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mercoledì 24 luglio 2013

IL NAZIONALISMO È COME LA NITROGLICERINA - UNA RISPOSTA ALLA REPLICA DI ADRIANO BOMBOI

Riassunto delle puntate precedenti: a seguito dell'uso disinvolto che si fa in questi giorni del termine "sovranismo", Adriano Bomboi ha stilato nel suo blog un breve dizionario dei termini: sovranismo, indipendentismo, federalismo, eccetera; dizionario che mi sono permesso di commentare con un post intitolato L'UNICO "INDIPENDENTISMO" CREDIBILE È QUELLO BASATO SUL FEDERALISMO EUROPEO, NON SULLA "NAZIONE SARDA".

A questo mio post, Adriano Bomboi ha replicato con un post intitolato

Caro Adriano,

Partendo dal presupposto che l'Europa è tutta da costruire, per evitare di dilungarmi più di quanto già farò, rispondo implicitamente al tuo intero post rispondendo solamente a una tua frase, che, secondo me, contiene tutte le contraddizioni e le distorsioni tipiche di una visione nazionalista della società. Visione che, come anche tutto il tuo scritto a mio avviso dimostra, è sempre troppo appiattita sul passato e sulla Storia, piuttosto che orientata verso una visione dell'oggi in prospettiva futura.
La frase è la seguente:

«La crisi dello Stato-nazionale non deriva tanto dalla cessione di sovranità verso un organismo più alto (anche perché quell'organismo più alto è disegnato dai maggiori Stati UE e dai loro interessi e scapito dei partner minori). La vera crisi si sta determinando proprio perché lo Stato-nazione, artificialmente edificato nell’800, sta facendo emergere – con la sua negazione dei diritti economici e culturali – tutte quelle minoranze che a loro volta intendono proiettarsi verso un nuovo Stato-nazione per tutelare direttamente e non in forma delegata i propri interessi».

Molto sinteticamente:

- intanto cominciamo col dire che la crisi dello Stato-nazione deriva esclusivamente dalla forte accelerazione del processo di globalizzazione dell'economia. Le spinte localistiche sono un effetto di questa crisi, non la causa;

- in secondo luogo, lo Stato nasce in età moderna ben prima della comparsa delle nazioni, per cui nell'ottocento non era lo Stato ad essere una costruzione artificiale, bensì la base su cui si fondava, ovvero la nazione;

- infine, è bene evidenziare che lo Stato-nazione ottocentesco non esiste più. Esiste una sua evoluzione rappresentata da uno Stato che già oggi è di gran lunga basato più sulla costituzione che non sulla nazione.

Ergo: non ci sono Stati Uniti d'Europa se ci sono gli Stati-nazione; non c'è Stato sardo senza Stati Uniti d'Europa; non c'è Stato sardo se ci sono gli Stati-nazione.

Spostando invece l'attenzione sugli Stati Uniti, questi, prima di evolversi in uno "Stato federale americano" erano dei singoli Stati sovrani (le tredici colonie ottengono l'indipendenza dal Ragno Unito undici anni prima dell'adozione della Costituzione) che hanno poi deciso di fondare una "Federazione di Stati americani". Si tratta di un processo che parte sempre dal basso, mai dall'alto. Ma questo è poco interessante.

Quello che è invece interessante in merito a quanto dici sugli Usa è sempre in relazione a una tua visione da nazionalista, in questo caso linguistico. Infatti tu identifichi erroneamente gli wasp (che certamente in passato sono stati la classe sociale economicamente dominante e beneficiaria di quello che tu chiami «protagonismo»), come il «gruppo linguistico prevalente» che è poi quello anglofono.

In realtà il «gruppo linguistico prevalente» non è identificabile con gli wasp perché comprende anche gli afro-americani, gli italo-americani, gli irlando-americani eccetera. Tra l'altro oggi, quello anglofono non è più il «gruppo linguistico prevalente» almeno in Stati come la California e la Florida, dove lo spagnolo è ormai la prima lingua e dove nel recente passato hanno avuto governatori non wasp.

Ma anche volendo rivolgere uno sguardo al passato americano, storicamente gli Stati Uniti non hanno «mai avuto come finalità né la formazione di una nazione omogenea né il mescolamento sociale, razziale o religioso, né l'assimilazione culturale delle minoranze ma piuttosto uguali diritti in spazi diversi» per usare le parole di Emiliano Ilardi, sociologo dei processi culturali. Dove per spazi diversi non intende in alcun modo Stati diversi, ma luoghi diversi dove «proiettare la propria identità, etnia, coscienza, desiderio, utopia, credenza politica e religiosa».

Invece, proprio mentre parli del caso americano tu dici: «forse il futuro non consiste nel miscelare all’interno di una sola istituzione le varie culture dandogli legittimità giuridica [...] ma far si che queste abbiano proprie indipendenti istituzioni, e toccherà poi a loro stabilire se federarsi o meno con altre».

Quindi cosa dovrebbero fare gli omosessuali, i pensionati i gamblers, i mormoni eccetera americani? Rivendicare uno Stato tutto per loro? Perché questo è esattamente il limite più grande di una visiona nazionalista della società, per la quale la nazionalità è l'unico criterio che conta per definire l'identità individuale e/o di un gruppo più o meno ampio di persone. Le «varie culture» sono soltanto le varie nazioni e le «proprie indipendenti istituzioni» sono soltanto gli Stati. Invece le varie culture sono la proiezione delle identità multiple dei singoli individui.

«La stessa persona potrebbe essere, senza la minima contraddizione, di cittadinanza americana, di origine ebraica, con ascendenze africane, cristiana, progressista, donna, vegetariana, maratoneta, storica, insegnante, romanziera, femminista, eterosessuale, sostenitrice dei diritti dei gay e delle lesbiche, amante del teatro, militante ambientalista, appassionata di tennis, musicista jazz, e profondamente convinta che esistano esseri intelligenti nello spazio con cui dobbiamo cercare di comunicare al più presto (preferibilmente in inglese). Ognuna di queste collettività, a cui questa persona appartiene simultaneamente, le conferisce una determinata identità. Nessuna di esse può essere considerata l'unica identità o l'unica categoria di appartenza della persona. L'inaggirabile natura plurale delle nostre identità ci costringe a prendere delle decisioni sull'importanza relativa delle nostre diverse associazioni e affiliazioni in ogni contesto specifico» come ha scritto Amartya Sen in un saggio dal significativo titolo "Identità e violenza".

E qui veniamo al dunque: il risveglio delle identità locali è un fatto positivo innegabile. Queste identità possono essere declinate nella società attuale in modi nuovi, positivi, utili e costruttivi anche (ma non necessariamente) attraverso nuove forme statuali fondate sulla costituzione. Declinarle attraverso il nazionalismo è un modo vecchio, obsoleto, anacronistico e soprattutto pericoloso.

L'incontro tra Stato e nazione è come la sintesi tra la glicerina e l'acido nitrico: due sostanze di per se innocue ma che sintetizzate insieme danno vita a un composto altamente esplosivo come la nitroglicerina. Fino a quando è controllata e conservata in una condizione di assoluta stabilità, non crea problemi. Ma per farla detonare è sufficiente un innalzamento della temperatura.

Così come basta un innalzamento della crisi economica per far esplodere la violenza dal nazionalismo.


1 commento:

  1. Una replica sotto, nella stessa pagina: http://www.sanatzione.eu/2013/07/una-replica-a-mario-garzia-sul-futuro-federale-delleuropa-ed-ecco-il-lavoro-melis-nonne/

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