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giovedì 27 ottobre 2011

TEST HIV: NON BASTA IL REFERTO, SERVE UNA SPIEGAZIONE

SOURCE: Comunicato stampa

La Lila denuncia l’ennesimo atto di leggerezza in campo di hiv. E’ sempre più frequente che quando un cittadino si reca ad effettuare il test per la ricerca degli anticorpi hiv, gli venga consegnata la busta con il referto senza una parola di accompagnamento. Ora se questo può andar bene nel caso di referto negativo, è chiaro che così non può essere in caso di una risposta positiva al test.

di Brunella Mocci

Accade sempre più spesso che i laboratori di analisi non siano in grado di far consegnare il referto da un medico ma deleghino il personale di turno a farlo tramite una busta chiusa, ed il cittadino viene lasciato in balia di se stesso. Basta poco per intuire cosa possa capitare ad una persona che si ritrovi in strada a leggere un foglietto con dei parametri che non capisce e accanto alla scritta hiv: positivo. Il mondo assume un altro colore e molto velocemente. Spesso istintivamente si torna indietro e si dichiara che forse c’è un errore in quel risultato. Il più delle volte si viene accolti con sufficienza e con l’invito a fare un altro test se si hanno tali dubbi.

Subentrano angoscia e paura, insieme al terrore di non sapere a cosa si va incontro, con chi parlarne, se andare dal proprio medico oppure no. Quasi sempre si cercano informazioni in maniera autonoma, magari sulla rete, e così facendo la scelta cade su di noi, sulla Lila. Noi che continuiamo, oramai da anni, a consigliare di effettuare il test esclusivamente in un ospedale pubblico, ricordando a tutti che è anonimo e gratuito per legge e non richiede impegnativa del medico di famiglia.

Oggi tutti gli operatori sanitari dovrebbero avere gli strumenti e le conoscenze utili per fornire un minimo di informazione al paziente che si scopre sieropositivo. Eppure riceviamo continue segnalazioni di casi simili, che evidenziano l’inadeguatezza di molti laboratori privati anche se convenzionati con il servizio sanitario nazionale. E’ impensabile dover ancora oggi affrontare simili situazioni e constatare la mancanza del minimo senso di professionalità e responsabilità nei confronti di chi risulta positivo al test, per l’evidente incapacità dei sanitari di comunicarlo, o semplicemente perché si ritiene esaurito il proprio compito con la consegna di una busta.

Ribadiamo con fermezza quello che da sempre sosteniamo, ovvero che la legge 135 del 1990, disciplinando la materia dell’hiv e dell’aids in Italia, suggerisce tra le altre cose che il contenimento dell’ infezione passa anche attraverso una corretta comunicazione al paziente fin dal primo momento. Questo al fine di supportarlo in un momento assai delicato, informarlo e insieme responsabilizzarlo sui suoi comportamenti futuri, in particolare quelli sessuali, gli unici che comportino il rischio di trasmettere il virus ad altre persone. Una corretta informazione oggi impone anche di non mostrare remore nel consigliare al paziente sieropositivo l’utilizzo del profilattico come unico strumento in grado di proteggere dal contagio i suoi eventuali partner.

Questo è un dovere non solo sanitario ma morale e sociale, nei confronti di tutta la popolazione, sieropositiva e non.

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