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giovedì 18 agosto 2011

LA DIVINA TRAGEDIA DEL PURGATORIO CHIAMATO SARDEGNA

Scritto per Sardegna Quotidiano del 18/08/2011

L'immagine poetica e mitologica della Sardegna come un'Arcadia perduta, terra idilliaca abitata da pastori che vivono in perfetta armonia con la natura incontaminata, si è rivelata un efficace strumento di marketing turistico.
Il problema è che, all'Isola Giardino dell'Eden dove la gente vive in eterno, al di là del bene e del male e senza bisogno di nulla, hanno finito per crederci anche molti sardi.
Una pericolosa via di fuga dalla realtà che ostacola la crescita umana di chi la percorre.
Infatti, se gli adulti finiscono per credere alle favole che loro stessi raccontano ai bambini, rischiano di incappare in qualche disturbo di personalità. O “di nazionalità”, considerato il caso.
Nel celeberrimo settimo cielo del Paradiso dantesco, il Poeta incontra spiriti contemplativi che si muovono lungo una scala d'oro. La Sardegna pullula di spiriti contemplativi, solo che noi gli chiamiamo disoccupati, mentre la “cosa” lungo la quale si muovono è fetida e marrone.
Perché la Sardegna, diversamente dal Paradiso, è un luogo dove i pastori sono ridotti sul lastrico, la gente muore a causa delle nanoparticelle da uranio impoverito, ma soprattutto ha maledettamente bisogno di un lavoro.
Certo, sarebbe ingeneroso dipingere la Sardegna come un inferno, per quanto alcune aree particolarmente depresse gli somiglino parecchio.
Aree dove ignavi inseguono una bandiera senza insegna, dove iracondi si fanno vicendevolmente del male, dove autolesionisti vengono trasformati in alberi secchi e dove distruttori di arte e natura giacciono su spiaggie incendiate sotto una pioggia di fuoco. Poco importa se la spiaggie sono paradisiache.
Ingeneroso si diceva, perché la Sardegna somiglia molto di più al Purgatorio, che non a caso Dante colloca su un'isola. Perché il purgatorio è sì un luogo dove la gente patisce la fame e la sete e cammina portando pesi, ma è anche un luogo dove le anime sono già salve.
Solo che per giungere al Paradiso devono espiare, riflettere e penstirsi delle proprie colpe. Insomma, un luogo dove la responsabilità della propria condizione è esclusivamente personale, ma soprattutto un luogo dove l'attività principale è l'autocritica.
Perché il Paradiso bisogna guadagnarselo, mentre per il Purgatorio, a volte, basta il lavoro solitario di una mano peccatrice che, nel silenzio di una cabina, mette una croce su un simbolo a caso.


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