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martedì 1 febbraio 2011

POCOS, LOCOS Y MAL UNIDOS? CARLO V NON LO HA MAI DETTO! - I SARDI TEMONO L'ALTRUI INDIFFERENZA A TAL PUNTO DA PREFERIRE GLI INSULTI DEI POTENTI

Carlo V e il suo Impero
Demoliamo una menzogna: L'Imperatore Carlo V non ha mai pronunciato né tanto meno scritto, quella che qualcuno reputa una maledizione nei confronti dei sardi e che invece è soltanto un odioso luogo comune. Pocos, locos y mal unidos non è mai uscito né dalla bocca né dalla penna dell'imperatore, che col suo impero plus ultra, aveva certamente cose più importanti da fare piuttosto che preoccuparsi dei sardi. 

Tra l'altro la prima lingua di Carlo V era il francese, pur essendo lui un Asburgo d'Austria e pur essendo di madre spagnola. Carlo di Gand, nasce infatti nella cittadina omonima delle fiandre, dove riceve una formazione culturalmente fiamminga, ad esclusione della lingua, il francese, che è la lingua dei suoi mentori ed educatori. Carlo V era talmente poco spagnolo che dovette faticare parecchio per essere riconosciuto re di Spagna dalle cortes castigliane e aragonesi che non lo vedevano affatto di buon occhio.

Allora chi è stato a pronunciare quel giudizio in lingua spagnola sui sardi? Si tratta di un arcivescovo di Cagliari, un certo Antonio Parragues de Castillejo, che più che pronunciarlo, lo mise per iscritto in una missiva.

Non sono andato personalmente a verificare in biblioteca il suo Epistolario, curato da Palmira Onnis Giacobbe e edito da Giuffrè nel 1958, ma ho avuto la conferma via mail dal Professor Antonello Mattone, docente ordinario di Storia delle istituzioni politche all'Università di Sassari. Ho chiesto conferma a lui, perché nel suo breve saggio contenuto all'interno dell' Enciclopedia della Sardegna curata da Manlio Brigaglia (Edizioni Della Torre, Cagliari 1984) e intitolato "La storia della Sardegna: una chiave di lettura", il professor Mattone scrive:


Naturalmente il Professor Mattone non è l'unico depositario di questa verità e tantissimi altri testi riportanto quanto scritto da Antonio Parragues de Castillejo. Un altro esempio è il libro intitolato Carteggio: 1908 - 1977  di Gavino Gabriel - Giuseppe Prezzolini, curato da Lara Sonja Uras e edito da Akademos, dove troviamo scritto che "Pocos, locos y mal unidos fu l'icastica e impietosa definizione della condizione sociale e culturale dei sardi data nel Cinquecento dall'arcivescovo spagnolo di Cagliari Antonio Parragues de Castillejo". 

Ma se le cose stanno così (e stanno effettivamente così), come è possibile che si sia diffusa questa falsa credenza a tal punto da essere data per scontata anche da certi intellettuali? Non sarà mica che nel nostro disturbo narcisistico di nazionalità l'insulto di un arcivescovo qualunque non ci sembrava alla nostra altezza? Per parafrasare Alessandro Aresu, non sarà mica che temiamo talmente tanto l'altrui indifferenza, che preferiamo essere pesantemente insultati? Ed è chiaro che l'insulto è tanto più pesante, quanto più è autorevole chi lo pronuncia. Così, un po' come abbiamo fatto con le false carte di Arborea, ci siamo inventati il falso insulto rivoltoci niente di meno che dall'Imperatore Carlo V.

Vi ricordate di Klemens von Metternich? Quello che affermò che l'Italia era un'espressione geografica, senza per altro voler insultare nessuno? Bene, i liberali italiani la manipolarono e la strumentalizzarono in chiave patriottica e risorgimentale, per accendere i cuori e scaldare gli animi rivoluzionari. Provate a cercare su Google Map se in Italia, in qualsiasi paese o città del territorio della repubblica, esiste una via o una piazza intitolata a questo personaggio.

Invece noi a Cagliari, non a Carlo V, ma a Antonio Parragues de Castillejo, quello che ci ha insultato davvero, gli abbiamo addirittura dedicato una via.


20 commenti:

  1. Mattone sbaglia. Per lo meno nell'epistolario edito da Palmira Onnis Giacobbe nessuna lettera del tristo arcivescovo Parragues de Castillejo contiene quella frase. L'enigma permane e viene da pensare che sia stato qualche storico dell'Ottocento a coniare quella frase.
    Graziano

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  2. Grazie per la segnalazione Graziano. In ogni caso nella sua mail Mattone mi conferma il fatto e mi dice che non avendo in quel momento il testo a disposizione non può indicarmi con precisione la pagina.
    In ogni caso, altri testi attribuiscono a Parragues quella frase, però è interessante la teoria che possa essere stato qualche storico (sardo?) dell'800 a coniarla. Avvalorerebbe la mia tesi... ;)

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  3. La dedica della via, a questo punto, purtroppo, sarebbe la conferma che noi sardi lo siamo davvero!... :)

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    1. Carissima Daniela: perchè avevi ancora qualche dubbio? ...:-(

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  4. Personalmente non la trovo neanche ingiuriosa come frase, anzi, quasi mi piace. Pochi siamo pochi (e quindi rari), pazzi (lo trovo quasi un complimento) siamo pazzi e non uniti è pure vero (ma solo in Sardegna).
    Ciao Marieddu!

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  5. Maurizio, può anche darsi, ma la verità è che è un "auto-luogo comune". Gli italiani non sono pizza, mafia e mandolino, o santi, poeti e navigatori. O no? La Sardegna e i sardi, anche qui in Sardegna e non solo fuori, offrono centinaia di esempi di unità e fattiva collaborazione. Maurizio, io e te siamo stati co-protagonisti insieme a decine di altre persone di un esempio di questo genere. Immagino anche per te, ma io nella mia vita mi sono trovato decine di volte unito con altri sardi in una causa, o semplicemente in un contesto di condivisione.
    In Italia c'è la mafia, ma questo non rende mafiosi tutti gli italiani. Ma si può fare anche in positivo: la Germania è la patria della filosofia moderna, ma ciò non rende tutti i tedeschi filosofi. Luoghi comuni, caro Maurizio. E cara Daniela.

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  6. Io sapevo che la celebre frase fosse stata pronunciata da un viceré iberico!
    Carlo V pronunciò invece secondo le cronache – ma è sicuramente un falso storico -: “Todos caballeros” rivolto agli algheresi che lo accolsero con tutti gli onori nel corso di una breve visita tappa verso la spedizione di Algeri dove il viceré locale Hassan Aga – rinnegato sardo per la cronaca – lo ricacciò in mare, dopo che il sovrano gli disse: “Ti devi sottomettere perché sei sardo dunque mio suddito!”, ma Hassan Aga, a differenza di alcuni sardi (molti? Troppi?) attuali proni ai potenti di turno preferì respingere a suon di cannonate, e con l’aiuto di una tempesta, l’armada spagnola!
    Giuseppe

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  7. Sì una strada a Parragues e nessuna a Mariano IV o a Enrico Berlinguer, ça c'est Casteddu. Comunque, in positivo, esiste "su dìciu" sardo "Chentu concas, chentu berritas", che riassume il nostro individualismo (che per me è una cosa positiva).

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  8. @ Anonimo: Ti devo contraddire. A Cagliari esiste una via dedicata ad entrambi.
    Per quanto riguarda "Chentu concas, chentu berritas", è soltanto un altro luogo comune.

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  9. Confermo, dopo ulteriore e attenta lettura, che la frase non è di Parragues de Castillejo, che comunque idiozie ne ha detto da par suo (e gli storici l'hanno preso come testimone fide digna ...). Pensare che i gesuiti, con un giro di parole, avevano scritto che era lui un mezzo pazzo!

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  10. Graziano, grazie per il tuo prezioso contributo, ma adesso chi glielo dice a Mattone? ;)

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  11. Se fossimo "Pochi uniti e intelligenti" la Sardegna,che è una terra stupenda,potrebbe darci da vivere alla grande e invece...Credo che chiunque abbia inventato quella frase l'abbia azzeccata in pieno!!!

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  12. la risposta non dobbiamo cercarla fuori. la risposta e dentro di noi. e però è .......

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  13. Non pazzi ma scemi, tonti..

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  14. ahaha Dove c'è il Tribunale Ecclesiastico e altri uffici della Curia. Emblematico!

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  15. Il mio commento si trova nel mio blog alla data 5 ottobre 2012
    pietromelis.blogspot.com

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  16. Ivo....
    Sicuramente non saremo locos. Ma pocos e sicuramente malunidos si.
    Non sappiamo cooperare, non sappiamo aiutarci, siamo invidiosi del vicino o del compaesano che con tanti sacrifici è riuscito ad aprirsi la piccola bottega, non sappiamo intraprendere attività imprenditoriali in gruppi consistenti, ci mettiamo sempre i bastoni fra le ruote e non sappiamo valorizzare le risorse incommensurabili della nostra Isola.
    Poi arriva lo straniero con i soldini, e gli diamo la possibilità di fare tutto, e tutti lo sostengono come fosse un dio veuìnuto a redimerci. Poi questo signorotto fa bancarotta e ci lascia col culo per terra.
    Ma quando ci decidiamo noi sardi a mettere da parte l'orgoglio e a collaborare per un fine comune che va a vantaggio di noi tutti?!

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  17. Condivido il post di anonimo (16).
    Ho girato per l'Italia centrale adriatica (marche e romagna) e devo ammettere che con le nostre risorse potremmo essere tra le regioni più ricche d'Italia, ma il fatto di non riuscire a uscire dal nostro piccolo nuraghe o orticello, non ci permette di crescere. Ad esempio, in queste regioni la collaborazione tra concorrenti è vista come una risorsa e un'opportunità e non come da noi. Un'altro esempio è che vediamo (noi per primi) il turismo come esclusivamente estivo e balneare, mentre esisterebbe la possibilità di far conoscere altri aspetti della Sardegna a partire da quella rurale, ambientale e archeologica che persino noi Sardi ignoriamo. Alcuni turisti mi raccontarono 2 anni fa che si aspettavano in ristorante di vedere camerieri vestiti in abito sardo, menù sardi ecc. si son trovati davanti persone tristi e il gelato bindi anzichè le seadas... quello che vorrei esprimere è che dobbiamo riconquistare la nostra sardità in un mondo globalizzato e che non dobbiamo temere di estraniarla perchè fa parte di noi, è questa la chiave di volta ed è la nostra ricchezza. Un esempio potrebbe essere quello di organizzare dei viaggi, possibilmente in aereo, a gruppi consistenti e portarli attraverso un percorso gastronomico/culturale ad attraversare tutta l'isola. Sono attività che possono svolgersi tranquillamente dal 1° maggio al 31 ottobre. I primi a dover vantare Sardi e Sardegna dobbiamo essere noi, perchè in giro per l'Italia godiamo di una considerazione e stima al di sopra delle aspettative reali. Siamo giudicati intelligenti, coraggiosi, operosi, una razza antica; è a casa nostra che ci sentiamo inferiori e stupidi, ma sicuramente, e lo siamo per carattere, invidiosi ed esterofili: tutto ciò che viene dal mare lo accogliamo con sudditanza, quasi aspettando il ritorno di un dio salvatore. Io non vedo l'ora di rientrare nella mia terra anche per cercare di portare un cambiamento di mentalità e coesione che ho visto in altre parti d'italia e che ha contribuito a rendere quelle zone ricche. Persino in una catastrofe come il terremoto in Emilia, che ci avrebbe visto fallire in attesa degli aiuti economici, ha dimostrato che la solidarietà tra imprese tra loro concorrenti, può rafforzarle e ridargli la forza di rialzarsi. Ecco un esempio che dovremo clonare
    Francesco

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    1. Caro Francesco, sono totalmente daccorco con te .. e se posso aggiungere, direi: prendiamo esempio dai nostri "cugini" corsi.... ..!!!! e ......... tuttavia ............Forza Paris!

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  18. Non sappiamo cooperare, non sappiamo aiutarci, siamo invidiosi del vicino o del compaesano che con tanti sacrifici è riuscito ad aprirsi la piccola bottega, non sappiamo intraprendere attività imprenditoriali in gruppi consistenti, ci mettiamo sempre i bastoni fra le ruote e non sappiamo valorizzare le risorse incommensurabili della nostra Isola.Poi arriva lo straniero con i soldini, e gli diamo la possibilità di fare tutto, e tutti lo sostengono come fosse un dio veuìnuto a redimerci. Poi questo signorotto fa bancarotta e ci lascia col culo per terra.Ma quando ci decidiamo noi sardi a mettere da parte l'orgoglio e a collaborare per un fine comune che va a vantaggio di noi tutti?!

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