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martedì 11 settembre 2012

AUSTERITY

Mio cugino aveva l’aria di uno che la fa sempre franca e aveva più volte ripetuto cosa bisognava fare e apostrofava l’11 settembre come una data di non ritorno.
Tutte le finestre dell’aula erano spalancate per via delle sigarette, e fuori l’estate sospirava in un addio quasi commosso e raggiante, felice forse, mentre le persone e le auto e gli alberi e i palazzi e i negozi tutti d’intorno sembravano fare finta dell’indispensabile.

di Daniele Garzia

Io mi sentivo uno stupido a starli a sentire. Non li seguivo, con tutte le parole che dicevano, ma più di tutto non riuscivo a capire il motivo di tanta rabbia. Mi veniva difficile da pensare che tante cose si potevano provare in merito a fatti così lontani.
– C’è una crisi economica totale, ecco perché! – tuonò d’un colpo mio cugino, seduto accanto a me sopra uno dei banchi disordinati. Ne seguirono da più parti esclamazioni indistinte circa il rincaro petrolifero o Israele.

A un tratto il vespaio fu tale che mi aveva fatto distrarre dall’Ottobre e fui costretto a stare attento a quanto succedeva, ma sembrava che tutto fosse praticamente deciso, e capii con un certo ritardo che la nostra scuola sarebbe stata occupata e che la protesta “si sarebbe fatta seriamente”, così aveva detto mio cugino chiudendo il chiacchiericcio.

Io non ho mai fatto troppa attenzione a queste cose, ma posso dire con una certa sicurezza come la mente delle persone che popolavano il mio liceo non fosse illuminata da grandi bagliori di genialità. Mio cugino però era sveglio e parlava bene, tanto da farsi ascoltare dalle persone e, anche se non sono sicuro di questo, credo fosse la mente di quel manipolo di imberbi, o comunque qualcosa che gli si avvicinava. Io lo guardavo con ammirazione e avrei voluto farcela anch’io, come lui, ad avere tanto spirito così.

Poi uscendo dal portone dopo la riunione, mi accorsi che era stata un’illusione e che quelli erano giorni di autunno, perché l’aria era priva di quel sapore marino e secco della bella stagione. Mentre mi guardavo intorno aspettando che levasse la catena dalla vespa, mio cugino, con le mani impegnate, mi chiese se la cosa mi convincesse. Gli risposi che non lo sapevo ma che mi fidavo di lui. Così mi sorrise e capii che quello era più di un saluto, e me ne andai tranquillo a percorrere via Grazia Deledda per poi trovarmi tra le persone di un sabato pomeriggio in via Dante, e sempre con i miei occhi curiosi avanzai verso casa.

Il lunedì successivo qualche centinaio di persone era pronta a occupare il Liceo Scientifico di Stato Michelangelo. Io me ne stavo stretto tra i miei compagni di classe e assistevo da lontano ai gesti di mio cugino, che presumibilmente dava indicazioni e direttive ai suoi. Sembrava parlare teso ed emozionato, con addosso quella sua aria furba e sicura di chi sa quello che vuole.

Quello che successe nei minuti successivi fu molto veloce e confuso; gli studenti spinsero sul portone in blocco e conquistarono l’interno. Per quello che mi era parso di capire dalle parole delle mie compagne, al Preside erano state intimate le intenzioni degli occupanti e il personale invitato a lasciare l’edificio. Il Preside, con quel suo aspetto da burocrate occhialuto e paludato, fu fuori in breve e si unì al gruppo degli insegnanti che se ne stavano stretti e sornioni a condannare l’accaduto nel marciapiede a qualche metro dal portone.
Nelle successive ore mio cugino Francesco divenne il capopopolo dei corridoi e cercava di tenere a bada la situazione.

Tutta quella baraonda mi stava bene perché io non ero un buon studente e di stare con i miei compagni, i miei migliori amici, il giorno e la notte a tempo indeterminato, mi sembrava un ottimo diversivo.
Così ci trovammo stretti nel corridoio a sentire il rimbombo del megafono e la voce artificiale di mio cugino:
– Quanto accaduto l’11 settembre… – disse Francesco con un certo controllo – non può che spingerci a una vertenza in solidarietà del popolo cileno orfano del suo presidente Allende brutalmente assassinato dal colpo di stato militare…

Quello che mi piace ricordare fu il viso piacevole e disteso di Virginia che ascoltava commossa le parole di mio cugino Franco. Quella sua aria innamorata la prese per tutto il giorno, e anche quando tutti stavamo saltando da una parte all’altra della nostra scuola, finalmente libera e conquistata, lei mantenne quel sorriso taciuto e restò a guardare fuori con addosso la sua bellezza leggera e suoi capelli castani. Poi mi presero i nostri scherzi, miei e degli amici, e me ne dimenticai.

Quando s’era fatta sera le persone sembravano meno e sarebbero diminuite costantemente da qui alla fine. Ma intanto nelle aule le chitarre suonavano ancora e i corridoi erano pieni di risate.
È allora che ho capito che le cose vere a scuola erano le nostre chiacchiere nelle ore più difficili tra seno e coseno, le risate, i commenti sottovoce, i voti più bassi, le gomme sotto il banco.

Così me ne andavo con le mani in tasca a guardare tutto, e proprio mentre mi ero fermato a chiacchierare con un tipo in bidelleria incrociai mio cugino. Mi prese per un braccio: – Allora? – disse.
– Allora, cosa?
Risi un poco e anche lui. Dissi:
– La polizia ci fa il culo a capanna!
Così ridemmo entrambi e poi lo accompagnai in classe e anche lui si fece prendere la mano per un poco dalle cose meno importanti.

Le notti furono stanche e fuggevoli, fredde anche. Capii che ciò che riguardava la libertà sessuale si stava consumando nell’aula dove erano accatastate le sedie. E io guardavo Virginia alla luce delle lampade occasionali di chissà chi, in due angoli dell’aula. Pensavo, senza dirle nulla, che lei si aspettasse qualcosa. Ma non da me, per quanto l’amassi. E io non avrei preso il coraggio a due mani e non l’avrei mai convinta, perché per quella nottata lei non stava da nessuna parte. Non avrei mai trovato il coraggio per sorprenderla, o trovare parole che non ho mai avuto.

Si susseguirono dalla prima mattina in poi discorsi mai iniziati e mai finiti sugli equilibri internazionali, intervallati da attimi alcolici e urla divertite. Fu il trionfo delle aule affumicate. A ogni ora finti allarmi sulla polizia. Io guardavo tutto e so che non ho compreso bene il senso che mio cugino Francesco, detto Franco, ci teneva che capissi, eppure mi sentivo felice e non mi ero stancato di ridere.

Così arrivò la pioggia e tutto finì. Fuori dalla scuola si ripiegarono striscioni e volantini. Il bilancio fu drammatico: otto vetri rotti, due cessi andati, nove delle tredici compagne incinte, l’11 settembre seppellito da un uomo in divisa e mio cugino rattristato. Al popolo cileno non era stata restituita la sua dignità e io divenni sicuro di non poter essere il protagonista di tutto quello che sarebbe successo.

Ma andava bene così. Ero felice perché avevo il cuore che scoppiava per aver battuto senza sosta e dopo tutto ero pronto a tornarmene a casa, mentre mio cugino s’allontanava veloce sulla sua Vespa, stretto tra le braccia di Virginia.


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