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martedì 30 aprile 2013

FABRI FIBRA E «QUELLA TALE» CHE SCRIVE SUL SUO BLOG

Non siamo sicuri che negli anni ‘60 Charles Bukowski fosse l’ospite preferito dei seminari di letteratura a Berkeley. Esattamente come siamo sicuri del fatto che la Rai non riconobbe il lato sentimentale di un giovane e sconosciuto Vasco Rossi quando, negli anni '80, cantò Sensazioni Forti a Domenica In o Vita spericolata al Festival di Sanremo.

di Daniele e Mario Garzia

Potremmo stare ore a snocciolare gli esempi di artisti ostracizzati dalla critica - e non solo dalla critica - perché considerati moralmente inopportuni, nelle parole e nei fatti. Normalmente i protagonisti delle critiche più feroci si riscattano una ventina di anni dopo quando, gli stessi feroci detrattori di un tempo, si ricredono e riscoprono in essi il talento. Per cui non ci stupiremmo se tra quindici o vent'anni Fabri Fibra diventasse addirittura ministro delle Pari Opportunità.

Invece, con un certo stupore, leggiamo il post di Michela Murgia contro il rapper marchigiano. Le sue motivazioni a sostegno della sua esclusione dal Concertone del Primo Maggio non ci convincono e le prove che porta, nemmeno. Citare a casaccio frasi delle canzoni di Fibra e manipolarle a proprio uso e consumo ci sembra poco costruttivo, soprattutto quando si tratta di un tema così delicato come quello della violenza sulle donne.

Crediamo che Michela Murgia sappia meglio di noi quali siano gli strumenti che un artista ha per affrontare la realtà, per cui lei sa bene che alcuni di questi sono sporchi e fastidiosi, sono crudi e ignobili, sono molesti e macabri. Macabri come una Accabadora. A volte questi strumenti spostano la tacca dell'insostenibile per mostrarci questo insostenibile. E meno male che lo fanno, altrimenti di certe cose non ci accorgeremmo nemmeno. Noi crediamo che questo sia uno dei ruoli più importanti dell'artista.

Detto ciò, non crediamo proprio che Fabri Fibra sia un maschilista nemico delle donne; non crediamo che Fabri Fibra alimenti in coloro i quali ascoltano la sua musica l’odio per le donne; non crediamo che ascoltare Marylin Manson inciti al satanismo; non crediamo che leggere I dolori del giovane Werther inciti al suicidio; ma soprattutto non crediamo che, per affrontare battaglie civili sacrosante, occorra servirsi del moralismo.

Chi legge Bukowski e ci trova delle giustificazioni per sbronzarsi tutti i giorni, evidentemente, queste giustificazioni, le stava cercando. Invece chi ascolta Vasco Rossi si sta ancora chiedendo chi era «quel tale che scrive sul giornale» di cui parla il rocker di Zocca nel suo celebre brano Vado al massimo. "Quel tale" era Nantas Salvalaggio, uno scrittore veneziano scomparso nel 2009, un collega di Michela Murgia, come lei multipremiato (Marzotto '63; Viareggio '72; Sirmione '80).

Dopo l'esibizione di Vasco a Domenica In, nel 1980, Salvalaggio scrisse questo articolo contro di lui e conto la Rai, rea di aver dato spazio ad un eroinomane. Articolo che, a rileggerlo ora, fa quasi tenerezza. Articolo che è valso a Salvalaggio il premio più importante della sua carriera: una citazione sarcastica in una canzone indimenticabile. Che lo ha salvato dal finire nel dimenticatoio insieme ai suoi libri.

Auguriamo a Michela Murgia una sorte diversa.


3 commenti:

  1. Ma quale damnatio memoriae, mi sa che sono semplicemente stati dimenticati col passare del tempo...

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  2. @ Anonimo 1: si, hai ragione, intendevamo dire quello che dici, si è trattato di un lapsus. Provvediamo a correggere, grazie per la segnalazione. Abbiamo sostituito "damnatio memoriae" con "dimenticatoio".

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  3. Io trovo che Michela Mugia in quel post avesse invece ragione al 100%.

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