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giovedì 22 novembre 2012

«IN SARDEGNA MANCA LA CULTURA PER ELABORARE UN PROGETTO INDIPENDENTISTA», PAROLA DI GIULIO ANGIONI

Giulio Angioni
L'intervista all'antropologo Giulio Angioni che segue più sotto, è tratta dal libro Isola postcoloniale? - Identità sarda e diritti dei migranti. Si tratta di un lavoro davvero molto interessante curato da Andrea Calabrese e Antonella Brisi che ringrazio sentitamente per avermi gentilmente concesso la pubblicazione. Stampato nel 2010 all'interno di un progetto culturale finanziato, in parte, dalla Provincia di Cagliari e distribuito dall'Associazione senza scopo di lucro Spazio058 - Operatori di pace, meriterebbe certamente una maggiore diffusione. Per chi fosse interessato a leggerlo - ve lo consiglio, ne vale davvero la pena -, può reperirlo contattando i recapiti che trovate a fondo pagina. Le offerte per l'acquisto del libro servono soltanto a coprire le spese sostenute.

L'intervista ad Angioni è la prima di quattro interviste (le altre tre sono state fatte a Bachisio Bandinu, Placido Cherchi e Franciscu Sedda) inserite nel secondo capitolo del libro intitolato L'identità culturale sarda nella mondializzazione - Il rapporto radici-migranti. Quattro interviste.
Ho chiesto ai curatori di poterla pubblicare perché, pur essendo del 2008, la trovo straordinariamente attuale, soprattutto in rapporto al tema dell'indipendentismo. Ho voluto mettere in evidenza con un tratto giallo, alcuni passaggi che trovo particolarmente interessanti e che nella sostanza condivido; tratto giallo che non è quindi da attribuire al testo originale dei curatori del libro. Buona lettura.

L’IDENTITÀ CULTURALE SARDA NELLA MONDIALIZZAZIONE - IL RAPPORTO RADICI-MIGRANTI. QUATTRO INTERVISTE.

I. Giulio Angioni   (Guasila, Cagliari, 1936). Scrittore e antropologo. Docente di Antropologia culturale all’Università di Cagliari.

Cagliari, 25 febbraio 2008.

- Pur non assumendone la prospettiva, questo lavoro si inserisce in un quadro di studi postcoloniali ossia quell’area di studi che, semplificando, è interessata a restituire voce a soggettività culturali e politiche che per effetto di un dominio coloniale sono state consegnate alla subalternità e a un silenzio omissivo. E’ possibile inscrivere la realtà della Sardegna all’interno di una simile prospettiva senza fare violenza alla realtà storico-culturale?

Sicuramente ciò è stato fatto. Sul fronte politico, ad esempio, i movimenti sardisti dagli anni sessanta in poi hanno tranquillamente usato la nozione di colonia rispetto alla Sardegna di allora e di oggi. Anche in ambito storico possiamo trovare medesime considerazioni. Lo storico statunitense John Day, guardando la Sardegna dalla distanza culturale che può essere quella di un nordamericano (incomparabile a quella di un italiano), nei suoi studi sull’isola traccia una storia contrassegnata da colonizzazioni protrattesi fino alla contemporaneità per opera delle varie potenze mediterranee di cui ha fatto parte in maniera più o meno subordinata.
Stessi riferimenti vengono fatti per quanto riguarda la letteratura. Spesso gli scrittori sardi del passato, ma in particolare del presente, sono stati più volte inquadrati nel movimento di acquisizione della parola da parte di popolazioni inserite nel grande sistema coloniale mondiale. Certo, occorre fare delle distinzioni: una cosa sono state le forme di colonizzazione della Sardegna nei secoli dell’età moderna e contemporanea, un’altra le subordinazioni del colonialismo europeo in senso stretto. In fin dei conti i sardi venivano ingaggiati per l’espansione della Roma imperiale: non penso si pensassero allo stesso modo degli ascari nordafricani o eritrei, ma insomma…
Un approccio di tipo postcoloniale può non essere sbagliato se, dunque, non si omettono le distinzioni, perché se è vero che ci sono forti somiglianze è anche vero che ci sono forti differenze: per tutto il novecento, ad esempio, i sardi potevano sentirsi parte di un paese colonizzatore ben diversamente da quanto potesse accadere per la maggior parte dell’Africa e dell’Asia.
Credo, però, sia utile da utilizzare questa nozione, in particolare per la letteratura e per i movimenti politici del sardismo classico e del neosardismo. Io non vi militerei, non perché mi sia estranea l’idea dell’indipendenza della Sardegna, specialmente in ambito europeo, ma perché non vi troverei una compagnia sufficientemente intelligente, non c’è la cultura sufficiente, la capacità di elaborare profondamente, anche negli esponenti intellettuali, progetti di emancipazione nazionale e politica. Per il resto è del tutto legittimo, anzi naturale, che in ambito europeo un luogo come la Sardegna possa essere pensato come una parte dell’Europa senza l’ipoteca italiana, considerato in quanto Sardegna, indipendente, alla stregua di Malta o Cipro. Non mi scandalizza affatto l’idea.
Il problema è che l’Italia è fatta male. In Italia, un paese in cui non si parlano meno di cinque o sei lingue, non si riesce nemmeno a pensare il plurilinguismo. Considera prioritario disperdere le già scarse capacità e risorse nel lavoro di intelligence su quei movimenti che si rifanno in maniera più o meno esplicita all’indipendenza sarda, che rimangono pur sempre piccoli gruppi, per nulla paragonabili a quelli dei Paesi Baschi o dell’Ulster.
La prospettiva di una Sardegna indipendente potrebbe già da tempo, ma soprattutto adesso in epoca postcoloniale, essere pensata tranquillamente anche in Italia. Il fatto è che l’Italia è lontanissima per cultura politica e sensibilità media, anzi totale. Questi sono discorsi che si possono fare solo qui o in Valpusteria o nell’entroterra triestino. Ma se qui, ora, ci fossero dei “normali” italiani direbbero: “Ma di cosa stanno parlando, sono matti, fuori dal mondo.” Invece sono loro fuori dal mondo.
D’altra parte, uno dei difetti di molti che pensano a una qualche forma, più o meno forte, di indipendenza della Sardegna, in ambito europeo o no, è quello di pensare e sentire soprattutto in senso antiitaliano. Oggi come oggi non c’è bisogno di un simile sentimento. In definitiva questa nozione di postcoloniale per la Sardegna è problematica perché un antillano come Fanon mica si sente occidentale, un sardo sì però. E questo deriva dal fatto che siamo stati sempre in occidente, da due-tremila anni a questa parte, dalla civiltà greco-romana. Non siamo stati nemmeno arabizzati, più occidentali di così…

- E’ possibile parlare di una identità culturale sarda condivisa? Come si manifesterebbe? Come si sarebbe formata? E cosa la differenzierebbe da altre espressioni regionalistiche che caratterizzano ad esempio la realtà statuale italiana?

Riprendendo dalla fine, la peculiarità sarda non è di qualità diversa rispetto a quella di tanti altri o da come tanti altri in Italia vivono la propria diversità per sentirsi, più o meno, a proprio agio o disagio. Detto questo, la Sardegna ha caratteristiche sue proprie sicuramente più forti della media di altre realtà italiane. Questo per la storia che abbiamo avuto, che può portarci, ad esempio, a sentirci più a nostro agio in Spagna che a Firenze ma, forse, perché ci meravigliamo di queste somiglianze mediterranee più forti verso oriente che verso occidente. Magari se facessimo ancora parte della Spagna ci meraviglieremmo dell’opposto.
Il fatto è che ciò di cui stiamo parlando sono semplici costruzioni. Le identità, il modo di sentirsi questo o quello, sono costruzioni, non sono nella realtà, sono sue elaborazioni. Per fare un esempio, in Sardegna c’è un forte nucleo, probabilmente maggioritario, di chi si sente tranquillamente italiano. Nucleo che, in genere, stupidamente, in modo disastroso, i movimenti sardisti, neosardisti o indipendentisti considerano il nemico: ma se il nemico è questo nucleo del popolo sardo… va a quel paese! Sei tu il nemico caso mai.
E’ una realtà complessa: c’è chi, fortemente e un po’ infantilmente, la sardità la sente come anti-questo o anti-quell’altro, anche se non mi pare mai in maniera anti-europea però. Questo mi sembra molto positivo a prescindere dal fatto che non sia ancora stata abbastanza pensata un’identità europea in cui possa starci quella sarda non dipendente da quella italiana, magari equidistante da quella italiana, spagnola o francese o, magari, nordafricana, se uno riuscisse a pensarsi, con abbastanza profondità storica, legato al Nord Africa da millenni o milioni di anni di vicinanza. Qual è! perché la città più vicina a Cagliari (280 km), è Tunisi... Per cui l’identità sarda nella sua complessità risulta in genere più forte di altre identità italiane, nonché più intelligente. Intelligente il modo in cui i sardi hanno elaborato discorsi su se stessi, pur pieni di tanta zavorra folcloristica, sciocca, magari anche nazionalistica, deteriore, introversa. Ma ci sono state alcune intelligenze fondamentali, i Lussu, i Gramsci, e altre ci sono ancora, che hanno fatto delle profonde analisi sulla Sardegna, il suo futuro, quello che rappresenta nel mondo mediterraneo o anche solo in Italia.
C’è un patrimonio di pensiero dell’appartenenza che è sicuramente il più ricco in Italia. La Sicilia, che pur ha avuto tante intelligenze, non ha avuto elaboratori di “sicilitudine” dello stesso livello di quelli sardi. Per non parlare poi delle leghe padane di oggi che, francamente, mi fanno vergognare del sentimento nazionale, locale, anche perché ci sono stati dei sardismi locali capaci di alleanze tattiche che non saprei definire in altro modo che schifose con quelle leghe lì. Sui leghismi non transigo: sebbene non le peggiori forme di nazionalismo, perché non ci si può dimenticare a cosa hanno portato alcuni nazionalismi del passato (che fortunatamente non ci hanno coinvolto), i leghismi sono comunque l’esempio più chiaro di quanto il sentimento identitario, pur legittimo, possa essere stupido e produrre solo stupidaggini. In Sardegna, fortunatamente, ciò non è avvenuto, anzi, ha prodotto molte cose positive.
Quindi, che ci siano peculiarità proprie dell’identità sarda mi pare assodato. Ma ciascuno le può vedere come vuole perché, appunto, sono costruzioni: non si può andare a cercare un’essenza in ciò che è mera rappresentazione. Io la Sardegna me la rappresento, la comunico e magari trovo altri che la vedono come me. Proviamo però a chiederci ad esempio ai tempi di Carlo V, quando il Regno di Sardegna era uno dei regni della corona imperiale, come si sentivano quei sardi come Sigismondo Arquer che, tra l’altro, studiò sul continente italiano a Pisa e Siena, che riuscivano a pensare la Sardegna nella prospettiva geopolitica dell’impero di Carlo V. Come si sentivano e vivevano in quanto sardi? Avevano sicuramente rappresentazioni diverse dalle nostre, se solo pensiamo che ancora era da venire quel movimento che nell’ottocento in Europa porterà alla formazione degli stati nazionali. Come antropologo non riesco a considerare le identità come essenziali e nemmeno durevoli nel tempo: oggi, per esempio, io e tanti altri da queste parti, in questa città, in quest’isola, cominciamo a sentirci più o meno europei. Io mi sento fortemente europeo pur rendendomi conto che si tratta di una costruzione. Si potrebbe obiettare che l’Europa in quanto comunità non esiste. Ebbene, io me la sono costruita. Io mi sento europeo mediterraneo rispetto ad altri europei non mediterranei. Ciò che voglio dire, è che ci possono essere diverse rappresentazioni dell’identità culturale sarda, incluse quelle del senso comune più diffuso che riguardano il modo di atteggiarsi rispetto alla propria identità. Ad esempio, c’è una forte propensione, già piuttosto vecchia, all’esibizione di alcuni aspetti della sardità che però non sono né mie né sue: Sant’Efisio, penso non sia né mio né suo, anche se appartiene a tanta gente. L’esibizione di modi di essere considerati identitari come il costume tradizionale del mio paese natale che sfila a Sant’Efisio non mi può rappresentare. Non so cosa rappresenta, so che rappresenta qualche cosa, ma certamente non il mio modo di sentirmi sardo e nemmeno quello di mio padre e nemmeno quello di mio nonno. Certo che tra queste rappresentazioni possiamo inserire discrimini valoriali: una rappresentazione della Sardegna drasticamente antiitaliana è per me cretina, per dare un valore di intelligenza. Così come l’avere bisogno di inventarsi passati gloriosi lo considero egualmente cretino. Una rappresentazione molto introversa è incapace di vedere, è troppo sofferente. Così come molti aspetti della politica linguistica regionale di questi anni, che ho spesso considerato sciocchezze: tutti questi elementi fanno, però, parte del quadro generale dell’identità sarda, per cui, quando mi devo riferire ad essa, il fatto di registrarli non mi esime dalla possibilità di giudicarli. Anche i movimenti separatisti più radicali misurano se stessi in base a nozioni come nonviolenza e democrazia, non ne conosco nessuno che non li metta in valore prima di tutto, per cui anche la sardità non è un valore se non è antiviolenta e democratica.

- Anche se attualmente il rischio parrebbe maggiormente connesso a richiami a radici se possibile ancora più fittizie (penso ad esempio alla diatriba sulle origini giudaico-cristiane dell’Europa), non si corre il pericolo anche in Sardegna che i temi dell’identità e delle radici si traducano in una chiusura escludente alla stregua di altri nazionalismi, uno su tutti quello leghista?


Questo atteggiamento che sfocia nelle posizioni leghiste che sono di tipo esclusivista, negazionista e anche francamente razzista, l’ho già criticato prima. Ma in Sardegna, per fortuna, queste cose non ci sono, quindi lascerei il leghismo da parte, perché al massimo possiamo riscontrare degli eccessi individuali e non un modo di sentire che fa cemento. Da noi quello del disprezzo verso l’altro o della difesa verso l’estraneo non è un cemento identitario, ma il pericolo è certamente presente, non vedo perché dovremmo esserne immuni. Riferimenti simili, chiusure identitarie fissiste su continuità inalterate della sardità hanno risuonato nei discorsi, anche fondanti, di certo sardismo colto. Anche visioni come quelle del prof. Lilliu sulla costante resistenziale sarda sono di tipo consolatorio: scaldano il cuore ma non acuiscono certo la mente. In Sardegna sono pericoli veri quelli di pensare il nostro presente e il nostro futuro intimamente legati ad un passato secondo cui non saremmo mai cambiati, saremmo sempre stati gli stessi e, anzi, magari siamo stati grandi nel passato e oggi non sappiamo fare tesoro di questa grandezza per la vigliaccheria o il tradimento di intellettuali e politici. Una visione di questo tipo mi pare semplificata, semplicistica e, soprattutto, inutile, perché noi siamo figli di quei duemila anni di storia di cui sappiamo molto (la nostra storia antecedente, fino ad ora, non va oltre la congettura) e che ci vedono in posizione subalterna anche se spesso in una maniera non sentita: non credo che i sardi si sentissero in posizione subalterna durante l’Impero romano o sotto il Regno spagnolo. Forse la subalternità si è cominciati a sentirla durante il Regno di Sardegna savoiardo. La si consideri una semplice impressione ma penso che in passato non ci fosse questo sentimento di subalternità. Ci saranno state sicuramente delle differenze legate al ceto d’appartenenza: i contadini si sono sempre sentiti subalterni, ma in quanto contadini e non contadini sardi.
Ciò non toglie che anche io avverta nel complesso della nostra storia un modo unitario, anche se non nel senso di una costante resistenziale sarda, ma un modo specifico sardo di approcciare la realtà e di sentirsi a questo mondo.

- Quale il rapporto intrattenuto dall’identità sarda con quella italiana: di mera sottomissione secondo un destino di finale consunzione/assimilazione, o di viva ibridazione, magari attraverso quelle forme di cortesia astuta individuate da Homi Bhabha, in virtù delle quali la ricezione mimetica dei colonizzati, riuscendo a inserirsi tra gli interstizi delle contraddizioni dei colonizzatori, originerebbe inedite e imperfette formule sincretistiche, soggettività ibride potenzialmente sovversive?

Questi sono aspetti che in Sardegna sono visibili in varie epoche, soprattutto in epoca moderna, seppure con tutte le complicazioni e confusioni del caso. Ma tali forme di “astuzia” che richiama Bhabha, le ritroviamo, sia nel passato che nel presente, anche in Sardegna. Accanto ad esse ci sono state ribellioni vere e proprie, magari non in nome della Sardegna come potremmo rappresentarcela oggi, ma la Sardegna sardo-punica che combatte contro Roma è una Sardegna. La Sardegna settecentesca che si ribella alla classe feudale e ai piemontesi era una altra Sardegna che, sempre, si contrapponeva a uno straniero egemone, non accettato.
Poi, dicevamo che ci sono state sicuramente anche qua, e meriterebbero approfondimenti e studi, perlomeno dal settecento in poi, ma probabilmente anche prima, le tracce di questa astuzia sovversiva più vicine alla tradizione asiatica, indiana. Anche se da noi pare prevalente il rifiuto esplicito, rappresentato ad esempio dal banditismo, che certamente non si può chiamare cortesia astuta. Certo, verso una dominazione fa più parte dell’immaginario nostro una resistenza nei termini di contrapposizione netta, anche se non a viso aperto, nella forma ribellista alla Robin Hood di cui ha parlato Eric Hobsbawm. Per cui, se sicuramente sono presenti forme di cortesia astuta di cui dice Bhabha, mi pare che il nostro modo di rappresentarci il sentimento del rifiuto della dominazione esterna sia piuttosto quella dell’opposizione, anche non esplicita, del ribelle-bandito.

- Secondo Etienne Balibar bisognerebbe rifuggire l’equivoco che esistano nazionalismi buoni o progressisti: ogni forma nazione, fondandosi sul principio di esclusione, sarebbe connotata da una violenza strutturale. La creazione da parte delle istituzioni di miti e simboli a fondamento dei “luoghi della memoria” della “comunità immaginaria”  porterebbe all’innalzamento di frontiere più o meno visibili. La riproposizione della contrapposizione ethnos/demos troverebbe traduzione nelle politiche discriminatorie che regolano l’ineguale accesso a beni o diritti sulla base dell’appartenenza o meno alla comunità. Condivide? E potrebbe essere un rischio che potrebbe riguardarci?

Questo modo di vedere di Balibar mi è molto congeniale. Se dovessi scegliere un modo di vedere le cose, ma l’ho già fatto molti anni fa, sarebbe questo. Nei miei discorsi, io spesso mi sono ritrovato a Dio spiacente e a nemici sui per il fatto di combattere su due fronti, quello di chi vede solo positivamente il sentimento nazionale, etnico, del sé, e quello di chi invece lo rifiuta del tutto. Il sentimento di sé è qualcosa di costitutivo delle società umane, ma non per questo di per sé è buono. Il nazionalismo in quanto tale richiede che tutto quello che riguarda il sé sia buono.
Concordo con Balibar nel considerare negativamente i nazionalismi quando ricalcano il proverbio right or wrong my country… No! Se è sbagliata, non può essere la mia patria. Il nazionalismo, specie nelle versioni micidiali novecentesche, è stato anche e essenzialmente questo: la patria innanzitutto. Una simile prospettiva è nella cultura europea è superata da tutta la modernità e, se si vuole, dalla postmodernità, dalle diverse rivoluzioni, francese, inglese, russa, dalla proclamazione dei diritti dell’uomo che prescindono tutti dal sentimento d’appartenenza etnico e religioso. Ci sono volute le guerre di religione in Europa per far capire che non si poteva essere esclusivisti verso la diversità. La mia convinzione è che il sentimento d’appartenenza, di particolarità, di senso di sé come gruppo umano è qualcosa che sia nei fatti e sia fondante e che quindi possa essere considerato positivamente. Ma, di per sé neutro, esso può diventare cattivissimo o buonissimo a seconda delle circostanze. Ecco perché mi trovo a non acconsentire con due grosse e agguerrite visioni presenti anche in Sardegna e non soltanto in Europa: il nazionalismo da una parte, e la sua negazione totale dall’altra. Non si può negare che il nazionalismo sia l’esasperazione di un’attitudine del tutto naturale, ovvero un senso d’appartenenza a qualche cosa, a cominciare dalla famiglia, il vicinato, la città, etc. Tutto ciò non lo penso solo intellettualmente, ma lo vivo in maniera militante. Io milito contro i nazionalismi, anche quelli sardi, ma anche contro coloro che li negano aprioristicamente. L’internazionalismo proletario, per esempio, che cos’è stato in fin dei conti? Se non fosse stato inter-nazionalismo non sarebbero stati nemmeno contemplati i sentimenti nazionali. Perlomeno adesso, il tanto irriso internazionalismo proletario, come fenomeno storico, parola d’ordine del comunismo, della palingenesi socialista del mondo, non negava affatto questi sentimenti identitari. Anzi una delle traduzioni migliori, pur nelle sue terribili imperfezioni, delle appartenenze nazionali è stata sicuramente l’Unione Sovietica, checché se ne dica adesso o se ne dicesse allora. Per tornare alla Sardegna, quelli che si sforzano di pensare come me non hanno voce in capitolo perché le cose che si sentono di più sono: o il negare ogni valore al senso d’appartenenza, alla sardità, o il vedere la sardità come unico valore. Io non sto né lì né là. E ci sto male.

- Contro i pericoli di richiami romantici a passati autentici, alla ricerca forse illusoria, di una lingua, storia, cultura comuni per il popolo sardo considerato in un’interezza archetipica, non sarebbero più feconde analisi che ripartissero dalla sua realtà presente?

Lei si dà già la risposta… è una domanda retorica. Comunque: si, è meglio. Ad esempio, per me la situazione linguistica della Sardegna non è un guaio come si tende comunemente a vedere. La situazione linguistica della Sardegna è quella che è ed è quella con cui dobbiamo fare i conti. Io tendo a vedere come una ricchezza tutta questa grande molteplicità linguistica per cui siamo abituati a distinguere almeno cinque o sei varietà dialettali. Perché dovrebbero essere un male? Sarebbero male secondo la visione italocentrica, risorgimental-monarchico-fascista a cui siamo abituati, in virtù della quale in Italia gli sforzi più grandi, nel bene e nel male, sono stati fatti in direzione dell’unificazione linguistica e non della valorizzazione della sua pluralità, come pure in periodo risorgimentale, una classe intellettuale, perdente, tentò di fare. Siamo talmente abituati a pensare che l’unificazione linguistica dell’Italia sia stata una cosa buona perché ci si capisce finalmente da Milano a Palermo a Cagliari, che non si capisce che lo stesso risultato si poteva raggiungere mantenendo anche la diversità. Le politiche tese al recupero della lingua sono rese ancora più difficili perché partono da queste ideologie unificatrici nel considerare la diversità come un problema da evitare oppure l’unico valore possibile. Purtroppo non c’è un numero sufficiente di persone che pensino la pluralità linguistica della Sardegna, anche storicamente, come un valore. Io sono invece molto convinto che la nostra storia e il nostro presente presentino proprio questo aspetto di grande varietà linguistica. Non vedo quale sia il problema se a Carloforte e Calasetta parlino ligure, ad Alghero il catalano, o che a Sassari e in Gallura si parlino dei dialetti più simili all’umbro o al calabrese che al sardo del mio paese. Per me è una grande ricchezza. Come si fa poi a dire che questo e non quello è il vero sardo o che i carlofortini non sono sardi o stupidaggini del genere. Credo si debba fare qualcosa contro la scomparsa del sardo dalla quotidianità. La mia tristezza è nel non trovare compagni di strada con cui cercare farlo. Trovo solo degli imbecilli. Non c’è in Sardegna una quantità utilizzabile di intelligenze che si dedichino a risolvere questo problema. Questa amministrazione regionale, ad esempio, vi si è applicata trovando però delle soluzioni in parte poco chiare e in parte furbe, che alla fine si sono rivelate delle furbizie stupide e inutili in mano a certuni. Mi riferisco a chi riesce a pensare che al comune di Cagliari si possa adottare la forma linguistica di Atzara o di Ghilarza. Per parte mia sarei disposto a discuterne con persone abbastanza serie e intelligenti, ma non ne trovo, e questo è il guaio peggiore secondo me. Lo so che suona di una presunzione e di una protervia notevoli, ma per me è così. Questi problemi in Sardegna non sono mai stati oggetto di studi seri da parte di persone sufficientemente preparate e intelligenti. Quelle intelligenti se la sono cavata dicendo: “La soluzione è questa. Punto. Non ne voglio sentire più. Torno alle mie cose”. Figuriamoci se la rivendicazione della plurivocità può essere agitata in un comizio. Non è nel senso comune il pensare la babele linguistica come un valore positivo. Basta pensare che si cerca di unificare anche il passato linguistico sardo, mentre più indietro si volgesse lo sguardo più varianti e particolarità si troverebbero.

- Con le dovute differenze, è possibile avvertire una sorta di esistenza ibrida, di identità molteplice e dissociata nel sardo, del tipo di quelle riscontrate da Frantz Fanon o dallo scrittore dello Zimbabwe Tsitsi Dangarembga, per cui il colonizzato, per effetto della sovrapposizione della cultura dominante alla propria attraverso i vari canali dell’egemonia, introietterebbe una visione del sé sminuita, se non proprio oggettivata, che troverebbe manifestazione in una condizione nervosa di alterità interna, ambivalente, confusa, incerta. In fondo qualcosa di simile ai complessi atavici per il sentirsi una nazione mancata di cui parlava Emilio Lussu e che affliggerebbero i sardi (pur risultandone l’unico legame contro la disgregante impronta originaria del “centu concas, centu berritas”)?

Tutte queste cose si possono trovare in Sardegna ma, ancora una volta, con una intensità molto minore di quella dissociazione individuata da Fanon. Però, una volta fatte le debite distinzioni con la difficoltà di identificazione di un soggetto vittima della violenza colonizzatrice, la condizione sarda non deve essere affatto sottovalutata perché tutte queste cose io le vedo e le sento anche. E’ la pluralità che ci turba.
In merito al passato e al presente sembra che il peggior pericolo da evitare sia la molteplicità culturale in generale. Il vero guaio è invece la disparità di potere, che ci sia chi domina e chi è dominato, che ci siano culture predominanti e culture subalterne, non la pluralità culturale e nemmeno l’assimilazione culturale. Se i sardi diventassero sempre più altro, europei per esempio, come ora cominciano a desiderare, così come nel periodo risorgimentale e postrisorgimentale le piccole borghesie sarde desideravano di diventare italiane, non sarebbe un male di per sé. Male è essere subalterni, derubati delle proprie possibilità, conculcati come popolo ma anche come classe e come ceto. Questo sarebbe il guaio, non l’aver a che fare con gente che vive in modo diverso. Cosa rimane, d’altra parte, all’umanità se la si priva della possibilità di vivere in modo sempre diverso? Tornando a Lussu, ciò di cui egli parlava non erano complessi di inferiorità, era inferiorità fattiva. La Sardegna nello stato italiano era in posizione non solo periferica ma anche fortemente subalterna. Era l’Italia complessivamente, in realtà, a essere fatta di dominanti e di subalterni: tutto il nord era dominante sul sud. Fanon psicologizzava bene, ma vedeva anche politicamente bene. Vedeva il problema come cerco di fare io: come serie di rapporti di potere subalternizzanti. Non ci può essere nulla di male nel fatto che popolazioni diverse per costumi, cultura, lingua, religione vivano uno accanto all’altro. Spesso questo miracolo, o questa normalità, si è verificato. E’ quando si vuole sopraffare l’altro, il che può avvenire anche in nome della diversità come l’ideologia dell’apartheid sudafricana dimostra, che sorgono i problemi. Allora il riconoscimento di una diversità venne utilizzato in modo subdolo e violento per discriminare quella che allora era una maggioranza. Qualcosa di molto affine all’odierna politica di Israele nei confronti dei palestinesi, ma questo oggi non si può dire, per cui non lo diciamo.

- E’ riscontrabile uno specifico carattere individualista nel sardo (quello che anche in criminologia caratterizzerebbe la delinquenza sarda in maniera da impedire forme di affiliazione mafiosa tipiche di altre regioni dell’Italia meridionale) senza doverlo necessariamente ricondurre all’individualismo borghese e utilitarista dello stato moderno a economia capitalista?

Io, ripensando alle mie esperienze di vita fuori dalla Sardegna, di fronte ad una domanda come questa, che ci si pone qualche volta, credo che la nozione di individualismo sia utile per pensare, senza esagerare, alle caratteristiche del sardo. Se paragono l’individualismo medio italiano a quello sardo ci vedo delle differenze notevoli, anche nei termini banali, un po’ sciocchi, della nostra chiusura rispetto all’apertura degli altri: l’individualismo napoletano è intriso di furbizia, quello sardo tutto si può dire meno che sia furbo; oppure quello veneto, almeno nello stereotipo, è tutto impregnato di falsa riverenza, quello sardo nemmeno la riverenza falsa riesce a fare. Per cui si possono certamente pensare certe nostre caratteristiche nei termini dell’individualismo. Del resto anche il nostro tipo di delinquenza è di tipo individualistico: lo stereotipo è quello del bandito solitario piuttosto che del mafioso o del camorrista che domina sul quartiere o sulla regione. Giusto qualche giorno fa c’era un convegno in cui si cercava di capire perché in Sardegna non avesse mai radicato la mafia. Prendiamo la serie sterminata di attentati alle amministrazioni locali che possiamo assumere come l’ultimo residuo di modi criminali del passato. Questi sono sfoghi o minacce di tipo individuale molto diversi dagli attentati mafiosi. Qui non si capisce nemmeno mai chi possa essere: è talmente individualista il sardo quando delinque che pretende anche che il suo atto intimidatorio debba essere capito! Mi è capitato di parlare qualche volta con sindaci vittime di questi attentati e non fanno che ripetere che non hanno idea dei motivi e di chi possa essere. Ma l’autore, invece, pretende che l’altro capisca perché l’ha fatto. E’ una nostra abitudine di comunicazione l’essere non molto intersoggettivi. Non lo so, ma penso che uno dei motivi per cui in Sardegna non ci siano organizzazioni criminali di tipo mafioso ma modi più individualistici di essere criminali possa probabilmente dipendere dalla minore distanza sociale, rispetto alla realtà siciliana, tra le classi benestanti, o più o meno localmente dominanti, e le classi inferiori. Il marchese delle mie parti non era equiparabile a quello siciliano. Era uno che al massimo aveva la salsiccia tutti i giorni, quando e quanta voleva, salsiccia sarda. Tale inferiore distanza culturale e sociale non ha favorito nelle classi popolari l’imitazione dei modi di sopraffazione aristocratica. Io ho infatti sempre visto la mafia, oppure la camorra, come delle forme di sopraffazione nate dal basso a imitazione di quelle delle classi egemoni in quanto si riservano l’uso della forza. La mafia può essere abbastanza interpretata, almeno nella sua nascita, come imitazione delle bravate della dominazione feroce dell’aristocrazia. Anche i valori sono gli stessi: l’aristocrazia tiene come valore la lealtà, la fedeltà verso i propri pari, l’ubbidienza, la riverenza. Queste condizioni da noi erano meno marcate e probabilmente questa può essere la ragione perché la delinquenza sarda rappresenti una tragedia individuale. Anche nella nostra immaginazione, il delinquente tipico è un disperato solitario costretto a restarlo tramite l’uso della violenza.

- Con riferimento alle allarmistiche campagne emergenziali lanciate dai media isolani per sporadici sbarchi di migranti, che paiono stuzzicare gli impulsi meno nobili e solidaristici tra i nativi, gravati da chissà quale minaccia incombente, quali gli scenari che flussi migratori comunque crescenti aprono all’identità sarda; quali le sfide e quali i rischi da evitare?

Io tenderei a notare gli aspetti nuovi e positivi. Innanzitutto, sono duemila anni che chi arrivava in Sardegna vi arrivava in armi e con la voglia di arraffare, governare e organizzare le cose a proprio vantaggio: dai fenici ai cartaginesi, in poi. Adesso abbiamo della gente che sbarca sulle nostre spiagge ed è più poveraccia di noi. Questa è un’esperienza che solo chi non sa nulla del nostro passato può pensare come negativa. Negativo fu lo sbarco dei cartaginesi o quello dei romani o dei catalani, negativo fu quando ci consegnarono ai piemontesi, negativa, probabilmente, è stata anche l’unità d’Italia. Ma i migranti arrivano qua non certamente come galli a comandare nel pollaio. E’ una situazione del tutto nuova che negli imbecilli ingenera sentimenti di superiorità ed esclusione e noi purtroppo non siamo vaccinati da questo virus solo perché abbiamo avuto una storia simile. Non vedo popoli che la storia vaccini contro queste infezioni. La situazione in Palestina dimostra di cosa possano essere capaci le ex vittime. Ciò che mi preme dire, è che dell’identità sarda fa parte costitutiva l’essere occidentale, per quanto questa nozione possa essere vaga, ma è molto forte anche se è vaga, per cui, verso flussi migratori provenienti dal sud del mondo, dal mondo non occidentale, si registrano le stesse dinamiche di tutto il resto dell’occidente. E’ qui che si annida il pericolo. Mi riferisco al vecchio e diffuso senso comune della superiorità occidentale, proprio anche del cristianesimo, che caratterizza il modo di pensare, anche dei sardi, che si riflette in reazioni di questo genere, tipiche dell’occidente, verso immigrati che arrivano in modi disparati ma comunque da subalterni.
Per il resto, che qua in Sardegna arrivi gente, da qualunque parte del mondo, è solo positivo.
In verità mi dà un po’ fastidio vedere Stampace trasformato in un ghetto dell’Africa occidentale. Se ci fosse una mescolanza sarebbe certamente meglio, anche perché si eviterebbe il degrado dovuto al fatto che chi vi abita sono dei poveracci, con mestieri degradati, degradanti anche per loro.
Non bisogna esagerare neanche nel senso opposto per cui, per il solo fatto che son neri, sono buoni.
E’ che non sappiamo gestire questo fenomeno per noi nuovo. Per adesso abbiamo saputo fare solo la carità. Non sapere cosa fare in alternativa alla carità delle Mani Tese e della Caritas, significa fare diventare l’immigrazione un fenomeno solo negativo. Il senso comune tende ad avvertire l’arrivo di stranieri come un male di per sé, mentre il male sarebbe solo se arrivassero a creare nuova subalternità. Io questo l’ho capito a venti anni e non me lo scorderò più. Il male è questo, non che ci sia gente che viva in modi più o meno diversi. Il male è che ci sia gente che viva in modi più o meno diversi da subalterna e da sfruttata per cui pare che oggi in Sardegna ci siano più servi pastori rumeni, o albanesi, che sardi. Dicono che tra gli stranieri ci siano anche dei piccoli imprenditori ma io non ne ho ancora incontrato uno. Il giorno in cui li vedrò sarò contento. Per il resto, se uno si diverte a coltivare simbologie identitarie dei quartieri cagliaritani non ci trovo nulla di male. A meno che non coltivi anche lo stereotipo dello stampacino accoltellatore.


Andrea Calabrese (calabbrese@libero.it - +39 349 2987953)
Antonella Brisi (abrisi@gmail.com)
Associazione Spazio058 - Operatori di pace (spazio058@gmail.com)


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