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lunedì 26 novembre 2012

CON L'INDIPENDENTISMO CATALANO «TORNA IL FEUDALESIMO» O SI VA VERSO GLI STATI UNITI D'EUROPA?

Le elezioni per il rinnovo del Parlamento catalano hanno visto una riconferma del Presidente uscente Artur Mas, che sembra però aver perso il suo braccio di ferro personale con il premier spagnolo Mariano Rajoy. Mas aveva indetto elezioni anticipate per forzare la mano con il governo centrare di Madrid allo scopo di ottenere un nuovo patto fiscale, arrivando addirittura a sbandierare lo spauracchio della convocazione di un referendum sull'indipendenza della Catalogna; lui e il suo partito che indipendentisti non lo sono mai stati.

La CiU di Mas, pur avendo rivinto le elezioni, ha infatti perso ben 12 seggi e non avendo più la maggioranza assoluta, sarà costretto a fare delle alleanze per poter governare. Dalle elezioni catalane è però emersa una tendenza importante: due terzi dei seggi del Parlamento catalano sono occupati da forze indipendentiste o comunque sovraniste e Erc, il più importante partito indipendentista catalano, è il secondo partito avendo scalzato anche il Partito Socialista.

Il leader di CiU, Artur Mas
Naturalmente è poco probabile un governo di tutte queste forze, considerate le distanze culturali e anche ideologiche, oltre che programmatiche, che intercorrono per esempio tra i centristi della CiU di Mas e la sinistra di Erc. Ma al di là delle questioni meramente tecniche, dal punto di vista geo-socio-politico, come va interpretata questa forte tendenza indipendentista che in Europa non riguarda solo la Catalogna?

Il filosofo Fernando Savater
In un'intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera, il filosofo Fernando Savater, «il pensatore spagnolo più conosciuto al mondo. Un Bernard-Henri Lévy iberico» - come lo ha generosamente definito il quaotidiano di via Solferino - ha dichiarato che l'umanità «sta cercando di mettere gli interessi democratici in comune, abolire i confini, estendere l'area geografica dove i diritti individuali siano protetti».

Ulrich Beck
Dichiarazione che, per quanto esageratamente ottimistica, è tutt'altro che priva di fondamento ed è sostanzialmente condivisa da molti colleghi intellettuali di Savater, come il sociologo inglese Anthony Giddens, fautore della cosiddetta «Terza via», e quello tedesco Ulrich Beck, entrambi libertari come Savater ed entrambi studiosi e profondi conoscitori delle dinamiche della globalizzazione. Per Beck è necessario un «secondo illuminismo» che configuri una «seconda modernità» finalizzata al superamento dello Stato-nazione in luogo di uno «Stato transnazionale».

Secondo Savater andare «in direzione contraria vuol dire riavvolgere la moviola della storia. Invece di vivere uniti sotto la stessa legge che accetta lingue e diversità, ci si divide. Così torna il feudalesimo». Nautaralmente per Savater la «direzione contraria» è rappresentata dalle rivendicazioni indipendentiste catalane, che egli vede di ostacolo all'unificazione europea perché incompatibili con una visione «transnazionale» del mondo.

Ora, è chiaro che il «Bernard-Henri Lévy iberico» non può in alcun modo non essere consapevole di fare ricorso al più scontato dei luoghi comuni come un banalissimo uomo qualunque in un bar di Madrid; per cui è evidente che la sua fallacia argomentativa è del tutto volontaria e dimostra che la sua non è l'opinione dell'accademico quale lui è, ma una mera opinione politica.

Anthony Giddens
Anthony Giddens in un suo saggio del 1999 intitolato Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, ci spiega infatti, che la maggioranza delle persone è convinta che «la globalizzaizone sia semplicemente il «trasferire» il potere o l'influenza delle comunità locali e delle nazioni nell'arena globale» mentre in realtà essa «non spinge solo verso l'alto ma anche verso il basso, creando nuove pressioni a favore delle autonomie locali».

Ma al di là di Giddens, qualsiasi altro sociologo di fama mondiale (da Bauman a Robertson, passando per Sassen e Harvey e il già citato Beck, per quanto su posizioni anche molto diverse tra loro in merito alla globalizzazione), sarebbe in grado di confutare l'opinione di Savater. 

«Il pensatore spagnolo più conosciuto al mondo» commette però un'altra fallacia, questa volta inconscia, quasi freudiana, cadendo in un'evidente contraddizione. Infatti, mentre nella sua prima affermazione parla della ricerca da parte dell'umanità di «abolire i confini», nella seconda parla di un ritorno al feudalesimo a causa dell'indipendentismo.

L'Europa feudale nel 1328
Peccato che nel feudalesimo in quanto sistema socio-politico, il concetto di confine che l'umanità cerca oggi di «abolire», era un concetto del tutto inesistente. L'Europa feudale era, per così dire, molto più "globalizzata" dell'Europa compresa tra i 200 anni esatti che vanno dalla rivoluzione francese alla caduta del muro di Berlino.

Il concetto di confine al quale oggi facciamo riferimento, e al quale fa riferimento anche Savater, nasce nell'800 proprio con l'avvento dello Stato-nazione di concezione borghese (che appunto sostituirà il feudalesimo e al quale Savater è evidentemente affezionato), in cui il confine, rigido e impermeabile, serve a delimitare un territorio in cui vive un popolo e all'interno del quale si esercita la sovranità dello Stato stesso. 

David Harvey
«La globalizzazione deforma [...] i confini, creando nuove zone economiche e culturali dentro e attraverso le nazioni» scrive Giddens nell'opera citata; «pensiamo alla [...] Catalogna, dove è situata Barcellona, è strettamente integrata nell'Unione europea. È parte della Spagna ma è anche altrove». Sulla stessa posizione è anche il sociologo e geografo David Harvey che parla di «deterritorializzazione» e «riterritorizzazione» del territorio.

È chiaro che deformarne i confini mette seriamente in discussione l'esistenza dello Stato-nazione, perché ne mina uno dei suoi elementi costitutivi. Ed è chiaro, quindi, che la contraddizione in cui cade il filosofo iberico nel cercare di perorare la causa "progressista" e "internazionalista", tradisce un malcelato conservatorismo nazionalista, che nel progredire dell'intervista non tarda a manifestarsi in modo molto più palese.

Come quando Savater - dopo che Andrea Nicasto, il bravo giornalista del Corriere, gli fa notare che i Catalani «parlano di «nuovo stato d'Europa» per sottolineare che nessuno perde i diritti di cittadino europeo» - fa una considerazione quanto meno discutibile quando sostiene che è con gli stessi «atteggiamenti» nei confronti del franchismo che i catalani hanno impedito «alla Spagna uno sviluppo democratico moderno», perché quando «Lluìs Companys proclama dal balcone di Barcellona la "Repubblica indipendente catalana nell'ambito dello Stato federale spagnolo" di fatto apre la crisi che porta al golpe militare di Franco». Bizzarro.

Il conservatorismo nazionalista è talmente evidente che a quel punto Nicasto non può fare a meno di chiedergli «perché il nazionalismo spagnolo che vuole trattenere la Catalogna sarebbe migliore del nazionalismo catalano che vuole separarsi?». La risposta di Savater è illuminante: «Infatti non lo è. Non si può vietare l'uso del catalano, il manifestarsi delle diversità [cosa che per altro la Spagna democratica non fa! nota mia]. Quel che invece è buono è il patriottismo [sic!]  costituzionale spagnolo [...]».

Insomma, nella sostanza Savater con i suoi argomenti, sostiene il contrario di quello che vuole negare e cioè che il nazionalismo spagnolo è migliore di quello catalano. Ed è proprio questo genere di nazionalismo il maggiore ostacolo all'unificazione politica europea: il classico esempio del bue che dice cornuto all'asino.

Eric Hobsbawm
A questo punto c'è rimasto talmente poco da dissimulare che Savater, nel procedere dell'intervista si lascia andare e ammette apertamente che «la Spagna senza Catalogna non vive. Commercialmente, storicamente, geograficamente, non vive». Questa è la vera paura del conservatore nazionalista spagnolo. Paura più che motivata, stando a quanto dice il grande storico inglese scomparso il mese scorso, Eric Hobsbawm, in un saggio del 2004 contenuto all'interno di un libro intitolato non a caso La fine dello Stato.

Zygmunt Bauman
Hobsbawm sostiene che «L'integrità degli Stati moderni  - ciò che i francesi chiamano «la repubblica una e indivisibile» - non è più data per scontata». Secondo lo Storico «per la prima volta in un secolo e mezzo possiamo porci realisticamente questa domanda: [...] fra trent'anni ci sarà ancora una singola Spagna - o un'Italia, o una Gran Bretagna - come centro primario della lealtà dei suoi cittadini?». E ancora si chiede: «Nel XXI secolo, che cosa sostituirà lo Stato-nazione (ammesso che venga sostituito da qualcosa) come modello di governo popolare?».

Saskia Sassen
Hobsbawm non azzarda nessuna ipotesi a riguardo; quel che è certo è che lo storico inglese sembra propendere per «l'estinzione» dello Stato-nazione, per usare un termine caro a Marx, anche se per ragioni completamente opposte a quelle auspicate dall'economista e sociologo di Treviri. Dello stesso avviso sembra essere anche Zygmunt Bauman (un altro grande della sociologia mondiale, di origine polacca ma residente da anni in Inghilterra), mentre altri come Giddens e Beck, ma anche l'economista e sociologa americana di origine olandese Saskia Sassen, propendono più per una sua ridefinizione e un cambiamento del suo funzionamento.

Ma tornando alla contrapposizione tra il nazionalismo spagnolo e quello catalano, se non si può affermare che il nazionalismo spagnolo è migliore di quello catalano, si può affermare il contrario? Si può affermare che il nazionalismo catalano è migliore di quello spagnolo? Certamente no. Si può però ragionevolmente affermare che se il nazionalismo spagnolo è conservatore, quello catalano è progressista. Per lo meno lo è nella misura in cui il parametro di riferimento per questo tipo di valutazione è la creazione degli Stati Uniti d'Europa in funzione della globalizzazione. Creazione che inevitabilmente comporta la disgregazione dei vecchi Stati-nazione di derivazione borghese ottocentesca, il quale nazionalismo, come già detto, è attualmente la forza resistente alla cessione di sovranità all'attuale Unione Europea.

Daniel Bell
Ma non basterebbe questa cessione di sovranità verso l'altro senza che contestualmente ce ne sia anche una verso il basso? Non sarebbe sufficiente che gli attuali Stati-nazione si trasformassero in stati federati di uno stato federale senza un'ulteriore frammentazione? La risposta a questa domanda è no - e qui veniamo al nocciolo della questione - per una ragione molto semplice che un grande sociologo americano, Daniel Bell, anch'egli scomparso all'inizio dell'anno scorso, aveva già lucidamente intuito nel 1987, due anni prima della caduta del Muro: «con la globalizzazione lo Stato-nazione è ormai divenuto troppo piccolo per i grandi problemi globali e troppo grande per i piccoli problemi locali».

Detto in altri termini per affrontare i grandi problemi globali è necessario uno Stato più grande dell'ormai obsoleto Stato-nazione (uno Stato grande come gli Stati Uniti d'Europa) e, contestualmente, per i piccoli problemi locali è necessario uno Stato più piccolo del vecchio Stato-nazione (nella fattispecie uno Stato piccolo come la Catalogna).

Roland Robertson
Il termine «globalizzazione» è infatti ritenuto riduttivo da diversi studiosi del fenomeno.  Per questa e per altre ragioni il sociologo scozzese Roland Robertson ha quindi introdotto il concetto di «glocalizzazione» nel dibattito scientifico occidentale: un neologismo composto dai termini «globalizzazione» e «localizzazione» comparso alla fine degli anni '80 in Giappone. Concetto poi ripreso e sviluppato da diversi studiosi, tra i quali il già citato Bauman.

È chiaro quindi che quelli che ho chiamato "nazionalismi progressisti", ossia i nazionalismi indipendentisti come quello catalano, sono strumentali al raggiungimento dell'obiettivo di adattamento alle forze della globalizzazione. «Se ci si chiede, per esempio, perché gli scozzesi vogliono più indipendenza nel Regno Unito» scrive Giddens, «la risposta non va cercata solo nella loro [...] storia culturale». In altri termini, per usare un termine marxiano, questi nazionalismi progressisti sono una sovrastruttura che «sorge come risposta alle tendenze globalizzanti» scrive sempre Giddens.

Si badi bene che Giddens non usa a caso la parola «risposta». La parola «risposta» ha un significato diverso dal termine «reazione». Il termine «reazione» si addice maggiormente a quelli che ho chiamato "nazionalismi conservatori" degli Stati-nazione e nella fattispecie a quello spagnolo rappresentato da Savater.

In questo contesto la parola «risposta» significa adeguamento, adattamento, contromisura ai mutamenti socio-economici che investono il pianeta. È un atteggiamento politico intelligente. «Abbiamo bisogno di uno Stato più efficiente» dice Joan Rosell, imprenditore Catalano e presidente della Confindustria spagnola al giornalista Luca Veronese, inviato a Barcellona per Il Sole 24 Ore, in un'intervista sempre di ieri; «l'organizzazione che abbiamo oggi è stata creata in un mondo diverso, quando non c'era l'Europa». Scrive Veronese che secondo un indagine del Pimec (un'associazione di  ben 100 mila PMI catalane), «ben più del 75% delle imprese intervistate è pronta ad appoggiare un referendum per l'autodeterminazione» e «almeno tre imprese su quattro considerano positiva per l'economia la possibilità di uno Stato catalano indipendente».

Ma qual è quindi l'attuale significato dell'espressione «Stato catalano indipendente»? Che significato hanno nel XXI secolo i termini ed espressioni come «indipendentismo», «indipendenza nazionale», «stato indipendente»? Se degli Stati-nazione oramai, per dirla con le parole di Giddens, «rimane solo l'involucro esteriore, ma dentro sono mutati», ossia rientrano nel novero di quelle istituzioni che il sociologo inglese chiama «istituzione-guscio», è del tutto evidente che la Catalogna nell'ambito della Federazione degli Stati Uniti d'Europa, sarà uno Stato diverso dallo Stato spagnolo dal quale si vuole staccare e che fino ad ora ha vissuto all'interno dell'Unione confederata Europea.

In altre parole, termini ed espressioni come «indipendentismo», «indipendenza nazionale», «stato indipendente» non hanno più il significato che avevano nell' '800 e nel '900 e la Catalogna non può diventare come la Spagna o la Scozia come il Regno Unito. 

Lo Stato federale avrà competenza sui «grandi problemi globali» come per esempio la politica energetica, il clima, la politica estera, quella monetaria e finanziaria, l'esercito e la difesa, i diritti umani, le risorse alimentari,  i dazi doganali, eccetera.

Gli Stati federati come la Catalogna (e come l'eventuale Stato federato Spagna, se esisterà ancora) si occuperanno invece di «piccoli problemi locali» (che poi piccoli non sono affatto) come per esempio servizi e infrastrutture, sanità, istruzione, trasporti, fiscalità, diritto privato, polizia, diritti civili, etica, gestione e controllo del territorio e via dicendo. Non mancheranno certamente le materie concorrenti (e non mancheranno nemmeno i trasferimenti fiscali allo Stato centrale federale, quelli che la Catalogna non vorrebbe più girare a Madrid, che serviranno anche ad aiutare i Paesi svantaggiati attraverso trasferimenti dal centro alla periferia), ma questo sarà lo schema generale su cui verranno organizzate le interdipendenze tra gli Stati membri. Un po' come avviene già negli Stati Uniti d'America, ma con le ovvie specificità di cui necessita uno Stato federale europeo.

Ora, è giusto sottolineare che il passaggio non è un passaggio automatico, ma si tratta di un processo politico che richiede diversi passaggi. Attualmente, da un punto di vista squisitamente giuridico, un nuovo Stato che si rende indipendente da uno Stato membro, si chiama automaticamente fuori dai Trattati della Ue e dovrebbe intraprendere una procedura di integrazione e ammissione, come un qualsiasi Stato già esistente che attualmente non fa parte dell'Unione Europea. Ma la possibilità è talmente possibile e tutt'altro che teorica, che già oggi è oggetto di studi accurati.

Riepilogando in sintesi quanto fin qui detto, possiamo affermare che l'idea di indipendentismo come di un'opzione politica anacronistica, nasce da una visione erronea del processo di globalizzazione, che in realtà non è soltanto un processo di cessione di pezzi di sovranità verso entità sovranazionali da parte degli Stati-nazione, ma anche verso enti territoriali a essi subordinati. Una cessione lenta, ma inevitabile perché necessaria ad affrontare le sfide della globalizzazione, per le quali gli attuali Stati-nazione di concezione ottocentesca (quelli si anacronistici!), sembrano essere assolutamente inadatti. La nascita di statualità di dimensioni più piccole, non è quindi in contrasto con una concezione “internazionalista” del mondo, ma è anzi ad essa funzionale, perché con la globalizzazione le interdipendenze si rendono sempre più necessarie.

Ora, il problema è che in questa fase l'Unione Europea è abbastanza lontana dal fare dei passi in avanti verso l'unificazione politica di tipo federale, proprio a causa di quei nazionalismi conservatori. Il problema è poi di democrazia, perché se gli Stati-nazione sono in parte già stati spogliati di importanti fette di sovranità dall'Unione Europea, a questa spoliazione non è seguito il corrispettivo spostamento di delega democratica verso di essa da parte dei cittadini.

Inoltre per controbilanciare la sovranità persa dall'alto, gli Stati-nazione cercano in ogni modo di recuperare pezzetti di sovranità dagli enti subordinati, togliendo così rappresentanza democratica alle comunità locali. Il caso italiano è emblematico, dove ormai si è aperto il dibattito pubblico sull'abolizione delle regioni autonome e dove la Sicilia è di fatto esautorata dall'esercizio dell'autonomia e presto toccherà anche alla Sardegna. (A proposito: cosa sta facendo per scongiurare questa possibilità la classe politica sarda? Ma soprattutto che «risposta» intende dare alla globalizzazione?)

Tornando al tema della scarsa democrazia europea, Giddens ricorda la famosa battuta che dice che «se l'Ue chiedesse di aderire a se stessa non verrebbe ammessa: ciò significa che l'Ue non sembra rispondere ai criteri democratici che richiede ai suoi stessi membri». Ma d'altronde non c'è da stupirsi, se si considera che l'Ue è in gran parte il risultato del lavoro di uomini che si sentono profondamente eredi diretti della borghesia ottocentesca.

Uomini come Fernando Savater, che alla domanda del giornalista che gli chiedeva se i catalani non avessero il diritto all'autodeterminazione, rispondeva candidamente: «non è il diritto ad interessarmi, ma l'eticità della scelta». Questa è l'Europa di oggi.


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Bibliografia di riferimento

Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Roma-Bari 2001

Zygmunt Bauman, Globalizzazione e glocalizzazione, Armando Editore, 2005

Ulrich Beck, Che cos’è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria, 1997, Carocci, Roma 1999


Daniel Bell, The World and the United States in 2013. In «Daedalus» 1987


Anthony Giddens, Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, 1999, Il Mulino, Bologna 2000

Anthony Giddens, Cogliere l’occasione. Le sfide di un mondo che cambia, Carocci, Roma 2000

David Harvey, La crisi della modernità, 1990,  il Saggiatore, Milano 1993


Eric Hobsbawm, La fine dello Stato, Rizzoli, Milano 2007


Saskia Sassen, Territorio, autorità, diritti, Il Mulino 2008

Roland Robertson, Globalizzazione. Teoria sociale e cultura globale, 1992, Asterios, Trieste 1999






1 commento:

  1. Bernard H. Levy e Savater hanno da poco fatto una sfilata di moda, la sfilata dei luoghi comuni. Che troie prezzolate!

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