibile (Roosvelt) garantiscono un domani certo. L'elemento che gli accomuna è la percezione che solo la decisione del soggetto investito e scosso del sogno di mettersi in movimento, di decidere, modificherà la realtà presente. Il sogno così non è lo scenario compiuto di un intero ciclo. Non è il futuro, ma è la condizione perché a partire dal presente inizi a prendere corpo un domani diverso.In un qualche modo il sogno in questo scenario è un richiamo alla responsabilità. Richiede un atto.
Diversa e per certi aspetti opposta è la dimensione che qui abbiamo indicato come "il sogno della pace e della concordia". Che cos'è il sogno della pace? Non è la raffigurazione di uno scenario pacificato e privo di conflitti. E' invece la presa d'atto della radicalità dei conflitti e della necessità di superarli avendo consapevolezza che la loro vicenda non è il risultato di un malinteso o di una incomprensione. La pace e la concordia non sono il risultato di un processo naturale. Sono la conseguenza di uno "scarto" rispetto al corso consolidato delle cose. Perciò chiedono che qualcosa muti nel presente e nel futuro sulla base del compimento di un atto. A differenza del riscatto non chiedono che si faccia qualcosa , ma comunicano che qualcosa si è fatto e che è irreversibile o che se verrà rovesciato semplicemente ciò accadrà perché quel sogno si è infranto e dunque altri sogni andranno proposti per raggiungere l'obiettivo.
La premessa di tutti gli interventi ricompresi in questa parte è la comunicazione di uno strappo. Talora questo strappo è comunicato con dolore e non senza lacerazioni. Così, per esempio, in forma differente, Rabin e Arafat, nei loro discorsi portano sul tavolo, ciascuno per la sua parte, il peso di una tragedia che non intendono né dimenticare né accantonare. Oppure vige la consapevolezza della strada lunga e tortuosa. Tanto Sakharov come Havel ricordano quanta strada ci sia da percorrere perché un'altra Europa sia possibile, ma entrambi hanno la percezione che la presa in pubblico della parola sia un atto non cancellabile dal potere che gli ha a lungo oppressi.
Indietro dunque non si torna. In forma diversa, nelle parole apparentemente semplici, "quotidiane", di Giovanni XXIII, alla fine della giornata di apertura del Concilio Vaticano II, una giornata storica per la Chiesa contemporanea, si comunica la fermezza e la serenità, di una condizione di partenza. A un altro Papa è toccato misurarsi con quella decisione. In una dimensione esemplare di solitudine. Nelle parole, ma ancor più nei gesti che accompagnano Giovanni Paolo II nella sinagoga di Roma ci sono molti passaggi che si potrebbero discutere. Certamente in quella scena si compie un atto che elimina la possibilità di revoca.
E' lo scenario che talora rende irreversibile quella scelta. Tanto Kennedy come Sadat avrebbero potuto pronunciare la loro affermazione di principio in un qualsiasi luogo. La scelta del luogo non è però indifferente. Davanti al muro di Berlino le parole di Kennedi sono una promessa a "non dimenticare"; quelle di Sadat nella solennità del momento e nell'emozione di trovarsi al parlamento israeliano assumono un significato e un valore diverso. Per il loro uditorio, il fatto di ascoltarli proprio lì, produce l'effetto tipico degli eventi singolari e perciò eccezionali. Ci sono scene che non prefigurano futuri già scritti, ma comunicano che per essere scritti quei futuri possibili hanno bisogno di gesti. Non solo. Hanno bisogno che si dia un sistema-mondo in grado di accoglierli. In questo senso il sogno politico è una condizione culturale ed emozionale strutturalmente novecentesca. Vorrei precisare perché.
E' nel Novecento che il sogno politico - ovvero la comunicazione pubblica non di un progetto compiuto, ma di un desiderio e di un incitamento - diviene possibile. Non che in epoche precedenti l'umanità non abbia sognato. Il sogno politico, tuttavia, non è l'enunciazione di un desiderio irraggiungibile. E il modo attraverso il quale un desiderio e un auspicio si presentano come legittimi. Perché questo accada occorrono varie condizioni. La percezione che la storia possa cambiare e che niente sia iscritto nella storia come ineluttabile, meccanico, destinato. la possibilità di parlare e che contemporaneamente un evento e una parola acquistino spazio pubblico e diano luogo a un linguaggio condiviso. Affinché questo accada occorrono due condizioni: riproducibilità e simultaneità. Perché un sogno politico comunichi la sua carica o indichi lo strappo rispetto al presente deve interessare e coinvolgere globalmente il sistema-mondo. Ovvero il fatto che la figura in cui si incarna quel sogno (fotografie, parole, musiche, suoni, voci, ecc.) sia riproducibile e dunque possa essere riproposta, accolta e appropriata anche da altri che non erano dove la scena del sogno avveniva. Il sogno così non è solo un contenuto. E' un emozione ed è la possibilità di condividerlo. Può avere molteplici supporti e può avere diversi registri. Ma la sua condizione è che vi sia emozione collettiva anche oltre i protagonisti della scena fisicamente presenti nella scena. In questo senso è una condizione del Novecento. Un secolo che dal punto di vista della comunicazione condivisa è compreso tra l'affondamento del Titanic e l'immagine di tutto il pianeta ad occhi spalancati a guardare in video il crollo delle Twin Towers.
Chiediamoci: con quella scena si è definitivamente chiusa la porta del sogno? Forse, ma vorrei sottolineare almeno due aspetti. Il primo riguarda le facili sovrapposizioni che si sono definite sulla dimensione del sogno; il secondo riguarda quanto spazio ci sia ancora oggi per il sogno.
Nel linguaggio corrente, visione, sogno, proiezione del futuro, utopia spesso coincidono. La condizione della fine dell'utopia ha fatto credere e pensare che la possibilità di immaginare il dopo, di dare forma a un altro domani, fosse definitivamente tramontata con il crollo del muro di Berlino. Sogno da allora è sembrato essere l'opposto rispetto a una condizione di realismo politico. Tornerò più avanti su questa questione. Adesso mi preme chiarire che il sogno non si definisce come una fuga dalla realtà né come la sua negazione o la proiezione in un mondo che non c'è. Il sogno in politica è una sfida a forzare in un punto quello che appare come un vincolo, come un obbligo nella realtà e nella quotidianità. Si può essere realisti e sognare.
Intanto, cos'è il sogno nella comunicazione pubblica? Lo potremmo definire brevemente come la raffigurazione di una situazione o di una condizione che si presenta come scarto rispetto alla condizione presente. E' una scena che si proietta in avanti ma che vive nel presente. Nel sogno politico non c'è alcuna proiezione fantastica né alcuna contrapposizione con la quotidianità. Non c'è la rivendicazione di un mondo rovesciato o l'instaurazione di un altro tempo. Il sogno politico è varie cose: è una retorica comunicativa; è la costruzione di una visione condivisa e , soprattutto, di un'emozione partecipata; è la possibilità di individuare in uno strumento, in un gesto, in un atto un interstizio del presente attraverso il quale far passare l'azione umana e modificare il quadro dato.
A differenza dell'utopia, il sogno non è un disegno compiuto organizzato in ogni sua parte. Mentre l'utopia si presenta come "una composizione di istituzioni immaginarie, un modello al quale potrebbero paragonarsi le società esistenti, al fine di misurare il bene e il male che comportano" [Baczko 1981] fino a confondersi e a sovrapporsi con la ricerca di una condizione paradisiaca, con l'auspicio che giunga a compimento e dunque si esaurisca la storia, il sogno è solo una precondizione dell'agire individuale e collettivo e presume che ancora ci sia la storia. Non si tratta di abolirla né di considerare che essa abbia un senso di marcia precostituito. Proprio perché i fatti della storia, presi a sé, non implicano nulla che tocchi le nostre scelte e le nostre decisioni, e dunque la responsabilità per queste ultime, ecco che questo costituisce la condizione essenziale perché si produca un'azione della storia. Perché questa si dia è necessario il sogno, ovvero la definizione di un atto di volontà che considera la possibilità di intervenire sulla storia, di non considerare che si dia una forza malefica o deviata che controlla i nostri destini, un dio-nascosto che dirige gli eventi. Cambiare si può. Perché questo avvenga occorre promuovere emozioni, suscitare passioni, considerarne le conseguenze e misurarne gli effetti.
Il sogno politico, dunque, è essenzialmente un atto, non è un disegno compiuto e organico, condizione quest'ultima propria dell'utopia cui è essenziale una dimensione di progetto e di organicità.
C'è una condizione storica in cui questa possibilità può essere annichilita dal presente? Più esplicitamente: la stagione del sogno politico è finita con il crollo delle Twin Towers? davvero la scena dell'11 settembre 2001 ha archiviato definitivamente la possibilità del sogno? Si può ancora sognare dopo quello che abbiamo visto?
Alle soglie del passaggio del secolo è sembrato che la fine del Novecento fosse arrivata in anticipo. Nell'età del dopo-Muro che qualcuno ha chiamato inizio dell' "età post-ideologica", molti si sono convinti che non fosse più necessario sognare, ma solo vivere e, lentamente, progredire. Per quanto nessuno l'abbia detto e nell'apparenza di una condizione di modestia, questa è stata forse la massima espressione della volontà di potenza.
L' 11 settembre interrompe una fiducia nel futuro e distrugge l'immagine di consolazione che molti si erano costruiti lungo il decennio precedente inaugurato con un altro crollo: quello del muro di Berlino. Tuttavia, mentre il 9 novembre 1989 è stato un evento celebrativo e narcisistico, l' 11 settembre è stato l'evento che in maniera radicalmente opposta e speculare ci ha mandato a dire che non eravamo nel migliore dei mondi possibili. Per comprenderlo si trattava di guardare i processi in atto di morte collettiva, di strage, di disagio. La storia non è finita e noi ne facciamo parte. Credere che davanti a noi sia un normale processo di crescita, è un errore. Altri scarti, svolte, imprevisti e sorprese ci aspettano.
Non ci si dimette dalla storia, e neppure si può dichiararla chiusa a proprio piacimento. Qualcuno ha tentato di farlo: c'è stato perfino chi l'ha teorizzato [Fukuyama 1992]. L' 11 settembre del 2001, alle ore 8,48 circa del mattino (ora di New York), quell'illusione è finita: la storia c'era anche per noi e la vacanza era terminata. Tuttavia proprio la riapertura della storia implica che si riapra la partita del sogno, una condizione che presume appunto la consapevolezza che niente è ineluttabile o già scritto. E, soprattutto, che ci sia infelicità. Che per arggiungere una qualche terra promessa occorra uscire da una condizione di schiavitù e di malessere e provare a cambiare. Il sogno, infatti, non è il frutto di una condizione pacificata. E' l'indicatore di un malessere, di un'inquietudine che cerca vie di miglioramento e prova a battere strade alternative al proprio presente. Che è consapevole che niente verrà da solo. Che bisogna metterci del "proprio". Non solo crederci, ma rischiare.


PER I TESTI RICHIAMATI IN QUESTA INTRODUZIONE
BACZKO, BRONISLAW, Utopia, in Enciclopedia, Einaudi, Torino 1981, pp. 856-920
FUKUYAMA, FRANCIS, The End of History and the Last Man, Free Press, New York 1992 (tr. it. La fine della storia e l'ultimo uomo, Rizzoli, Milano 1992)
LYTIELTON, ADRIAN, Il secolo che nasce: profezie e previsioni, in Novecento. I tempi della storia, a cura di Claudio Pavone, Donzelli, Roma 1997, pp. 57-67
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DI SEGUITO LA SUDDIVISIONE DEI CAPITOLI DEL LIBRO CON GLI AUTORI DEI DISCORSI FACENTI PARTE DELL'ANTOLOGIA
LA RETORICA DEL SOGNO
Martin Luther king
IL SOGNO DEL RISCATTO
Mohandas K. Gandhi
Franklin D. Roosevelt
Winston Churchill
Malcom X
Nelson Mandela
I SUSCITATORI DI SOGNI
Filippo Tommaso Marinetti
Gabriele D'Annunzio
Ernesto Che Guevara
Salvador Allende
IL SOGNO DELLA PACE E DELLA CONCORDIA
Papa Giovanni XXIII
John Fizgerald Kennedy
Andrei D. Sakharov
Anwar Al-Sadat
Vàclav Havel
Giovanni Paolo II
Yassir Arafat
Yitzhak Rabin
LO SCENARIO UNIVERSALISTICO
Thomas W. Wilson


22 commenti:

  1. "tra le altre cose aboliscano i "sacramenti" del simpatizzante, del sostenitore e dell'attivista."

    Quali difetti trovi a questo modo di accesso al partito?

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  2. Il libro ai sardisti non è piaciuto per 5 motivi: il primo perché per alcuni Bandinu circola nell'area di Renato Soru, il secondo perché il testo non utilizza un metodo storicamente e politologicamente di metodo nell'esporre il proprio pensiero (ma è come un lungo articolo separato da alcuni temi-capitolo). Il terzo è che non si ricorda che anche il sardismo in questi ultimi tempi è rinato, rispolverando il tema indipendentista. Il quarto è che molte delle cose che dice Sedda le dissero pure parecchi sardisti nel passato.
    Il quinto è che la bibliografia citata da Bandinu è povera (ma è normale perché l'indipendentismo sardo non ha una vasta letteratura storico-politologica). Inoltre gli stessi testi di Sedda, come l'ultimo, sono politologicamente erronei, e l'ultimo è praticamente autoprodotto e denso di antisardismo (aspetto che non và confuso con una critica del sardismo).

    Personalmente mi interessa poco a chi sia simpatico Bandinu, lo trovo uno dei migliori intellettuali del periodo, come bisogna dire che se da un lato i Sardisti non hanno torto, dall'altro accrescono (essendo parte in causa) i meriti che hanno avuto.

    Apprezzo anche la passione di Sedda, ma che vengano oggi a parlare di indipendentismo "progressista e non-nazionalista" quando nel 2005 fui io a parlarne dalle parti di Sedda: http://www.urn-indipendentzia.com/URN%20Area%20Progressisti.html La cosa non mi dice nulla di nuovo...

    La realtà è che ogni indipendentista ha dato il suo contributo, sia IRS che sardisti, tanto quanto altri. Ognuno in base al suo livello.

    Segnalo la lettera del 4 gennaio inviata a Bandinu prima che scrivesse Michele Pinna, e che racchiude in breve i fondamenti storici e critici dell'indipendentismo attuale (cosa che continua a mancare in tutti gli articoli/testi che trattano della materia): http://www.sanatzione.eu/2011/01/lettera-a-bachisio-bandinu-sullindipendentismo-attuale-e-sul-caso-irs/

    Bomboi Adriano

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  3. @ Gianfranco

    Perché come era (è?) strutturata in iRS, ricalcava esattamente le modalità di ingresso alla massoneria, dove ogni TzdA era una singola loggia. Simpatizzante - Sostenitore - Attivista, corrisponde in maniera davvero curiosa alla gerarchia crescente presente nelle logge massoniche: Apprendista Ammesso - Compagno di Mestiere - Maestro Muratore. Nella massoneria, esattamente come nella ex iRS, si scala la gerarchia con il "lavoro attraverso i gradi".
    Ora, questo metodo nella massoneria è più che ovvio, essendo la massoneria una sorta di associazione privata e le logge una sorta di circoli privati, per cui sceglie i suoi aderenti con criteri di esclusività.

    Questo criterio applicato ad un partito politico, che per giunta ripete come un mantra di essere inclusivo, è la negazione della democrazia. Tra l'altro, esattamente come nella massoneria, si diventa attivista (ruolo che consente l'acquisizione del "privilegio" attivo e passivo di voto), solo su richiesta da parte del partito, come previsto dal punto 3.10 del documento organizzativo: "[il sostenitore] Può ricevere la proposta di tesseramento da parte
    dell'Assemblea Regionale se riconosciuto come Attivista Potenziale."

    Il documento non stabilisce quali siano i criteri per cui uno possa diventare attivista o meno, o meglio, per certi versi li stabilisce, ma la scelta è lasciata alla più totale ed arbitraria discrezionalità di singoli o ristretti gruppi di individui già attivisti che avendo delle cariche elettive all'interno del movimento, di fatto scelgono la base che successivamente sarà chiamata a votare. Nella pratica è il vertice che sceglie la base, base che poi verrà chiamata a votare il vertice!

    Mentre in un partito strutturato democraticamente (almeno formalmente) dovrebbe avvenire l'esatto contrario, ovvero è la base che sceglie il vertice.

    Tra l'altro questo tipo di organizzazione, all'interno dell' iRS ha creato non pochi problemi, perché di fatto si sono spesso create delle situazioni pratiche, in cui c'erano appartenenti al partito di serie A e di serie B.
    Una vera e propria suddivisione in caste. Una sorta di "democrazia oligarchica", un ossimoro.

    Un po' come nelle democrazie liberali dell'800, quando si aveva diritto di voto per censo, per cui votava solo quel 4% della popolazione che superava un certo reddito.

    Continua...

    RispondiElimina
  4. ...Segue

    Tra l'altro questa riflessione apre anche la necessità di un'analisi sulla riforma del diritto di voto e della cittadinanza.

    Oggi per esempio, una persona nata in Argentina, che li vive e lavora, che non è mai stata in Italia e non parla una parola di italiano, ma ha la cittadinanza italiana per effetto dello jus sanguinis, ha diritto di voto per il parlamento italiano.

    Invece un immigrato regolare che vive e lavora in Italia, paga le tasse e versa i contributi pensionistici e previdenziali in Italia, parla italiano e magari si sente italiano, non ha nemmeno diritto di voto per la circoscrizione.

    Ecco, giusto per capirci, dentro iRS c'erano attivisti che erano nelle condizioni degli argentini e sostenitori che erano nelle condizioni degli immigrati e questo ha creato frustrazione ed ingiustizie.

    In iRS giustificavano questo metodo con la necessità di poter selezionare l'ingresso nel partito in modo da tenere lontane teste calde e personaggi folkloristici che in ambito indipendentista non sono rari. Ma anche con la necessità di fare in modo che tra gli attivisti ci fosse solamente gente "preparata".

    Anche volendo ammettere (e non concedere) la buona fede della prima giustificazione, in nome dei principii democratici di uguaglianza e parità, val bene correre il rischio di avere delle teste calde in ingresso, salvo poi prendersi la giusta libertà di espellerle nel qual caso dovessero manifestare elevate temperature del capo. Non si possono fare processi alle intenzioni.

    La seconda giustificazione è un'ammissione di "settarismo" e di democrazia elitaria. "Preparati" per cosa? E soprattutto in che modo? E ripeto: quali sono i criteri rigidi che stabiliscono la "preparazione" di un attivista potenziale? Chi è chiamato a valutare questi principi?

    Insomma, con questa organizzazione può accadere che un elettore convinto di quel partito, possa non venire ammesso a farvi parte. Perché mai dovrei votare un partito che mi ritiene indegno? Perché dovrei riconoscermi in un partito che non si riconosce in me? La trovo un'assurdità per certi versi anche odiosa.

    Liberissimi di utilizzare questi metodi, iRS o quello che verrà fuori da "Sa Costituente", sono soggetti privati e in quanto tali liberissimi di organizzarsi come credono, ma è singolare che un partito politico che si rivolge alla gente, non abbia un'organizzazione democratica.

    E' così che immaginano la repubblica sarda indipendente? Il governo e il parlamento potranno eleggerli solamente i sardi "preparati"? ;)

    RispondiElimina
  5. @ Adriano

    I sardisti sono politici, non politologi, per cui temo che le critiche (se così si può chiamare il veleno di Pinna), siano squisitamente politiche e non politologiche.

    E il saggio di Bandinu, come quello di Sedda, sono evidentemente privi, anzi rifuggono palesemente ed esplicitamente, qualsiasi velleità politologica. Sono infatti libri politici. Tra l'altro libri politici di due intellettuali che politologi non sono, ma antropologo l'uno e semiologo l'altro.

    Entrambi i saggi si rivolgono a degli interlocutori sensibili a recepire il sogno politico e quindi alla gente comune, non certo agli altri intellettuali. Per cui note e riferimenti bibliografici, sono d'intralcio allo scopo e all'obiettivo che quei saggi si pongono.

    Da un punto di vista prettamente della comunicazione, sono due saggi politici moderni non prettamente scientifici, ma puramente divulgativi. Parlano alla gente comune di cose alte e niente affatto populistiche. Cosa che i sardisti si sono completamente dimenticati come si fa.

    A prescindere da quelle che possono essere le preferenze di ciascuno, la questione politica non è condividere o meno, o dare patenti di giustezza o erroneità alle opere di Bandinu e Sedda. La questione politica è quanto i saggi di Bandinu e Sedda facciano opinione e quanto l'opinione della gente corrisponda a quei contenuti. Quanta forza hanno di abbattere l'egemonia culturale sardista e di sostituirla, fino a divenire egemonia culturale essa stessa.

    Perché in questo è innovativo il seddismo, non certo nell'ovvietà del progressismo o nel dettaglio del non-nazionalismo (che per amor di verità Sedda ha teorizzato dopo Su Concordu, ma prima del 2005, ma con tutto il rispetto chi se ne importa).

    Il seddismo è innovativo perché è eretico. Il seddismo è innovativo perché non è sardista. Il seddismo è innovativo perché attraverso la leva del sogno politico, si pone l'obiettivo dell'indipendenza attraverso la partecipazione popolare e non la sterile teorizzazione utopica dello stato sardo e della sua struttura giuridica e istituzionale che è materia per una ristretta cerchia di intellettuali che con l'indipendentismo sono soliti dedicarsi alla masturbazione mentale e che nella stragrande maggioranza dei casi non hanno la più pallida idea di che cosa passi per la testa di un sardo moderno.

    E il seddismo prescinde dal fatto che Sedda abbia un partito o faccia parte di un altro, perché non è tanto il seddismo politico ad essere "pericoloso", quanto il seddismo culturale. Tant'è che il libro di Bandinu ha dimostrato che il seddismo prescinde dallo stesso Sedda! Il seddismo è già in giro come un virus, e come un virus si propaga in maniera virulenta. E questo spaventa tremendamente i sardisti, altro che politologia...

    La verità vera è che i sardisti, insieme a tutta la classe politica sarda hanno perso il contatto con la Sardegna reale, che nell'ultimo decennio ha subito una vera e propria rapidissima mutazione antropologica, nonostante il conservatorismo della classe politica sarda che non ha potuto niente contro internet e contro Ryanair.

    E di mutazioni antropologiche un antropologo come Bandinu ne sa qualcosa, con buona pace dei politologi.

    RispondiElimina
  6. Devo replicare a diverse cose, cercherò di essere sintetico: Io non sono sardista, benché tutti siamo eredi del sardismo. Pinna non è solo un politico ma gestisce anche l'istituto Bellieni e fa parte di un comitato per la tutela della nostra identità. Su cuncordu fu l'embrione "intellettuale" della prima IRS, abbi pazienza, ma quando io parlavo di Europeismo nel forum di IRS venivo censurato, quindi, seddismo o non seddismo: dovrai pur capire che quando sento persone attribuire chissà chè a persone che non hanno scoperto l'acqua calda...mi cadono le braccia...
    Anchio posso politicamente criticare delle posizioni che, attenzione, non hanno affatto mirato all'estensione dell'indipendentismo ma proprio alla disputa, una disputa che storicamente si chiama antisardismo e che ha prodotto più danni che benefici. La faceva anche Bastià Pirisi nel 1945 contro il PSD'AZ ed era sardista, quindi non vedo in quali nuovi termini si sia posto Sedda. Questa è l'osservazione storico-critica che posso darti e l'abbiamo sotto agli occhi tutti quanti. L'ha fatta anche Pinna, sebbene Pinna ovviamente difenda il PSD'AZ in tutto. Lo stesso fece Simon Mossa, sardista. Ma con la scissione di IRS oggi siamo a 10 sigle territoriali. Io a differenza di Sedda non critico il passato ma il presente.

    Il non-nazionalismo non esiste come attribuzione politologica, è un controsenso ed è solo un'etichetta che serve a dividere per costruire presunti innovatori da un lato e "confusi" dall'altra. Sò benissimo cos'è Sedda, per questo chiamiamo semiotikpolitik il suo nazionalismo arborense.
    Infatti non solo non hanno detto nulla di nuovo su questo versante, ma come IRS sono implosi su se stessi (a causa di una sciocca lotta di potere interna per il 3% di elettorato) trascinando con sè anche tutte le altre migliorie introdotte negli ultimi anni presso i nuovi indipendentisti (tra cui proprio le tematiche europeiste e l'innovazione della comunicazione, assieme a tanti altri temi).
    O non crederai sul serio alla menata della democrazia? Forse un Bobore Bussa che selezionava i membri del suo stesso movimento era "democratico"?
    E se c'è sempre qualcuno che ha criticato il folklorismo, anche questo è il sottoscritto.
    Non ricordo uno straccio di scritto di Sedda contro questo brutto fenomeno, anzi, casomai c'erano molti membri di IRS che chiedevano a me cosa intendessi quando ingaggiavo articoli sul tema...
    O devo pure postare le foto della gara di IRS contro SNI per arrivare primi a manifestare alla Maddalena?
    Dei temi "nuovi" potremmo parlare a lungo, come quello della Pubblica Sicurezza, che continua a rimanere estraneo all'indipendentismo. Perché quì per i ritardati da cultura resistenziale italiana è un tema "di destra".
    Mentre l'europeismo o temi come la flotta Sarda furono già introdotti in passato dal sardismo ma mai seriamente approfonditi.

    Dico questo perché se c'è qualcuno che si è battuto gli anni scorsi per DIVULGARE questi temi tra indipendentisti, c'è il sottoscritto, non Sedda. Lui ha avuto altri meriti, per carità ed è stato avvantaggiato dal far parte di un movimento politico. Così come non ritengo di aver inventato nulla io: ho solo reiterato con forza dei temi che nell'indipendentismo sardo ritenevo in ombra (o ideologicamente non utilizzati) ma NECESSARI per lo sviluppo ideologico e concettuale dell'indipendentismo.

    SEGUE>

    Bomboi Adriano

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  7. Sedda dopo su cuncordu ha scritto "tradurre la tradizione", che tra l'altro riprende il filone gramsciano dell'individuo (e non solo della collettività) come soggetto attivo del proprio destino. Stesso concetto che reitera Bandinu. Nulla in contrario al riguardo.
    Chi veramente è inclusivo (come dice di essere Sedda) dovrebbe rispettare tutti i simboli, non accusare gli uni per elevare gli altri (i propri affiliati...).

    La tua analisi non la condivido del tutto (eccetto alcune parti) e sai perché? Perché, in coscienza, penso che si debba superare l'antisardismo: proprio perché ha prodotto solo danni, ha diviso persone, ha incrementato la frammentazione del nazionalismo Sardo ed in più si è occupato solo di guardare al passato piuttosto che al presente.
    Io guardo i fenomeni oggettivi, è così che si può fare una critica costruttiva all'indipendentismo.

    Lo dico in tutta onestà: mi sono rotto il ca** di sentire persone che parlano di Bellieni, morto da anni. I veri riformisti criticano il presente, non il passato.
    Oggi non si deve criticare il sardismo, si deve criticare il fatto che ci sono 10 movimenti Sardi i quali hanno più o meno tutti analoghe tematiche. Non gliene fotte a nessuno come si organizzano dentro di loro questi movimenti, conta il fatto che sul lato pratico governano solo partiti italiani mentre noi ci accapigliamo sul nulla...
    Il sardismo non è un golem dannoso da abbattere, perché il sardismo è una visione che oggi è composta da vari orientamenti ma tutti minoritari. Perché quindi la necessità storica di superare il sardismo quando è lo stesso sardismo tra l'altro che ha portato l'indipendentismo nella storia moderna?
    Noi siamo tutti figli di scelte ideologiche del passato, anche se non siamo sardisti nel senso stretto del termine.

    Il sostenere di sostituire una egemonia culturale con un'altra equivale a farci le pippe da soli tra indipendentisti, mi rivolgo anche a dei lettori antisardisti: siete seriamente convinti che i finti indipendentisti presenti anche dentro il PSD'AZ sappiano chi era Bellieni o Lussu? Al massimo ne conoscono il nome.
    Che c'è da superare o sostituire? Qualcosa che non esiste più se non in termini retorici?

    E quì arrivo dunque al lato pragmatico: se l'indipendentismo vuole seriamente produrre qualcosa, nell'interesse del popolo, deve riformare i cardini di questa società. E per farlo bisogna governare.
    Ma con 10 sigle territoriali facciamo ridere i polli.

    In sintesi: tu hai criticato il sardismo (posizione legittima) ma attribuendo a Sedda chissà quale innovazione per questo. Correggimi se sbaglio. Io invece penso che oggi si debba criticare chi ci sta dividendo sulla lana caprina. E se permetti, purtroppo oggi chi sta facendo quest'operazione sono le stesse persone che negli anni hanno incrementato l'antisardismo e che avevano già diviso Sardigna Natzione. Tra questi c'è Franciscu Sedda. Preciso: non è una critica personale, ma politica.

    Bomboi Adriano

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  8. @ Adriano

    Perdonami, ma mi trovo in estremo imbarazzo, perché dopo aver letto ciò che hai scritto, temo che tu non abbia letto né il mio post, né il saggio seguente al mio post, né la risposta al tuo commento, né i miei commenti relativi alla democrazia in iRS qui sopra in risposta a Gianfranco, né gli altri miei post che pure hai commentato del "signore delle mosche" e dei "due profeti per una setta".

    Non perché tu non concordi con me, ci mancherebbe (e me ne preoccuperei), ma perché la sensazione che ho avuto a leggere quello che hai scritto è quella che tu dovessi rispondere a un'altra persona, su un altro argomento, in un altro blog e per sbaglio hai risposto a me in questo blog, dove l'argomento era un'altro.

    Per cui, nel caso tu non ti sia sbagliato, l'unico modo che ho per rispondere alle tue obiezioni è quello di chiederti gentilmente di leggerti (o nel caso rileggerti) quello che ho scritto.

    Nel caso gli avessi già letti (e riletti), ma non gli avessi capiti, la colpa è certamente mia per non essere stato in grado di spiegarmi e farmi capire da te, per cui chiedo venia e me ne scuso.

    Grazie.

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  9. Ho letto ciò che hai scritto, ma hai anche fatto le seguenti affermazioni quando mi hai risposto:

    "E il saggio di Bandinu, come quello di Sedda, sono evidentemente privi, anzi rifuggono palesemente ed esplicitamente, qualsiasi velleità politologica. Sono infatti libri politici. Tra l'altro libri politici di due intellettuali che politologi non sono, ma antropologo l'uno e semiologo l'altro."

    Il fatto che uno sia antropologo e l'altro semiologo (a maggior ragione) non li escluderebbe dall'usare un metodo per argomentare ciò che hanno esposto. Entrambe le discipline, come la politologia, hanno un metodo d'analisi. Ma arrivo anche a questo con riferimento a Bandinu.

    Inoltre hai detto:

    "Il seddismo è innovativo perché attraverso la leva del sogno politico, si pone l'obiettivo dell'indipendenza attraverso la partecipazione popolare e non la sterile teorizzazione utopica dello stato sardo e della sua struttura giuridica e istituzionale che è materia per una ristretta cerchia di intellettuali che con l'indipendentismo sono soliti dedicarsi alla masturbazione mentale".

    Il sardismo invece è stato, storicamente, proprio l'unione del sentimento popolare alla necessità di dargli un corpo pragmatico e graduale (ciò è rilevabile anche dallo statuto azionista approvato nell'80, non solo dagli scritti del Bellieni). Senza processo di riforma istituzionale non c'è indipendenza, la cosa non può essere slegata dal resto. Il fatto che dal PSD'AZ non sia stato applicato nulla è un'altro discorso. Ma il PSD'AZ diveniva indipendentista proprio perché c'era un fermento culturale e relativamente diffuso che il popolo in seguito raccolse pure, eleggendo un presidente di regione sardista (la giunta Melis).

    SEGUE>

    B.A.

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  10. Infine hai detto:

    "La verità vera è che i sardisti, insieme a tutta la classe politica sarda hanno perso il contatto con la Sardegna reale, che nell'ultimo decennio ha subito una vera e propria rapidissima mutazione antropologica, nonostante il conservatorismo della classe politica sarda che non ha potuto niente contro internet e contro Ryanair."

    Ma sono proprio io tra quelli che accusò IRS di essere (da un lato) troppo elitarista e settaria, e (dall'altro) folklorica ed ancora ideologizzata. Tutto questo attraverso internet.
    L'innovazione casomai è consistita proprio nella critica pubblica per correggere il tragitto. Bandinu che è un'antropologo si è accorto che dei privati cittadini si sono rotti il ca**o di un certo indipendentismo settario ed elitario e da anni lo criticano affinché migliori? Senza offesa.
    Sempre in questo passaggio, hai detto che (giustamente) il PSD'AZ aveva perso il contatto col Popolo (quindi riconosci che prima, come ho detto, l'aveva). Non ho capito però allora cosa sia il seddismo, perché per me, che ho seguito mese dopo mese l'evoluzione di IRS, dal 2002 al 2007, è apparsa sostanzialmente immobile.
    Da prima di URN del resto criticavo diversi aspetti, dov'era ad esempio IRS alle europee 2004? Era un tema che per l'indipendentismo non esisteva (incluso IRS).
    Se un sogno è esistito insomma, ciò è stato costruito a suon di balle e disinformazione sugli attivisti da parte dei dirigenti di IRS.
    Non perché effettivamente ci sia stato un coscenzioso cambiamento di passo tra "sardismo e seddismo".

    Per gli indipendentisti ad es. l'Europa erano i dettami della CONSEU, o i meeting periodici con altri movimenti internazionali. Ma di tematiche connesse alla rappresentatività POLITICA della Sardegna nell'UE zero, assieme alla stessa bandiera. L'accusa principale che mi veniva rivolta è che "usavo i simboli del capitalismo internazionale". Io invece usavo solo la bandiera UE (intanto perché era una banalità) e perché ritenevo (e ritengo) che si dovessero sviluppare meglio certe tematiche e che, inoltre, il simbolo Europeo, a livello pubblico, avrebbe potuto e dovuto contribuire a disinnescare gli storici timori di isolazionismo che SNI e IRS generavano. Il PSD'AZ già faceva parte dell'ALE (European Free Alliance, ma è come se non ci fosse mai stato...).

    Nel complesso insomma, non ho inquadrato quindi il tuo punto di vista. Forse perché io ho avuto un'altro tipo di esperienza nell'osservazione dell'indipendentismo. Non saprei dire. Ad ogni modo non credo esista un seddismo, esiste casomai una semiotikpolitik, ma che in base alla breve ricostruzione storica che ho dato, (secondo me) non è altro che l'ennesima forma di un vecchio antisardismo già pre-esistente e condito negli ultimi anni da una serie di elementi che sono stati introdotti anche grazie a diverse pressioni (tra cui quelle di U.R.N. Sardinnya).

    Spero di aver spiegato bene cosa intendo.

    Bomboi Adriano

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  11. UAHAHHAAH!

    FORSE NON LO CONOSCI ANCORA, MA BOMBOI E' FAMOSO PER ESSERE LO SCEMO DEL VILLAGGIO GLOBALE DEL WEB E VA IN GIRO PER I BLOG ALTRUI A RIPETERE OSSESSIVAMENTE SEMPRE LE STESSE COSE A PRESCINDERE DALL'ARGOMENTO!!!

    FORSE NON LO SAI, MA HAI INVENTATO TUTTO LUI NELL'INDIPENDENTISMO!

    CIAO BOMBOOOIII!!!

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  12. Che si può dire? Il classico culo di pasta che si nasconde nell'anonimato e che non ha argomenti su cui replicare. Ne ho visti a cataste di personaggi simili, da anni...
    Qualche volta però si viene persino a scoprire che "gli anonimi" non sono che i soliti gruppetti di persone...O sarà l'ennesima "fatwa" lanciata dai soliti tastieristi anonimi contro chi dice la verità...
    Buona giornata.

    Bomboi Adriano

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  13. @ Adriano

    Nonostante prenda per buono il fatto che tu con me non abbia sbagliato interlocutore, onde evitare ulteriori spiacevoli fraintendimenti, ci terrei a ribadire e precisare che sono un libero pensatore seddista, ma non seddiano, né irsiano, né costituente.

    Fatta questa piccola premessa, faccio il tentativo di dare una risposta alle obiezioni che mi hai mosso, correndo anche il rischio di ripetermi.

    La prima obiezione:

    "Il fatto che uno sia antropologo e l'altro semiologo (a maggior ragione) non li escluderebbe dall'usare un metodo per argomentare ciò che hanno esposto. Entrambe le discipline, come la politologia, hanno un metodo d'analisi. Ma arrivo anche a questo con riferimento a Bandinu."

    La risposta sta proprio nella mia affermazione che obietti, ovvero che il metodo che hanno scelto per argomentare ciò che hanno esposto è il metodo divulgativo e non il metodo scientifico. Non si tratta di due saggi di politologia (e né di antropologia, né di semiotica) , ma di due saggi politici. Non si rivolgono alla comunità scientifica e intellettuale, ma all'uomo qualunque. "Breve storia del futuro" di Jacque Attali, non è un saggio scientifico, ma un saggio divulgativo. Ciò non toglie il valore politico e intellettuale del suo contenuto.

    La seconda obiezione:
    "Il sardismo invece è stato, storicamente, proprio l'unione del sentimento popolare alla necessità di dargli un corpo pragmatico e graduale (ciò è rilevabile anche dallo statuto azionista approvato nell'80, non solo dagli scritti del Bellieni). Senza processo di riforma istituzionale non c'è indipendenza, la cosa non può essere slegata dal resto. Il fatto che dal PSD'AZ non sia stato applicato nulla è un'altro discorso. Ma il PSD'AZ diveniva indipendentista proprio perché c'era un fermento culturale e relativamente diffuso che il popolo in seguito raccolse pure, eleggendo un presidente di regione sardista (la giunta Melis)."
    Il tentativo del sardismo di unificare il sentimento popolare con la necessità di dargli un corpo pragmatico, si è risolto con un insano sdoppiamento della personalità che oscilla tra due visioni diametralmente opposte, e cioè tra l'utopia e il realismo politico, che coabitano generando un pensiero politico schizofrenico e quindi in continua contraddizione con se stesso. La mozione sull'indipendenza presentata dal Psd'Az da questo punto di vista è esemplare. Ma è abbastanza evidente anche nella recensione di Pinna.
    Quando prevale la personalità utopica si ha, per citare Bidussa "una composizione di istituzioni immaginarie, un modello al quale potrebbero paragonarsi le società esistenti, al fine di misurare il bene e il male che comportano". Quando invece prevale la personalità del realismo politico, sempre per citare Bidussa, è perché in quel momento si ritiene che "la condizione della fine dell'utopia ha fatto credere e pensare che la possibilità di immaginare il dopo, di dare forma a un altro domani, fosse definitivamente tramontata con il crollo del muro di Berlino. Sogno da allora è sembrato essere l'opposto rispetto a una condizione di realismo politico". Un realismo politico spinto all'eccesso che ovviamente non coinvolge nessuno.

    Continua...

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  14. ...Segue

    Ma partendo dal realismo politco è innegabile che "senza processo di riforma istituzionale non c'è indipendenza, la cosa non può essere slegata dal resto". Ma il punto fondamentale è che non ci può essere nessuna riforma istituzionale senza nessun cambiamento culturale radicale! E infatti il seddismo, avendo come base il sogno politico, è perfettamente consapevole di entrambe le cose. Per citare sempre Bidussa (non l'ho pubblicato per caso questo saggio), "il sogno non si definisce come una fuga dalla realtà né come la sua negazione o la proiezione in un mondo che non c'è. Il sogno in politica è una sfida a forzare in un punto quello che appare come un vincolo, come un obbligo nella realtà e nella quotidianità. Si può essere realisti e sognare", perché "il sogno è solo una precondizione dell'agire individuale e collettivo".
    Per il seddismo questo vincolo è il sardismo culturale. Senza il superamento dell'egemonia del sardismo culturale, non ci può essere un reale rinnovamento politico e senza un rinnovamento politico, non ci può essere nessuna reale riforma istituzionale. E come abbiamo detto "senza processo di riforma istituzionale non c'è indipendenza, la cosa non può essere slegata dal resto". Il cerchio si chiude.
    La terza obiezione:
    "Ma sono proprio io tra quelli che accusò IRS di essere (da un lato) troppo elitarista e settaria, e (dall'altro) folklorica ed ancora ideologizzata. Tutto questo attraverso internet. L'innovazione casomai è consistita proprio nella critica pubblica per correggere il tragitto. Bandinu che è un'antropologo si è accorto che dei privati cittadini si sono rotti il ca**o di un certo indipendentismo settario ed elitario e da anni lo criticano affinché migliori? Senza offesa.
    Sempre in questo passaggio, hai detto che (giustamente) il PSD'AZ aveva perso il contatto col Popolo (quindi riconosci che prima, come ho detto, l'aveva). Non ho capito però allora cosa sia il seddismo, perché per me, che ho seguito mese dopo mese l'evoluzione di IRS, dal 2002 al 2007, è apparsa sostanzialmente immobile.
    Da prima di URN del resto criticavo diversi aspetti, dov'era ad esempio IRS alle europee 2004? Era un tema che per l'indipendentismo non esisteva (incluso IRS).
    Se un sogno è esistito insomma, ciò è stato costruito a suon di balle e disinformazione sugli attivisti da parte dei dirigenti di IRS.
    Non perché effettivamente ci sia stato un coscenzioso cambiamento di passo tra "sardismo e seddismo".".
    Non bisogna cadere nell'equivoco di confondere iRS (e "la cosa" che verrà), con Franciscu Sedda. Di confondere i seddiani (e anche i gaviniani) con i seddisti (molto rari). Di confondere la cultura politica di iRS (e della "cosa" che verrà), con il seddismo, che è fondamentalmente una corrente di pensiero culturale. Anzi, il seddismo ha davvero avuto poco peso dentro iRS. Ha invece prevalso il seddianesimo in lotta con la componente gaviniana. La stessa componenete che ti accusava di usare "i simboli del capitalismo internazionale", la stessa per cui i sardisti hanno parteggiato nelle fasi concitate della scissione. (Fatto curioso questo, almeno quanto se i liberal-democratici spagnoli nella famosa polemica del "porqué no te callas" di Juan Carlos, avessero parteggiato per il socialista Chavez piuttosto che per il socialista Zapatero.)
    Mi ripeto papale papale: Il seddismo prescinde dal fatto che Sedda abbia un partito o faccia parte di un altro, perché non è tanto il seddismo politico ad essere "pericoloso", quanto il seddismo culturale. Tant'è che il libro di Bandinu ha dimostrato che il seddismo prescinde dallo stesso Sedda! Il seddismo è già in giro come un virus, e come un virus si propaga in maniera virulenta. E questo spaventa tremendamente i sardisti, altro che politologia...

    Continua...

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  15. ...Segue


    In conclusione, con la speranza di essere riuscito a spiegare al meglio che cos'è per me il seddismo nelle sue questioni fondamentali, e perché trovo che sia innovativo, sulla novità aggiungo soltanto che la critica seddiana (nel senso di sedda) al sardismo in ambito indipendentista, avviene per la prima volta da un ottica culturale non sardista. In passato (vedi pirisi, ma anche tutti gli altri), si criticava il sardismo da sardisti, come i trotzkisti criticavano lo stalinismo: sempre marxisti erano.
    La verità è che Sedda non convince nessuno. Semplicemente coinvolge. E coinvolge parecchia gente tra i figli di quella mutazione antropologica, che si riconosce e condivide il pensiero di Sedda. Che questi diventino poi seddiani piuttosto che seddisti è un altro paio di maniche, e anche una questione interessante su cui ci sarebbe da ragionare e riflettere.

    Mario Garzia

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  16. Mi spiace ma non condivido la tua interpretazione: a mio avviso è stato un bene che il PSD'AZ abbia riparlato di indipendentismo e abbia posto con forza il tema in un ambito istituzionale. Poi che ovviamente la cosa non abbia avuto i risvolti dovuti (sempre istituzionali) questo era ovvio. Ma ha contribuito al dibattito, stampa compresa. Per questi ragioni da IRS si sono infervolati ancora di più: hai mai considerato che chi ha avuto paura non fossero solo i sardisti ma pure IRS? A parlare di indipendentismo non ci vuole nulla. Ti sei scordato le critiche di IRS ai sardisti di quei mesi? Ritenevano di essere gli unici titolati a parlare con coerenza della cosa.
    Si è mai considerato che possono esistere anche altri percorsi ed altre letture per l'indipendentismo? Quando si ragionerà su questo ci si renderà conto che anche in altre parti del mondo (come in Catalogna), il nazionalismo è cresciuto con tale strategia.
    E poi seguendo la tua lettura si rischia di perdere per strada i dati oggettivi: il coinvolgente Sedda ha contribuito a far implodere il movimento dal quale si sarebbe sviluppato il sedicente seddismo, mentre il PSD'AZ è sempre in piedi. Nel nuorese ha addirittura superato il PDL, un risultato storico contro il bipolarismo italiano.
    Questo è il dato oggettivo, altrimenti rischiamo di perdere di vista chi ha paura, chi "coinvolge" e chi nò.

    Sedda ha coinvolto una parte di attivisti di IRS (ormai ex IRS) da quando ha divulgato i suoi testi (anche grazie al circuito di divulgazione offertogli dallo stesso movimento e ultimamente grazie alla cooperativa editoriale di Ornella Demuru).

    Il seddismo (per me) non esiste, anche a prescindere da Sedda, come giustamente dici. Ma per intenderci meglio, quello che tu chiami seddismo per me è solo l'ennesima variante dell'antisardismo e non è vero che sia stata la prima forma che nasce da una formazione non sardista (basti guardare il passato di SNI e i vari dibattiti di tante persone anche dimenticate). Pure i Sedda (padre e figlio) arrivano da quell'ambiente.
    Sono correnti di pensiero già radicate nel passato che Sedda ha rilanciato e le ha proposte come se fossero una novità ad una serie di attivisti. Ma sai che novità la critica al sardismo...Internet è stato uno dei mezzi che ha consentito di sviluppare il fenomeno, ma non per questo si è scoperta l'acqua calda. Era un fenomeno pre-esistente riemerso e divulgatosi nuovamente su basse percentuali. Io sono andato oltre, diversi anni fa con altre persone ci siamo resi conto che i problemi non erano solo esterni all'indipendentismo ma INTERNI. Ragion per cui serviva una vera critica pubblica (purtroppo per ora circoscritta dall'assenza di mezzi adeguati ad internet).
    E ti stai scordando che chi ha rilanciato sui grandi numeri questi anni un certo tipo di sardismo è stato il sorismo (poi fallito per una serie di ragioni) ed il sorismo è stato proprio l‘ala che ha fornito ammiccamenti alla IRS antisardista.
    Se scavassimo…magari scopriremmo che pure il tuo essere “seddista” è una forma di sardismo. Più semplicemente io dico che anche tu, come me, sei un nazionalista Sardo.

    SEGUE>

    B.A.

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  17. Non sai da quanti anni, persino in famiglia, alcuni indipendentisti non sardisti ponevano gli stessi temi contro il PSD'AZ...

    Sò benissimo che sia Sedda che Bandinu hanno fatto degli scritti politici, ma i saggi sono anch'essi divulgativi, non devono necessariamente usare i paroloni.
    Con i sogni slegati dalla realtà non si costruiscono le repubbliche e tantomeno si sviluppa la coscienza territoriale (che dovrebbe arrivare invece proprio con le riforme, per gradi).
    Non credo affatto vi sia come ostacolo un sardismo culturale che si frappone alle riforme. La spiegazione spesso è più semplice di ciò che sembra: ci sono persone che hanno poco peso in coalizione di maggioranza ed alcune di queste - non tutte - non sono indipendentiste. Ma col "sardismo culturale" la cosa c'entra poco, è solo retorica.
    I sogni vanno abbinati ad un progetto, il PSD'AZ il progetto lo aveva già, contemplando anche il passaggio federalista.
    E' chiaro che se ci sono delle forze che non collaborano ad alcun percorso, questo porta sia gli uni, sia gli altri, a non riformare nulla (sardisti e indipendentisti), perché sono frammentati.

    Il presunto seddismo contrapposto ad un'altro presunto sardismo culturale non è altro che una lettura di natura ideologica secondo me che non trascende il problema di fondo: l'assenza di dialogo tra sigle che, nella pratica, hanno programmi spesso analoghi. Per questo ho citato sopra il caso della flotta sarda, idea sardista prima e irsiana dopo.
    A che serve contestare la fascia di falsi sardisti se poi si rimane nel proprio orticello a dire le stesse cose e non fare nulla?
    Sono due posizioni speculari, ma che a specchio l'una non fa più dell'altra.
    Tantovarrebbe che l'indipendentismo collaborasse con i sardisti, solo così si potrebbero conseguire numeri più adeguati a riformare lo status quo. E si scoprirebbe che non esiste alcun "sardismo culturale" che blocca gli eventi...

    Quì chi blocca gli eventi in tutti i principali movimenti autonomisti e indipendentisti sono cose molto più comuni: protagonismi, sedicenti teorie innovative, varianti dell'antisardismo e ideologia marxista. A seconda delle sfumature e delle sigle. E' chiaro poi che in questo caos sguazzano i pescecani...ma non certo per un qualche supposto background intellettualistico o politico.

    In Sardegna che vogliamo fare? Teoria o pratica? "Seddismi e sardismi" o collaborazione?

    Non condivido Bidussa perché anche qui, con metodo, la realtà dice cose diverse: non mi sembra informato sul nazionalismo internazionale ma valuta solo la politica di uno stato-nazione con le sue forze. E' proprio con la caduta del muro di Berlino che diverse formazioni nazionaliste hanno ripreso a svilupparsi ed associare ai vecchi sogni il pragmatismo producendo piccoli ma enormi passi in avanti: Si osservi il Quebec, la Catalogna, la Scozia, Taiwan, ecc.
    Tutti gli altri movimenti (o interni a questi Paesi) che non sono cresciuti lo devono a due motivi: uso del terrorismo oppure poiché ancora fermi ai sogni ed alla critica senza progetto..
    In Catalogna (malgrado bocciato) hanno fatto uno statuto nuovo negli ultimi anni, in Scozia l'indipendentismo ha governato e strappa poteri e consensi al centralismo. Quì inventiamo teorie per dividerci e per non fare uno straccio di riforma.

    Ad U Erre Enne ormai non dividiamo più, tra noi, l’ambiente identario sardo tra sardisti, nazionalitari o indipendentisti che siano, ma crediamo che il nazionalismo sardo sia diviso tra conservatori e riformisti: i primi sono i finti indipendentisti e quelli che inventano teorie e dividono, i secondi sono quelli che, a prescindere dalla sigla, vorrebbero maggiore unità e un progetto politico per attivare un percorso riformista graduale. Tutto il resto è spazzatura.

    Consiglio "Etnonazionalismo" di Walker Connor (1995, ed. Dedalo). Tra i maggiori studiosi internazionali del fenomeno.

    Bomboi Adriano

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  18. Grazie mille per il consiglio, lo leggerò senz'altro.

    Mi permetto di ricambiare con un altro consiglio:

    I barbari. Saggio sulla mutazione
    di Alessandro Baricco
    (2006, Feltrinelli)

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  19. Da considerare che il testo di Connor va integrato con la conoscenza delle cronache politiche internazionali degli ultimi anni: da quando infatti fu scritto quel testo ad oggi, molti indipendentismi son cresciuti. Cosa che durante la guerra fredda era più difficile per una serie di ragioni.

    B.A.

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  20. Non sardismo, non nazionalismo. Dietro le parole il nulla. Arrovellamento estetico e autoreferenziale. Ciscu Sedda rappresenterebbe l'indipendenntismo nuovo. Spesso il nuovismo nasconde un raggiro. Posizioni reazionarie. E drammaticamente conservatrici. Non mi piace ciò che è nuovo. Preferisco ciò che è innovativo, come il sardismo. Anche se antico. O vecchio
    Tullio Saba

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  21. Infatti Saba i fatti oggettivi oggi ci portano ad avere 10 sigle territoriali (escludendo persino quelle nate all'esterno, come Lega Nord Sardinia ed MPA).

    Purtroppo tutte le presunte trovate ideologiche non sono altro che travestitismi reazionari per continuare a dividere e rallentare il processo riformista delle istituzioni sarde.

    Ma non c'è problema perché nei prossimi tempi si evolverà pure il sardismo, spazzando via tutto il ciarpame inutile di questi protagonismi. In Sardegna abbiamo gente che confonde la frammentazione politica con il pluralismo, salvo poi giustificarsi riportando esempi di altre realtà frammentate che però hanno condizioni sociali (e persino di legislazione elettorale) ben diverse dalle nostre.

    Bomboi Adriano

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