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martedì 1 marzo 2011

IL RUOLO FONDAMENTALE DELLA SARDEGNA NEL RISORGIMENTO ITALIANO: ESSERE CEDUTA AI FRANCESI IN CAMBIO DELL'UNITA' D'ITALIA

SOURCE: Proceedings of History Week 2005. (47-60). [Malta : The Malta Historical Society, 2005]

Il saggio che segue l'ho scovato su internet, abbandonato in una pagina sperduta nell'oceano di web. Si tratta di un'interessante studio di Giovanni Murgia, pubblicato nel 2005 sul Proceedings of History Week, una rivista scientifica edita da The Malta Historical Society. Ho scritto alla società storica di Malta per ottenere il permesso di pubblicarlo sul mio blog, ma non avendo ottenuto risposta ho deciso di pubblicarlo comunque. Troppo interessante per rimanere inaccessibile ai più.

L'oggetto del saggio è la polemica innescata dalle insistenti voci che volevano il Cavour pronto a cedere la Sardegna (da lui considerata la terza Irlanda dopo Nizza e la Savoia già cedute ai francesi) a Napoleone III, in cambio della definitiva unità d'Italia. Tale opportunità veniva osteggiata prevalemtemente dagli inglesi, che temevano un'espansione francese nel Mediterraneo. Contrari si dimostrarono da subito Mazzini e Garibalidi, che come è noto, a prescindere dalla fattispecie, erano anti-cavouriani a prescindere. Soprattutto Mazzini.

Questo saggio non ne parla, ma è doveroso far presente che esistono altre fonti in cui si sostiene che il Piemonte volesse cedere la Sardegna a Pio IX in cambio di Roma, ma che lo scambio non avvenne soltanto perché il pontefice rifiutò l'offerta.

Il ruolo dei sardi nella vicenda, ricoda tanto quello attuale: un'indignata protesta per essere trattata come merce di scambio, accompagnata da uno sterile rivendicazionismo nei confronti del Piemonte oppressore. Probabilmente invece sarebbe stato il momento buono per divincolarsi dall'errore fatale della fusione perfetta.
Chissà se nelle scuole sarde che si sono ribellate alla Gelmini sulla questione relativa all'opportunità di fare lezione o meno il 17 di Marzo e che con tutta una serie di iniziative hanno rilanciato lo studio del risorgimento e del ruolo della Sardegna, studieranno anche questo saggio.
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Buona lettura.

Copyright © The Malta Historical Society, 2007.


[p.47] GIUSEPPE MAZZINI E LA SARDEGNA , ‘UN’APPENDICE MOLTO INCERTA DELL’ITALIA’

di Giovanni Murgia

Le prime voci di una probabile cessione della Sardegna alla Francia si diffondevano nella primavera del 1860, quando si cominciò a discutere dei compensi da riconoscere a Napoleone III, sulla base degli accordi sottoscritti, nel luglio del 1858 a Plombières, con Cavour, che prevedevano l’impegno francese in Italia per soppiantare l’egemonia austriaca.

Gli accordi in realtà ipotizzavano una nuova sistemazione dell’intera penisola italiana, che avrebbe dovuto essere divisa in tre Stati: un regno dell’Alta Italia comprendente, oltre il Piemonte, il Lombardo-Veneto e l’Emilia-Romagna, sotto la casa sabauda, che in cambio avrebbe ceduto i territori transalpini di Nizza e della Savoia;[53] un regno dell’Italia centrale formato dalla Toscana e dalle province pontificie; un regno dell’Italia meridionale liberato dalla dinastia borbonica. Al papa, che avrebbe conservato la sovranità su Roma, sarebbe stata offerta la presidenza della futura Confederazione italiana.

Dietro questo programma si celavano in realtà due diversi disegni: quello di Napoleone III, che mirava a porre l’Italia sotto il suo controllo e quello di Cavour che contava sulla forza d’attrazione del Piemonte nei confronti degli altri Stati italiani.

Il problema dei compensi veniva comunque rimesso in discussione dopo il “tradimento” di Villafranca, quando a seguito delle sanguinosissime battaglie di Solferino e di San Martino, Napoleone III, sotto la pressione dell’opinione pubblica francese, decideva di interrompere la campagna militare sottoscrivendo, l’11 luglio [p.48] 1859, un armistizio con gli austriaci, i quali rinunciavano alla Lombardia che, dopo la cessione alla Francia, sarebbe stata poi “girata” al Piemonte.

L’armistizio, infatti, veniva firmato da Napoleone senza che ne venisse in via preliminare informato il Piemonte, per cui gli accordi di Plombières dovevano essere in qualche misura rivisti e i compensi territoriali rinegoziati.

Era stato il Morning post di Londra, nel febbraio del 1860, a riferire che il Cavour, in una nota, aveva affermato che il Piemonte aveva le sue tre Irlande: la Savoia, della quale si era liberato unitamente a Nizza, che era parte della seconda Irlanda, la Liguria, e che gli rimaneva oramai soltanto la terza, cioè la Sardegna.

Tale affermazione suscitava immediate reazioni, per cui prontamente si diffuse la convinzione che anche la Sardegna sarebbe stata ceduta a Napoleone in cambio di una nuova guerra contro l’Austria, o per ottenere il suo consenso ad ulteriori ingrandimenti territoriali nella penisola.

Queste voci venivano accolte con preoccupazione soprattutto dal governo inglese, allarmato dall’espansione francese nel Mediterraneo, e che non riteneva da escludere che il Piemonte potesse essere indotto a cedere altri territori, compresi Genova e la Sardegna, in cambio di vantaggiosi acquisti territoriali soprattutto nell’area padana.

Cavour, sia alla Camera che in Senato, in occasione della discussione sul trattato di cessione di Nizza e della Savoia, aveva con risolutezza e senza mezzi termini smentito una simile ipotesi, informandone ufficialmente l’ambasciatore inglese a Torino, sir James Hudson, con una nota del 30 maggio, nella quale veniva apertamente affermato che il “governo del re”, non lui quindi, s’impegnava a non cedere alla Francia alcuna parte di territorio, neanche per liberare dallo straniero la città di Venezia.

Il 26 maggio, intervenendo in Parlamento, aveva infatti ribadito: “Io lo dichiaro altamente al vostro cospetto e quindi al cospetto dell’Europa, se per avere Venezia bisognasse cedere un palmo di terra italiana nella Liguria o nella Sardegna, io respingerei, senza esitare, la proposta”.[54]

[p.49] Nonostante ciò, il governo inglese non si dichiarava del tutto rassicurato tanto che il 28 maggio il ministro degli Esteri scriveva all’ambasciatore osservando che “quello che dice di Genova e di Sardegna è il doppione di quello che diceva di Savoia e di Nizza qualche mese fa; continuerà a non crederci finché avrà atteggiamenti aggressivi a riguardo”.[55]

Le voci della cessione della Sardegna e della Liguria alla Francia si facevano più insistenti nel mese di luglio quando veniva fatto circolare, ad arte, un documento apocrifo, un “preteso accordo segreto fra Piemonte e Francia per la cessione a questa della Sardegna e della Liguria”, opera, a quanto sembra, di agenti austriaci e napoletani, che esplicitamente all’art. 4, prevedeva che il re di Sardegna “dopo aver effettuato l’annessione delle Due Sicilie, delle Marche e dell’Umbria cederà alla Francia le isole di Sardegna e dell’Elba, nonché tutta la Liguria compreso Genova e La Spezia, portando così la frontiera dell’Impero Francese fino a tutte le Alpi Marittime”.[56]

Tale documento nello stesso periodo veniva a conoscenza di Giuseppe Mazzini, esule a Londra, e quasi contemporaneamente giungeva nelle mani di Giuseppe Garibaldi che si trovava a Palermo.

Contestualmente s’impadroniva della questione la stampa democratica, e il problema della cessione dal chiuso delle cancellerie si trasferiva nel dibattito tra le forze politiche, con l’offrire nuovi argomenti agli oppositori del Cavour, e innescando in Sardegna ulteriori motivi di insoddisfazione e di sospetto nei confronti del Piemonte.

Infatti, malgrado le ripetute smentite del ministro piemontese i sospetti non venivano fugati, facendosi di contro più intensi e insistenti nel gennaio del 1861, quando sul foglio governativo “Unione” appariva un articolo del deputato Aurelio Bianchi Giovini, noto sostenitore della politica cavouriana, il cui tono sembrava volesse preparare l’animo degli italiani alla cessione della Sardegna.

Il Biondi Giovini scriveva infatti che “si andava bucinando che Cavour abbia ceduto alla Francia la Sardegna, a patto che quella riconosca l’annessione dell’Italia meridionale”. Nell’articolo, comunque, sottolineava di ritenere tale voce “una impostura”, rimarcando che “quand’anche fosse vero, se la Francia a prezzo della [p.50] Sardegna si obbligasse a riconoscere l’integrità e l’unità d’Italia e a porgerci mano nella liberazione di Venezia, ... questa decisione non l’avremmo comperata troppo cara”.

Annotava, inoltre, che “la Sardegna fu costantemente una appendice molto incerta dell’Italia...”, in quanto “i duchi di Savoia appena si sovvennero che fosse una provincia dei loro Stati”.[57]

L’articolo, il cui contenuto non venne smentito né dal suo estensore, né tanto meno dal governo sabaudo, parve una indiretta conferma alle voci che fino ad allora si erano rincorse sulla cessione dell’Isola.

Né ci si fidava delle rassicuranti dichiarazioni del Cavour in quanto smentite altrettanto decise erano state fatte dallo stesso quando avevano cominciato a circolare le voci della cessione di Nizza e della Savoia, per cui alle smentite attuali veniva dato scarso valore.

Il che suscitava un coro di proteste, soprattutto da parte della stampa democratica e mazziniana, e una larga mobilitazione popolare promossa l’11 maggio del 1861 dalla Società Unitaria di Palermo. A mobilitarsi saranno soprattutto i parlamentari sardi, in maniera particolare Giorgio Asproni,[58] il quale continuò ad agitare la causa sarda, anche quando le voci di una possibile cessione sembravano affievolirsi, alla cui voce si unirà più tardi anche Giovanni Battista Tuveri.[59]

Ai primi di giugno, intanto, a seguito delle insistenti sollecitazioni dell’Asproni, [p.51] si interessava della questione anche Giuseppe Mazzini, che al riguardo, pubblicava tre articoli sull’ “Unità italiana”,[60] nei quali, oltre a spiegare il mistero della cessione, veniva denunciato con parole incisive “il barbaro governo” del Piemonte nei confronti dell’Isola, esortando contestualmente gli italiani a sottoscrivere la protesta iniziata dalla Società Unitaria.[61]

Gli articoli del Mazzini, raccolti subito dopo in un opuscolo, ebbero senza dubbio un peso decisivo non solamente per una ulteriore e più vasta mobilitazione dei democratici nella campagna contro la cessione, ma anche, e soprattutto, nel far diventare la questione sarda una questione nazionale, che il nuovo Regno d’Italia aveva il dovere di affrontare e risolvere.

Contemporaneamente a quella del Mazzini si sviluppava anche l’azione di Giuseppe Garibaldi che, rientrato oramai a Caprera, nella ventilata cessione della Sardegna, dopo il rifiuto di continuare la guerra per la liberazione di Roma e Venezia, vedeva una ulteriore prova del tradimento della causa italiana da parte di Cavour.

Già nel dicembre del 1860 aveva espresso alla Giunta municipale di Tempio le sue preoccupazioni per le voci sempre più insistenti dell’eventuale cessione dell’isola, dichiarandosi pronto a impedire che fosse venduta o ceduta allo straniero. Nel corso del 1861 tale volontà si manifestava ancora più esplicita, acquistando una grande capacità di mobilitazione di forze patriottiche presenti nell’isola e fuori dell’isola.

Il 18 febbraio dello stesso anno si svolgeva a Caprera una cerimonia significativa nella quale una deputazione di Sassari, composta dalla rappresentanza del municipio, del Consiglio provinciale, della Guardia nazionale, del ginnasio e della Società operaia, [p.52] gli offriva la cittadinanza onoraria della città, con un indirizzo nel quale si affermava che i sardi in lui onoravano “il geloso custode della loro nazionalità, per difendere la quale si dichiarano tutti pronti a seguirvi ed a spargere l’ultima stilla di sangue”.[62]

La risposta di Garibaldi si rivelava estremamente esplicita: la italianità della Sardegna sarebbe stata difesa a costo di qualsiasi sacrificio.

Alcuni giornali parlano (è vero) d’un indecoroso baratto dell’isola di Sardegna allo straniero – rispondeva Garibaldi – non altrimenti che toccò alla Savoia ed alla amata e sventurata mia Nizza. Non posso credere a tanta disgrazia; non è possibile che una nuova sventura si aggravi su l’Italia, e questa sarebbe la massima, perché, a mio credere, la Sardegna è il posto più importante e strategico del Mediterraneo e guai all’Italia se se ne lasciasse privare!”.

La cessione gli sembrava impossibile anche perché sicuramente ad essa si sarebbe opposto Vittorio Emanuele “il quale non usurpa certamente il titolo di Galantuomo”, e perciò, rimarcava Garibaldi, “non acconsentirà giammai a nuove cessioni, e nuovi smembramenti di questa Italia che tutti vogliono Una”. Ma se alla cessione si fosse giunti, “se mai si volesse tanta ignominia, io credo che un forte ruggito si farebbe sentire per tutta l’Italia, e purché i Sardi non vogliano separarsi dalla grande famiglia italiana, nessuna potenza al mondo varrà a strapparneli”.

L’affermazione veniva prontamente seguita dall’assicurazione personale a difendere sino all’ultimo la causa della Sardegna, nella certezza di un impegno comune di tutta la popolazione dell’isola: “Io che ho consacrato la mia vita sull’altare della patria, farei volentieri qualunque sacrificio a pro specialmente di quest’isola di cui mi dico cittadino per vocazione ed elezione, e credo che i Sardi in tale emergenza non mi lascerebbero solo, giacché tutto dipende principalmente dalla loro volontà e risolutezza... La Sardegna, concludeva, è un’isola che ha una popolazione armigera, unita ed affezionata alle tradizioni dei suoi padri, e se questa popolazione avesse bisogno di me... non le verrei meno, ed uniti sapremo far rispettare il nostro diritto, che è il diritto italiano”.[63]

Alla presa di posizione di Garibaldi, si univa anche quella del Mazzini il quale scriveva: “L’accordo, certo per me, è dunque, non foss’altro, probabile, per qualunque [p.53] non voglia appagarsi delle mie parole; ... A impedire un fatto probabile, l’opinione deve insorgere prima; non serbarsi a quando il fatto è compiuto, o sta per compiersi. Gl’Italiani dovrebbero ricordare con profondo rimorso, che il mercato di Nizza ebbe luogo perché il silenzio di tutti gli elementi che, dal re fino al Popolo, compongono lo Stato, tolse all’Europa dissenziente ogni possibilità di mutare il biasimo in opposizione dichiarata e minacciosa”.[64]

Nel contempo denunciava l’inaffidabilità e l’ipocrisia del Cavour il cui operare politico smentiva di fatto quanto dichiarato più volte sul problema delle cessioni territoriali a favore della Francia per aver assicurato un sostegno nella guerra contro l’Austria. “Io so che il 30 maggio 1860 Cavour dichiarava, in un dispaccio al governo inglese, ch’ei non cederebbe un palmo di terra italiana; e so che due volte, nel giugno 1860, e nell’aprile di quest’anno, ei confermava quella dichiarazione davanti alla camera. Ma vedo che nei discorsi alla camera egli, evitando, diresti a studio, l’espressione il governo del re, non vincola che sé stesso e non dovrebbe che ritirarsi per breve tempo dal ministero, perché altri traducesse in fatti il patto stretto da lui. E so che nello stesso dispaccio del 30 maggio ei dichiarava, che il Governo del re si asterrebbe da ogni atto d’aggressione contro il Regno delle Due Sicilie, purché da quello non escisse violazione del non intervento. Poi, dopo solenni affermazioni date e smentite su Nizza, chi può far conto delle parole del conte Cavour?”[65]

Affermava poi che l’accordo era fatto; mancava soltanto l’opportunità per renderlo esecutivo. Per questo sollecitava la necessità di organizzare una vasta mobilitazione di Popolo per impedirne la realizzazione. “L’opposizione minacciosa dell’Inghilterra e la nostra, possono renderlo praticamente impossibile. Per questo, insisto: per questo, la buona stampa dovrebbe insistere, protestare e suscitare le proteste del Popolo. Viaggiatori francesi corrono, sotto pretesto di studi mineralogici o di speculazioni industriali, l’isola, magnificando al Popolo i vantaggi economici, che l’annessione alla Francia procacerebbe; è necessario smentirli; è necessario ripetere, coll’esempio del Veneto e di tutte le terre soggette allo straniero, alle popolazioni della Sardegna, che ogni sviluppo materiale dell’Isola fatta francese, impinguerebbe, non l’Isola, ma la Francia, e che nessuna sorte è più triste di quella d’una colonia, sottomessa a un vasto impero dispotico. Tutta la politica del conte Cavour tende a creare, mantenendoci deboli, la necessità dell’aiuto francese all’impresa del Veneto; [p.54] aiuto, che trascinerebbe con sé l’impossibilità di contendere alla Francia un compenso territoriale; è necessario insistere sull’armamento nazionale, e trarre dei ventidue milioni di uomini che compongono oggi l’Italia tante forze che bastino a compire, senza aiuto straniero, l’impresa”.[66]

Riferendosi alla politica sabauda nei confronti dell’isola, denunciava che essa “fu sempre trattata con modi indegni; sistematicamente negletta, poi calunniata; bisogna dirlo altamente, perché quella importante frazione del nostro Popolo, sappia che noi non siamo complici delle colpe governative, che conosciamo e numeriamo quelle colpe, e che intendiamo cancellarle, appena l’Unità conquistata ci darà campo di provvedere alla libertà e all’ordinamento interno, sociale e politico”.[67]

Se la Sardegna fosse passata sotto la Francia, vivamente preoccupato rimarcava che “essa è perduta per noi”. “Avremo, come per Nizza, uomini i quali s’atteggeranno, smembrando la patria, in sembianza di chi compie un eroico sacrificio a prò d’essa; giornalisti, che proveranno essere la Sardegna una mera appendice d’Italia, gettata sul Mediterraneo, unicamente per procacciare alleanza eterna colla Grande Nazione; oratori governativi, i quali trarranno, senza arrossire, partito contro la povera Sardegna del malcontento che appunto l’oblio e la perversa amministrazione del Governo v’hanno creato...”.[68]

La scena in campo di due figure prestigiose quali Garibaldi e Mazzini segnava anche in Sardegna l’inizio di una mobilitazione dell’opinione pubblica, sino ad allora sostanzialmente indifferente, e l’avvio di iniziative concrete per tentare di respingere un eventuale tentativo di cessione.

Il 10 giugno la Società operaia di mutuo soccorso e istruzione di Cagliari rivolgeva un appello alla Società di mutuo soccorso di Sassari per proporre un’azione comune in difesa dell’italianità dell’isola, che veniva sancita con un giuramento “in nome dei morti per la patria di perire tutti prima di vedere l’isola contaminata dal gendarme straniero e dal Gesuita”.[69]

Ma ad alimentare la mobilitazione dell’opinione pubblica locale e nazionale contro un’eventuale cessione della Sardegna sarà soprattutto l’Asproni che non perdeva [p.55] occasione per denunciare il malgoverno piemontese nei confronti dell’isola. “Il governo dei piemontesi”, rimarcava, non solo aveva “fatto della... isola un deserto”,[70] durante una dominazione cominciata più di un secolo prima, ma continuava in tutti i modi nella sua azione nefasta; tanto che, durante il colera del 1855, giunse ad affermare che “il governo vuol decimata [dal colera] la Sardegna perché con la morte cessano i lamenti e le aspirazioni a scuotere il giogo tirannico ed aborrito dei Piemontesi”.[71]

Per superare questa situazione, ripeteva, non rimaneva “altro rimedio che il coltello per soccombere totalmente, o farla finita coi piemontesi”,[72] oppure, e questa era appunto l’aspirazione di fondo, la riconciliazione “nella generale fusione della grande famiglia italiana”,[73] perché “l’isola sarà sempre vessata, smunta e avvilita finché dipenderà da Torino” mentre le cose potrebbero cambiare “purché i Piemontesi diventino italiani”.[74]

L’uscita del primo articolo sulla Sardegna del Mazzini veniva accolto con entusiasmo dall’Asproni in quanto, “vendica gli oltraggi fatti alla povera Sardegna, e imprime sulla fronte dei nostri oppressori una sentenza di infamia eterna”. Con la sua intensa e accorata azione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sull’incombente pericolo che l’isola correva di essere ceduta dal governo sabaudo egli suppliva in qualche modo a quell’apatiache invece caratterizzava il comportamento della maggior parte dei sardi nei confronti degli avvenimenti che comunque avrebbero profondamente cambiato la loro vita.

All’Asproni riuscì pertanto anche di mobilitare e associare alla protesta la Società Unitaria di Palermo e la stampa repubblicana e democratica del Continente. Era anche in contatto con le Società operaie di Cagliari e Sassari, che cominciarono a fare pubblicità sul tema nel giugno del 1861, inserendolo nell’ordine del giorno al Congresso nazionale delle Società Operaie a Firenze nel settembre dello stesso anno.

La manifestazione fu un vero trionfo, soprattutto perché fu la prima volta che il Congresso riconosceva la possibilità di discutere di questioni politiche.

[p.56] I tentativi dell’Asproni, diretti a stimolare un’agitazione continentale contro la cessione dell’isola alla Francia, erano più che necessari in quanto la reazione alle notizie di cessione tra la popolazione era tardiva e curiosamente esitante. Egli stesso sperò che “questo impulso agiterà la pubblica opinione e scuoterà la stessa apatia dei sardi”.

Era convinto, infatti, che i sardi partecipassero a decidere il loro destino ora con minore passione e partecipazione rispetto agli anni 1847-48, che segnarono la “Fusione perfetta” dell’Isola al Piemonte con la fine del “Regnum Sardiniae” di impianto aragonese-spagnolo” e quindi della sua autonomia politico-istituzionale,[75] benché nel 1860 potessero contare su più giornali e su molti di più parlamentari.

Comunque la protesta sarda esisteva e col tempo diveniva più intensa. Era cominciata nel settembre del 1860 quando il mazziniano Gavino Soro fece un discorso al Consiglio provinciale di Sassari, che al termine della riunione approvava una mozione di protesta dai toni assai duri. “Il Consiglio, veniva rimarcato, non può che protestare preventivamente con tutta l’anima contro l’infame politica che volesse fare mercimonio della Sardegna, segregandola dalla madre patria dell’Italia”.

Ma la protesta si rivelò alquanto ambigua. Si protestò, in realtà, più contro il dominio francese, o contro l’arroganza sabauda, piuttosto che contro il dominio straniero di per se.

Emblematico, al riguardo, quanto dichiarato dalla “Gazzetta Popolare”: la Sardegna “sarebbe dovuta rimanere o italiana, o sarda, o inglese, ma francese non mai”.

Il che, tra l’altro, metteva in evidenza l’odio nei confronti di Napoleone III, reo di aver tradito a Villafranca gli impegni assunti con il Piemonte. Contestualmente veniva proclamata l’italianità della Sardegna, comprovata da dati linguistici e simili: “non vi ha cittadino nell’Isola, scriveva Giovanni Siotto Pintor, che non sappia adoperare, sopra [p.57] al dialetto, la lingua madre, o almeno non l’intenda pienamente; negare quest’italianità sarebbe un’assurdità, sarebbe come chiamare non inglesi quelli della Scozia”.

Insomma i sardi proclamavano la loro italianità, ma il vero inconveniente era pur sempre il dominio francese.

Solo nel maggio del 1860, quando oramai pareva chiaro che la Sardegna entrasse nella strategia dello scambio con la Francia per un allargamento del Piemonte su altre regioni continentali, Giorgio Asproni ammonirà gli intellettuali e i parlamentari sardi che “qualsiasi dominio straniero era inaccettabile”, ma il suo insegnamento non fu sempre accolto.

Alcuni studiosi sostengono, inoltre, che il Mazzini si decise a scrivere i suoi articoli sulla Sardegna “proprio per scongiurare il pericolo che si formasse una corrente favorevole all’unione con l’Inghilterra”.

E la “camarilla” di Cagliari, il gruppo dominante il Consiglio comunale, avrebbe collaborato senza indugio con la Francia, con l’Inghilterra e con lo stesso Papa, purché fosse lasciata libera di amministrare gli affari locali.

Alla morte del Cavour, avvenuta il 6 giugno 1861, toccherà al suo successore alla guida del governo, Bettino Ricasoli, respingere con decisione ogni illazione sulla possibilità di una cessione dell’isola. Egli, infatti, nel luglio del 1861, appena eletto capo del governo, s’impegnava pubblicamente in Parlamento, ancora una volta su pressione inglese, che il termine “terra italiana” comprendeva anche la Sardegna. L’11 agosto l’ambasciatore inglese Russel riferiva che il barone Ricasoli “non solo considera l’isola di Sardegna come terra italiana, ma come terra molto preziosa e per quanto lo riguarda non ha nessuna intenzione di cederla a nessuna Potenza; penserebbe piuttosto di cedere la Sicilia all’Inghilterra, prima della Sardegna alla Francia”.[76] Un’offerta implicita che il Russel si affrettava a respingere prontamente.

La pressione britannica era stata di per sé sufficiente per garantire che la cessione della Sardegna alla Francia non avrebbe avuto luogo. Il nuovo Stato italiano, infatti, era debole e non avrebbe potuto alienarsi le simpatia di una grande potenza mediterranea come l’Inghilterra. Inoltre non vi era territorio che il governo italiano potesse realisticamente sperare di guadagnare, anche attraverso la cessione dell’isola.

[p.58] Né era ipotizzabile un’altra alleanza franco-italiana contro l’Austria, per liberare il Veneto, considerata la debole posizione diplomatica di Napoleone III.

Le probabilità di una cessione apparivano quindi molto remote. L’allarme tra i patrioti sardi e i democratici italiani tuttavia non veniva meno, le prese di posizione sulla stampa democratica continuavano, sia pure con minore insistenza, e il Diario dell’Asproni ne da frequente testimonianza.

Ancora nel febbraio del 1862 l’Asproni annota nel Diario un incontro con Vincenzo Sulis[77] e Giovanni Sanna nel quale i tre avevano deciso, in caso di cessione dell’isola, di rientrare in Sardegna “a promuovere la resistenza armata a costo di farsi uccidere”;[78] e il 6 marzo riferisce di un colloquio avuto con Garibaldi a Villa Spinola a Genova nel corso del quale, “venendo ... su l’argomento della cessione”, aveva chiesto a Garibaldi: “Come possiamo dirci salvi, or che Rattazzi è al potere? Garibaldi slanciandomi uno sguardo di fuoco, ha esclamato: “E che? Non vi son carabine, non vi sono armi in Sardegna? Io sarò primo a brandirle, e se nol farò chiamatemi pure carogna”. Gli ho replicato, annota l’Asproni, che morrei al suo fianco con moltissimi altri concittadini, risoluti piuttosto a morire che a subir l’onta d’esser venduti”.[79]

Tra le voci autorevoli che si levarono in Sardegna a condannare l’eventuale cessione, anche se in ritardo rispetto all’Asproni, saranno quelle del Siotto Pintor, del Tuveri e del De Gioannis.

Ma i veri protagonisti erano diventati sempre più chiaramente Mazzini, Garibaldi e il Partito d’Azione, e la campagna stessa di mobilitazione popolare si era trasformata sempre più in una campagna contro la politica del Cavour e del governo, che infatti vedeva schierata, accanto alla Sinistra, anche l’ala clericale dello schieramento politico.[80]

In realtà, nonostante la battaglia politica portata avanti per la mobilitazione dell’opinione pubblica contro la cessione dell’isola, e le numerose prese di posizione contro il malgoverno piemontese in Sardegna, i democratici non seppero proporre una strategia vincente per il suo avvenire. Pur avendo sempre manifestato apertamente [p.59] ostilità nei confronti della politica portata avanti dal Cavour, a torto erano convinti che nell’isola esistesse un partito filofrancese. Si illudevano, inoltre, che la Sardegna, potesse facilmente prosperare se fosse stata liberata dai vincoli sabaudi.

L’ottimismo del Mazzini era comprensibile in quanto, fedele ad una linea ultranazionalista, non poteva non proclamare i benefici del governo “italiano”.[81] La storia lo smentirà. Il modello di governo che i Savoia imporranno all’ “Italia unificata” segnerà il destino non solo del Mezzogiorno e della Sardegna, che diventerà terra di confino per gli oppositori del governo.

Finché la Sardegna era stata unita al Piemonte aveva potuto anche essere considerata un appendice molto incerta dell’Italia, ma ormai non sarebbe più stato possibile sostenere questa opinione; malgrado la sua arretratezza e nonostante la sua diversità, era a pieno titolo una parte dello Stato unitario che ufficialmente aveva preso vita il 17 marzo del 1861. Il che voleva dire che dei problemi dell’isola e della sua gente, drammatici, come era chiaramente emerso nel corso della polemica sulla cessione, ora doveva farsene carico il nuovo Stato. Tale polemica, infatti, aveva fatto emergere che esisteva una questione sarda che bisognava affrontare e risolvere, e che perciò ora l’Italia doveva fare “ampia ammenda alla Sardegna delle colpe del Piemonte”.[82]

[p.60]
The publication of Crispi’s letters written during his time in exile. (Private Collection)


[53] Come è noto il trasferimento della Savoia e di Nizza alla Francia, negli accordi presi a Plombières e confermati con la convenzione segreta firmata a Torino il 12 dicembre 1858 e a Parigi il 16 dello stesso mese, era strettamente collegato soprattutto alla liberazione dell’Italia dall’occupazione austriaca. Cfr. Il carteggio Cavour-Nigra, vol. I, Zanichelli, Bologna, pp. 121 -24 e 312 -13.
[54] Cfr. G. Giarrizzo, Le relazioni diplomatiche fra la Gran Bretagna e il Regno di Sardegna, s. III, vol. VIII, Roma, 1962, n°. 12 0-1; C. De Biase, Mire francesi sulla Liguria e la Sardegna negli anni 1860-61, Le Monnier, Firenze, 1947, pp. 39-40; A. Levi, ‘Sardi nel Risorgimento’, in L. Del Piano (a cura di), I problemi della Sardegna da Cavour a Depretis 1849-76, Fossataro, Cagliari, 1976, pp. 27-12 9, a p. 94.
[55] G. Giarrizzo, Le relazioni diplomatiche fra la Gran Bretagna e il Regno di Sardegna, cit., n°. 12 3.
[56] Cfr. La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia, Carteggi di Camillo Cavour, vol. I, Zanichelli, Bologna, 1961, pp. 97-98.
[57] G. Solari, ‘Per la vita e i tempi di G. B. Tuveri’, in Archivio Storico Sardo, XI, 1916, p. 86.
[58] Sul pensiero politico e l’attività parlamentare di G. Asproni cfr. Diario politico 1855-1876, curato da C. Sole e T. Orrù, con un profilo biografico di B. J. Anedda, voll. I-VII, Giuffrè editore, Milano, anni 1974, 1976, 1980, 1981,1982, 1983 e 1991.
[59] Per un quadro esaustivo dell’azione e del pensiero politico del Tuveri cfr. G. B. Tuveri, Tutte le opere, vol. I, Il VeggenteDel Dritto dell’uomo alla distruzione dei cattivi governi, a cura di A. Accardo, L. Carta e S. Mosso, con introduzione di N. Bobbio, Carlo Delfino editore, Sassari, 1990; vol. II, Della libertà e delle casteSofismi politici, a cura di M. Corona Corrias e T. Orrù, Carlo Delfino editore, Sassari, 1992; vol. III,Opuscoli politici. Saggio delle opinioni politiche di G. Siotto PintorSpecifici contro il codinismo, a cura di G. Sotgiu, Carlo Delfino editore, Sassari, 1991; e vol. IV, Il governo e i comuniLa Questione barracellare, a cura di L. Del Piano e G. Contu, Carlo Delfino editore, Sassari, 1994.
[60] Gli articoli furono pubblicati sull’ “Unità italiana” nei giorni 1°, 5 e 11 giugno 1861. La Gazzetta popolare di Cagliari pubblicò in data 12 giugno 1861 il primo articolo del Mazzini mentre sospese la pubblicazione degli altri due. L’intero scritto venne riprodotto dal Corriere di Sardegna di Cagliari in data 23 aprile 1872 e sgg. (nn. 97-100). Ristampati in G. Mazzini, Scritti editi ed inediti, vol. XIII, Roma, 1884, pp. 1-24, furono raccolti in un opuscolo, a cura del Partito repubblicano dell’Associazione repubblicana di Cagliari, con prefazione di Francesco Mormina, col titolo Sardegna, Livorno, Debatte, 1896. Un’edizione anastatica fu allegata al n. 7 della rivista Autonomia Cronache di Sassari del giugno-luglio 1969. Tali articoli sono stati ripubblicati anche nel volume curato da F. Cheratzu, La Terza Irlanda. Gli scritti sulla Sardegna di Carlo Cattaneo e Giuseppe Mazzini, Condaghes, Sassari, 1995, pp. 163-186.
[61] Cfr. G. Siotto Pintor, Intorno alle voci di cessione dell’isola. Considerazioni, dichiarazioni, protesta dei popoli sardi, Vallardi, Milano, 1961.
[62] C. De Biase, Mire francesi sulla Liguria e la Sardegna, cit., p.83.
[63] G. Garibaldi, Scritti e discorsi politici e militari, vol. IV, Cappelli, Bologna, 1934, pp. 349-50. Cfr. anche E. Corda, Garibaldi in Sardegna (1842-1882), Rusconi, Milano, 1991.
[64] G. Mazzini, La Sardegna, in Scritti editi e inediti di Giuseppe Mazzini, per cura della Commissione editrice degli scritti di G. Mazzini, Roma, 1884, vol. XIII, ora riportato in F. Cheratzu (a cura di), La Terza Irlanda, cit., p. 164.
[65] Ivi, pp. 164-65.
[66] Ivi, pp. 165-66.
[67] Ibidem.
[68] Ibidem.
[69] G. Asproni, Diario politico1855-1876, cit., vol. III, a. 1980, p. 92.
[70] Ivi, vol. I, anni 1855-1857, p. 231.
[71] Ivi, p. 276.
[72] Ibidem.
[73] Ivi, p. 286.
[74] Ivi, p. 503.
[75] Su questa tematica cfr., fra gli altri, G. Siotto Pintor, Storia civile dei popoli sardi dal 1798 al 1848, Casanova, Torino, 1877; C. Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Stamperia Reale, Torino, 1848, ora in G. Sorgia, La Sardegna nel 1848, Fossataro, Cagliari, 1968; G. Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, Laterza, Bari, 1984; L. Del Piano, La Sardegna nell’Ottocento, Chiarella, Sassari, 1984 e I. Birocchi, La questione autonomistica dalla “fusione perfetta” al primo dopoguerra, in ‘La Sardegna, Storia d’Italia, Le Regioni dall’Unità a oggi’, Giulio Einaudi editore, Torino, 1998, pp. 132-199.
[76] Cfr. Public Record Office, London: Foreign Office 45:8, e F. Cheratzu, La Terza Irlanda. Gli scritti sulla Sardegna di Carlo Cattaneo e Giuseppe Mazzini, cit., 14.
[77] Sulla biografia politica del Sulis cfr. V. Sulis, Autobiografia, a cura di G. Marci con introduzione e note storiche di L. Ortu, Cuec, Cagliari, 1994.
[78] G. Asproni, Diario, cit., vol. III, p. 198.
[79] Ivi, p. 202.
[80] Tutta la stampa clericale a cominciare dall’Armonia si era infatti, fin dall’inizio, schierata contro la cessione.
[81] Sugli scritti politici del Mazzini cfr. F. Della Peruta, Giuseppe Mazzini. Scritti politici, Einaudi, Torino, 1976, voll. I-III,
[82] G. Mazzini, La Sardegna, cit., p. 8, ora anche in F. Cheratzu, La Terza Irlanda, cit.; L. Del Piano, La Sardegna nell’Ottocento, Chiarella, Sassari, 1984 e soprattutto G. Sotgiu, Storia della Sardegna dopo l’Unità, Laterza, Bari, 1986, pp. 109-134.


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