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mercoledì 18 aprile 2012

O INDIPENDENZA O MORTE... PER FAME - PERCHÈ LA SARDEGNA NON PUÒ FARE SCELTE DI POLITICA INDUSTRIALE

Per Giuseppe Sacco, Professore ordinario di relazioni e sistemi economici internazionali alla Luiss, si può parlare di politica industriale in presenza della «ambizione» e della «possibilità» da parte di un ente «di esercitare una scelta sui settori da sviluppare, sulla specializzazione produttiva da assumere nel quadro della divisione internazionale del lavoro [...], sul tipo di soggetti e di imprese da privilegiare». Naturalmente dalla politica industriale può dipendere, non solo l'industrializzazione, ma anche la deindustrializzazione ed eventualmente la reindustrializzazione di un Paese o di una determinata parte del suo territorio.

POLITICA INDUSTRIALE E SOVRANITÀ Va da sé che la «ambizione» e la «possibilità di esercitare una «scelta» presuppongono che l'ente emanatore della politica industriale sia detentore di un elevato grado di sovranità, intesa non solo da un punto di vista giuridico-formale, ma anche e soprattutto da un punto di vista politico-sostanziale. Dove non c'è sovranità, non può esserci né «ambizione» né «possibilità di esercitare una scelta», ergo non può esserci in alcun modo nessun tipo di politica industriale.


INDUSTRIALIZZAZIONE SUBORDINATA Ciò non significa che territori sorretti da enti a sovranità limitata o subordinata a quella di un altro ente di grado superiore o di pari grado ma con peso politico maggiore, non possano essere industrializzati. Significa però che in tal caso l'industrializzazione sarà anch'essa limitata o subordinata alla politica industriale di quell'altro ente. L'ente subordinato potrà limitarsi a porre in essere delle politiche «miranti ad attivare investimenti di qualsiasi provenienza e in qualsiasi attività, purché [creino] posti di lavoro», per usare sempre le parole del professor Sacco. Parole da lui utilizzate per descrivere la condizione in cui generalmente si trovarono i territori post coloniali del sud-est asiatico negli anni '70. Vedi Singapore come centro di raffinazione petrolifera. Per questa ragione, spesso, l'industrializzazione dei paesi cosiddetti in via di sviluppo è il risultato della deindustrializzazione dei paesi con economie avanzate, ovvero è la conseguenza indiretta di politiche industriali di altri Paesi. Ora, da che mondo e mondo, il massimo grado di sovranità appartiene allo Stato. È per questo che, da che Stato è Stato, la politica industriale è di esclusiva competenza del Governo di un Paese, per cui «ambizione» e «possibilità» sono riferiti a quest'organo politico.




L'IMPOTENZA DELLA R.A.S. Per queste ragioni, se non è ridicolo, è quanto meno bizzarro pretendere che la Regione Autonoma (si fa per dire) della Sardegna possa compiere delle scelte di politica industriale in relazione al territorio che dovrebbe rappresentare. Lo sarebbe anche nell'ipotesi improbabile (al momento, ahinoi, almeno quanto un "Sei" al Superenalotto) di avere la migliore delle classi dirigenti possibili, semplicemente perché le scelte di politica industriale, al di là della pura forma giuridica (Statuto compreso), nella sostanza politica non rientrano nelle sue competenze. (Se vogliamo soprattutto in senso letterale e/o etimologico, oltre che giuridico e politico). Ciò non toglie che, pur non essendo condizione sufficiente, l'espressione di una classe dirigente capace è assolutamente necessaria.


LA POLITICA INDUSTRIALE DELLO STATO IN SARDEGNA In ogni caso dovremmo già sapere perfettamente dell'impotenza della Regione in ambito di politica industriale, vista l'esperienza del celeberrimo (ma forse sarebbe meglio dire famigerato) Piano di Rinascita della Sardegna. Che fu senza alcuna ombra di dubbio il risultato di precise scelte di politica industriale, ma non certo poste in essere dalla Regione, bensì dal Governo italiano nell'esclusivo interesse dello Stato, in funzione dello sviluppo industriale del Paese. E naturalmente nell'interesse dei colossi del petrolchimico: la Saras di Angelo Moratti e soprattutto la Sir di Nino Rovelli. (Giusto per fare un esempio, la sola  Sir, sino al 1966, assorbì il 65% dei mutui erogati dal Cis per la provincia di Sassari).

IL PARERE DI SANDRO RUJU Riferendosi a quella fase politica, lo storico Sandro Ruju ha scritto: «Le strutture e la classe politica dirigente regionale non solo abbandonano le linee direttrici del Piano di Rinascita, ma accettano di svolgere un ruolo totalmente subalterno rispetto alle scelte centrali, senza cercare neppure di condizionare e controllare in qualche modo gli investimenti del monopolio petrolchimico. Ciò si spiega solo in parte con l'inadeguatezza sul piano tecnico dei diversi organi regionali o con la debolezza strutturale degli strumenti operativi che oggettivamente restringe i margini di autonomia. In effetti la forza del monopolio Sir risiedeva nella sua capacità di influenzare e di contare molto anche oltre i tradizionali campi d'azione di un'azienda». (Grassetto mio).

INDUSTRIALIZZAZIONE E POSTCOLONIALISMO In altri termini, all'impotenza strutturale si sommava quella derivante dal fatto che la Sir aveva un peso politico di gran lunga superiore a quello della Regione, come a dire che aveva un più ampio grado di sovranità. Viste anche le estreme condizioni di povertà dell'Isola, la Sardegna si trovò né più e né meno che in una condizione in cui generalmente si trovarono i territori post coloniali, tale da potere esclusivamente limitarsi a porre in essere politiche «miranti ad attivare investimenti di qualsiasi provenienza e in qualsiasi attività, purché [creassero] posti di lavoro», ovvero non a scelte di politica industriale ma a semplici «politiche di industrializzazione», per ritornare alle parole del professor Sacco.

IL “SUCCESSO” DEL PIANO DI RINASCITA Posti di lavoro che poi di fatto il Piano non creò. Dal 1963 al 1969, gli anni clou del cosidetto Piano di Rinascita (in cui tra l'altro i flussi migratori in uscita rimasero pressoché costanti), il numero degli occupati nell'industria calò dal 29 al 28% del totale degli occupati. Contemporaneamente il PIL dello stesso settore crebbe dal 26 al 32% del totale. Che poi era il reale obiettivo del Governo in funzione del Piano di Rinascita. Italiana. Giusto per comprendere quanto il petrolchimico in Sardegna fosse strategico per lo Stato, è bene tener presente il contesto storico in cui viene varato il Piano nel 1962: in quell'anno Enrico Mattei, presidente dell'Eni (Ente Nazionale Idrocarburi) muore in circostanze misteriose ancora tutte da chiarire.

IL PARERE DI PAOLO SAVONA Sempre in tema di Piano di Rinascita l'economista Paolo Savona ha scritto: «Certamente, il mancato collegamento con l'economia preesistente e le sue possibilità di sviluppo ha rappresentato uno dei difetti di funzionamento del vecchio modello di sviluppo; difetti acuiti dal comportamento del sistema finanziario sardo, che si è rivolto al finanziamento dell'impulso esogeno, invece di curare, come avrebbe dovuto curare nella logica della sopravvivenza del vecchio modello di sviluppo, il sostegno delle iniziative isolane di qualsiasi dimensione nell'intento di creare proprio quel terreno in cui l'innesto dello sviluppo sarebbe stato possibile o almeno reso probabile». (Grassetto mio).

TERZIARIZZAZIONE PRECOCE Tradotto: si sono favoriti gli interessi dell'industria chimica e petrolifera italiana, quando sarebbe stato più logico trasformare quel sistema arcaico agropastorale preesistente, in un sistema ultramoderno di industria (sottolineo industria) agroalimentare. Vecchio modello di sviluppo che invece si è preferito demolire senza sostituirlo con uno funzionale e funzionante. Il risultato è stato ciò che tecnicamente si chiama «terziarizzazione precoce», ovvero lo sviluppo dei servizi non derivante dell'espansione dell'industria e dell'agricoltura, ma, al contrario, dallo scarso sviluppo degli altri due settori.

L'INDUSTRIA AGROALIMENTARE Bisogna precisare che oggi per industria agroalimentare si intende tutto ciò che riguarda la raccolta, la trasformazione, la conservazione e la commercializzazione dei prodotti derivati dall'agricoltura, alimentari e no, in un ottica razionale e moderna: in una parola, appunto, industriale. Si tratta di un settore strategico a livello mondiale, tant'è che le multinazionali del settore campeggiano quasi tutte nelle prime 50 posizioni della classifica dei fatturati.

PURA FOLLIA Oggi il settore in Sardegna agonizza prevalentemente perché fatica a mettersi al passo coi tempi allo scopo di essere competitiva nelle sfide del mercato globale. Infatti importiamo l'80% dei prodotti agroalimentari: una follia! Soprattutto in relazione alla densità di popolazione sarda e quindi alla percentuale di terreni agricoli disponibili in rapporto alla popolazione. I prodotti dell'industria lattiero-casearia sono al terzo posto nella classifica dell'export dell'economia sarda*, ma ciò non ha impedito che i pastori finissero sul lastrico per ragioni legate al cattivo funzionamento del sistema. Le prime due voci della classifica dell'export sono i derivati dalla raffinazione del petrolio e i prodotti chimici di base. Ciò significa che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questo settore occupa un numero di addetti irrisorio se lo si raffronta al Pil che produce.

L'ESEMPIO DELL'URUGUAY Tornando all'industria agroalimentare, un esempio di successo ce lo offre l'Uruguay, del quale Il Sole 24 Ore ci dice: «la crisi economica mondiale ha colpito l'Uruguay in modo lieve. Il Prodotto interno lordo ha ridotto la sua crescita rispetto agli anni precedenti, ma sul dato relativo al 2009, + 2,9 per cento, molti altri paesi avrebbero messo con entusiasmo la propria firma. L'agricoltura e l'industria agroalimentare producono il 30 per cento della ricchezza uruguaiana e garantiscono due terzi delle esportazioni totali. Le coltivazioni principali sono il riso, il mais, il girasole e la canna da zucchero». Il sito del quotidiano della Confindustria aggiunge anche che «negli ultimi anni sono cresciute molto anche le aziende che operano nel comparto IT. In proporzione al numero di abitanti, l'Uruguay è uno dei principali produttori ed esportatori di software del mondo». Quindi l'economia uruguaiana non è fatta solo di agricoltura, ma si basa sulla diversificazione degli investimenti industriali.

L'ESEMPIO DELLA FRANCIA Ma se volessimo prendere un esempio europeo, scopriremmo con sorpresa che anche «l'economia francese é estremamente diversificata, con l`agricoltura e l`industria agro-alimentare che rappresentano la voce principale del Pil nazionale», come rileva l'Agenzia per la mondializzazione dell'impresa. A testimonianza del fatto che non è più necessariamente l'industria pesante a fare la differenza o a reggere l'economia di un Paese, nemmeno quando questo Paese è una potenza economica mondiale.

DIVERSIFICAZIONE VS MONOCULTURA La parolina magica di questi esempi è "diversificazione" che è il contrario della monocultura industriale prevista dal Pino di Rinascita. Sarebbe  infatti poco credibile sostenere che la Sardegna sarebbe potuta o possa diventare florida SOLO con l'industria agro-alimentare. È molto più credibile sostenere che sarebbe potuta o lo possa diventare ANCHE attraverso di essa. Per esempio un altro settore che ha dimostrato di poter attecchire e che ha ancora parecchie potenzialità da esprimere è certamente l'Itc. D'altronde è con l'industria ad alta tecnologia che, per esempio, Pittsburgh, la città degli Stati Uniti dove ha sede legale l'Alcoa, ha prevalentemente reindustrializzato il territorio dopo aver smantellato, bonificato e riconvertito. Delocalizzando (anche in  Sardegna!) l'industria siderurgica.

DEINDUSTRIALIZZAZIONE IN SARDEGNA Il punto è che si è creduto che la Sardegna sarebbe potuta diventare florida SOLO con l'industria chimica con tuttalpiù il supporto minimo del turismo. (Il consorzio Costa Smeralda viene istituito lo stesso anno del Piano di Rinascita). Invece di quell'esperienza degli anni '60 è rimasta solo la Saras. Che non è eterna e che, a voler essere franchi, con tutta probabilità non durerà così a lungo come si potrebbe credere. Esattamente come gli ultimi residui di industria pesante nell'Isola. Questo, già nell'immediato, rappresenta per la Sardegna un problema di enormi proporzioni.

DUE PRIORITÀ Infatti, come abbiamo visto all'inizio di questo ragionamento, dalla politica industriale non solo può dipendere l'industrializzazione, ma anche la deindustrializzazione e, quel che più ci interessa, la reindustrializzazione, previa bonifica, del territorio. Ora, la Sardegna ha disperatamente bisogno di due cose:

- di una politica industriale (non di un'altra politica di industrializzazione) derivante da:

- un modello di progresso (non di un semplice modello di sviluppo) culturale, sociale, scientifico, tecnico ed economico.


PRIORITÀ E SOVRANITÀ In questo ragionamento abbiamo però anche visto che la Regione Autonoma (si fa sempre per dire) della Sardegna, non è nelle condizioni di poter mettere in atto delle scelte strutturali di questo tipo, perché non è dotata di un sufficiente grado di sovranità politico-sostanziale. E senza una progressiva mutazione dell'assetto istituzionale, teso ad avviare un processo di cessione di pezzi di sovranità dallo Stato alla Regione in un'ottica di riassetto europeo finalizzato ad affrontare le nuove sfide della globalizzazione, essa si troverà eternamente nella condizione di dover delegarle, ovvero supplicarle ed eventualmente subirle dallo Stato. Che da sempre non asseconda nessuna richiesta perché naturalmente ed evidentemente è portatore di interessi che contrastano con quelli della Sardegna.

NEL LUNGO TERMINE SAREMO TUTTI MORTI? Si potrà obiettare che si tratta di un processo di lungo termine e che, per dirla con le parole di John Maynard Keynes «nel lungo termine siamo tutti morti», mentre la Sardegna necessità di risposte immediate all'emergenza. A questa eventuale obiezione rispondo che per le risposte immediate, come ho cercato di dimostrare, siamo comunque nelle mani dello Stato (per esempio una delle priorità improcrastinabili è quella di recuperare al più presto i circa 9 miliardi della vertenza entrate, ma dipende dalla clemenza dello Stato) e che la Sardegna convive con una situazione d'emergenza da più di sessant'anni. Per cambiare le cose da qualche parte bisognerà pur cominciare.


SARDEGNA STATO EUROPEO Per queste ragioni, invece che subire o addirittura opporre resistenza al processo già in atto di lenta ma progressiva disgregazione degli Stati-nazione, evidentemente in crisi e non più funzionali al sistema economico globalizzato, i sardi devono avere il coraggio di rivendicare, guidare e governare il processo di acquisizione progressiva e pianificata di pezzi di sovranità, al termine del quale la Sardegna, da regione della Repubblica Italiana, si ritrovi mutata a Stato federato di un'Europa non più confederazione ma finalmente federazione di Stati.

IL PROCESSO DA SOLO NON BASTA In conclusione è bene precisare che l'avanzamento del processo, come il suo compimento definitivo, sono condizione necessaria alla nostra sopravvivenza, ma niente affatto sufficiente. L'altra condizione necessaria e non sufficiente è data, come già detto, dall'esigenza di esprimere nel breve termine una classe dirigente competente e capace. Proprio per evitare nel lungo termine di essere tutti morti... di fame.



*Fonte: Istituto nazionale per il commercio estero


ALCUNI RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:


- SANDRO RUJU, Storia della Sir in Enciclopedia della Sardegna a cura di Manlio Brigaglia, Cagliari 1982;


- PAOLO SAVONA, L'economia della Sardegna: una chiave di lettura. in Enciclopedia della Sardegna a cura di Manlio Brigaglia, Cagliari 1982;


- GIUSEPPE SACCO, La crisi e il mondo reale in Limes - Rivista italiana di geopolitica, Roma 2012;





1 commento:

  1. Sulla diversificazione sono d’accordo ma tenendo presente che un’economia piccola come la nostra può sopravvivere solo se ha un forte zoccolo duro di “settori di punta” (produzioni che possano essere competitive a livello europeo). La motivazione è semplice: mentre le economie nazionali (di grandi dimensioni) possono fare affidamento su forze interne al sistema stesso (domanda interna) per il proprio sviluppo, le economie regionali (piccole e specializzate come la nostra) non rappresentano da sole un mercato abbastanza ampio per reggere con le proprie gambe: esse dipendono in maniera cruciale da fattori esterni.

    Alcune teorie ritengono che in una piccola economia le poche risorse finanziarie disponibili le si debba concentrare solo sui cd. “settori di base” (imprese locali che dipendono interamente da fattori non locali: es. la Saras o la Fiat, che vendono i propri beni a livello nazionale e internazionale e si rivolgono al mercato regionale solo in piccolissima parte. Tuttavia si tratta di imprese che pesano in termini di posti di lavoro e di produzione: la Saras da sola rappresenta il 3% del PIL isolano).

    Perché puntare sui “settori di base”? Perché ci proteggono dalle crisi cicliche che una piccola economia regionale si trova a dover costantemente affrontare.

    Mi chiedo se davvero, nelle attuali condizioni, l’industria agroalimentare possa rappresentare uno dei nostri “settori di base”, ovvero una produzione sufficientemente forte da poter competere a livello europeo? Secondo me occorre riflettere meglio su quali settori intendiamo puntare.

    L’esempio della Francia è corretto, ma va contestualizzato: in Francia sono localizzati i più grandi gruppi agroindustriali europei (quelli che beneficiano in misura maggiore dalla politica agricola comune) …mentre noi quali grandi gruppi possiamo vantare? Le nostre sono per la maggior parte piccole imprese…che vengono piuttosto tartassate dalla PAC…(se la torta è 100, le nostre piccole imprese beneficiano meno dello 0,1%)

    Una Sardegna indipendente può competere con il resto del mondo se punta (come giustamente hai fatto notare tu) sul capitale umano, sull’innovazione e sull’Europa.
    Però prima deve capire bene su quali settori intende premere per poter uscire dall’empasse e garantirsi uno sviluppo sostenibile nel lungo periodo.
    E qui l’Europa qualche suggerimento ce lo sta dando…sta a noi coglierlo ;)

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