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lunedì 17 ottobre 2011

ADRIANO OLIVETTI, MOLTO PIU' DI STEVE JOBS

Scritto per Sardegna Quotidiano del 17/10/2011 e pubblicato col titolo:
"Un'Italia senza Steve Jobs, ma con Olivetti"

Adriano Olivetti
Qualche giorno fa un lettore di Repubblica scriveva al quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, lamentando che in un Paese come l'Italia, Steve Jobs non sarebbe mai potuto crescere.

Nell'Italia di oggi no, ma quella del passato ha saputo esprimere anche di meglio. E' il caso di Adriano Olivetti che ogni tanto dovremmo ricordare, se non altro per dirci che se è stato possibile, può esserlo di nuovo.

Classe 1911, di padre ebreo e madre valdese, Olivetti si convertì al cattolicesimo, a suo dire «per la convinzione della sua superiore teologia»Oppositore del fascismo e socialista liberale, come il suo amico Carlo Rosselli, insieme a quest'ultimo a Ferruccio Parri e a Sandro Pertini, partecipò alla liberazione di Filippo Turati imprigionato dal regime.

Laureatosi in ingengeria chimica al Politecnico di Torino e influenzato dal fordismo e dal teylorismo, prese in mano le redini dell'azienda di famiglia, trasformandola in pochi anni da una piccola fabbrica di prodotti per ufficio a una multinazionale delle nuove tecnologie.

«La tecnica elettronica» diceva Olivetti, «potrà avere nel futuro notevoli ripercussioni sul metodo di fabbricazione di prodotti attualmente realizzati in via meccanica: esiste quindi una ragione fondamentale di sicurezza che ci consiglia di non lasciarci cogliere impreparati quando la tecnica permetterà di trasformare alcuni nostri prodotti da meccanici a elettronici».

E' così che nel 1959, l'Olivetti commercializzerà l'Elea 9003, il primo elaboratore scientifico completamente transistorizzato. Nello stesso anno Adriano Olivetti morirà prematuramente, ma appena sei anni più tardi sarà proprio la sua azienda a produrre la Programma 101, il primo personal computer da tavolo.

A differenza della Apple di Steve Jobs, coinvolta in uno scandalo di sfruttamento di lavoro minorile in Cina, l'Olivetti costruì un vero e proprio falansterio, una fabbrica a misura d'uomo per far si che i dipendenti si sentissero parte di un progetto comune oltre che protetti da misure assistenziali all'avanguardia.

«Può l'industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell'indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?», si chiedeva Olivetti nel 1955. In tempi di indignados, domande quanto mai attuali.


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