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lunedì 18 luglio 2011

LIMBA: QUEL SARDO INCANDESCENTE

Scritto per Sardegna Quotidiano

Le osservazioni dell'Università di Sassari sul piano triennale degli interventi di promozione della cultura e della lingua sarda, hanno surriscaldato il già incandescente dibattito tra gli specialisti della materia.
Per fare un esempio su come la questione linguistica sia un campo minato, basta ricordare le sciabolate che si sono inferti lo scrittore Marcello Fois e il linguista Diego Corraine, non molti mesi fa sulle pagine della Nuova Sardegna.
In sintesi Corraine sosteneva che la letteratura sarda è soltanto quella scritta in sardo, mentre Fois, che scrive libri in italiano, rispondeva che gli scrittori la lingua la fanno, a differenza di chi si è inventato un «aborto linguistico» come la Lsc.
Se il clima e i temi sono questi, è facile capire che qualsiasi profano di buon senso si tiene prudentemente alla larga dal campo minato. Soprattutto se ha la sensazione di non essere titolato ad esprimere un'opinione.
Senza strumenti è facile provare un senso di inadeguatezza, ancor più al cospetto di chi ha la tendenza ad atteggiarsi ad unico depositario della sola, vera, unica lingua possibile e (soprattutto) immaginabile.
Il discorso vale in misura maggiore se il profano è un columnist, un commentatore, ovvero «l'ultimo dei generalisti», per dirla alla Beppe Severgnini. Infatti, a detta degli specialisti, il peccato mortale del columnist sarebbe quello di essere un superficiale, di non essere uno specialista, appunto. Figuriamoci quindi se il commentatore, si azzarda a parlare di lingua. Piuttosto preferisce occuparsi del clan dei casalesi. Meno rischioso.
Il risultato è che il dibattito sulla lingua riguarda una ristrettissima cerchia di persone, una élite. Mentre i sardi, che magari confondono la Lsc con una malattia sessualmente trasmissibile, al bar parlano d'altro, spesso in un sardo non contemplato dai luminari della materia.
Sarebbe invece interessante conoscere la loro opinione sull'argomento. Se non altro perché mentre linguisti e scrittori sono impegnati a “inventare” o a “fare” la lingua, i sardi sono impegnati a parlarla. Più titolati di così...
Infatti se mai si giungerà alla fine della fiera, anche per i commensali più litigiosi sarà impossibile imporre il conto all'oste. Questa è la madre di tutte le questioni, al di là delle polemiche scaturite su altri temi trattati nel documento dell'Ateneo turritano.







7 commenti:

  1. Ti lassu un'intervista mia chi est bessia in 'Il Minuto' sèmpiri aingìriu de custas chistionis:

    http://www.ilminuto.info/2011/07/unintelletuali-impinniau-po-sa-lingua-sarda-intervista-a-ivo-murgia/

    A si biri

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  2. Il discorso vale in misura maggiore se il profano è un columnist, un commentatore, ovvero «l'ultimo dei generalisti», per dirla alla Beppe Severgnini. Infatti, a detta degli specialisti, il peccato mortale del columnist sarebbe quello di essere un superficiale, di non essere uno specialista, appunto. Figuriamoci quindi se il commentatore, si azzarda a parlare di lingua. Piuttosto preferisce occuparsi del clan dei casalesi. Meno rischioso.
    "Il risultato è che il dibattito sulla lingua riguarda una ristrettissima cerchia di persone, una élite. Mentre i sardi, che magari confondono la Lsc con una malattia sessualmente trasmissibile, al bar parlano d'altro, spesso in un sardo non contemplato dai luminari della materia.
    Sarebbe invece interessante conoscere la loro opinione sull'argomento. Se non altro perché mentre linguisti e scrittori sono impegnati a “inventare” o a “fare” la lingua, i sardi sono impegnati a parlarla. Più titolati di così..." GODO!

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  3. Corraine non è un linguista. Non è neppure laureato. Fa politica linguistica

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  4. La questione della lingua non è una questione linguistica ma la principale questione politica in Sardegna.
    Essa sottende tutto il resto, economia, cultura, istituzioni.
    ... Essa riemerge come un fiume carsico ogni qual volta si pongono grandi questioni di libertà e di cambiamento.
    Non è per questo una questione semplice, ma neanche difficile. Basta non voltare lo sguardo da un'altra parte..e perseverare nell'economicismo o nei luoghi comuni..

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  5. Salude.

    Credo chi tèngias resone in su fatu chi, in s'interis chi sa chistione linguistica abbarrat faina de espertos e cultores, sa gente no at mai a pigare cussièntzia de cale sunt sos problemas de politica linguistica.

    Duncas no est unu problema de pagu contu su chi as postu.

    B'at de nàrrer chi sa limba est pro sos sardos su chi est su fùbalu pro sos italianos. Ogni italianu si credet unu grande allenadore e ogni sardu si contat comente linguista. E gasi comente s'intendet issollòrios a pitzu de su pallone in totu s'Italia, in Sardigna si nde narant tantas pro custa chistione.

    Fintzas sas partes e partigheddas chi si sunt formadas, tenent tantu trigu betzu ammassadu, chi est dificurtosu a cumprèndere cale sunt sos problemas reales, e cussos postos pro trampare e disaogare s'arrèsonu.

    No est fatzile mancu in nudda, no.

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  6. Mastino ci ha fornito un'informazione importante e decisiva, spero:

    "Dove vogliamo arrivare: a insegnare “la” lingua minoritaria, o “in” lingua minoritaria (che sono due cose ben diverse)? Al di là di ogni considerazione soggettiva in merito, la seconda opzione impone più di una cautela, se non altro perché siamo in grado di sapere cosa pensano i sardi in merito a questo problema. Da una recente ricerca sociolinguistica, infatti, è emerso che moltissimi sardi sono d’accordo a introdurre il sardo a scuola. Quando però sono stati interrogati su come questo dovrebbe avvenire in pratica, la stragrande maggioranza (80,1%) si è dichiarata del tutto favorevole a dedicare una parte dell’orario settimanale all’insegnamento della varietà locale (in pratica, come avviene per le lingue straniere); una percentuale del 40,7% si è invece detta del tutto favorevole all’utilizzo di essa, al posto dell’italiano, per approfondire la conoscenza della storia e della cultura locale (dunque utilizzo del ‘dialetto’ come lingua veicolare, ma solo per trattare temi che a esso appaiono più connaturati); pochi (percentuali abbondantemente sotto il 10%) si sono detti invece del tutto favorevoli a impiegare la parlata locale e non l’italiano come lingua veicolare per lo studio di alcune o di molte materie curricolari. Spero sia chiaro."

    Allora è chiaro: i sardi vogliono che si insegni per 2-3 ore la settimana il sardo in sardo nella sua varietà locale (come si fa per l'inglese) almeno nella scuola primaria. Il materiale didattito lo prepareranno gli scolari con l'insegnato di sardo. Ma perché non si reclutano finalmente gli insegnanti per farlo? Negli ultimi decenni le università sarde hanno sfornato migliaia di persone abilitate a questo compito, ma ancora non esiste una figura professionale, almeno nelle scuole elementari, che insegna sardo in sardo. Questo prevedeva (anche se con tanti limiti) il disegno di legge presentato da Soru nel dicembre del 2008. Perché quella proposta non è stata aggiustata e approvata dalla giunta Cappellacci e dal Consiglio Regionale? Perché invece al posto di quel disegno di legge si è presentato un piano triennale che prevede "ben" 50.000 euro per insegnare il sardo a scuola e altri 2-3 milioni di euro per altre attività? È chiaro che il legislatore non vuole salvare la lingua trasmettendola alle giovani generazioni ma la vuole affossare sebbene, come ci ricorda Mastino: "pochi (percentuali abbondantemente sotto il 10%) si sono detti invece del tutto favorevoli a impiegare la parlata locale e non l’italiano come lingua veicolare per lo studio di alcune o di molte materie curricolari"

    Insomma, ci vuole gradualità, il biliguismo arriverà ma nci bolit tempus!

    www.sardinnia.it

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