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mercoledì 3 luglio 2013

MICHELA MURGIA E LO STORYTELLING POLITICO: DALLA TEORIA ALLA PRATICA PER UN INDIPENDENTISMO POSTMODERNO

Dopo avere vestito i panni della docente di storytelling politico, Michela Murgia ha deciso di mettere in pratica i suoi insegnamenti.
Preannunciando la sua "discesa in campo" attraverso un post pubblicato sabato scorso nel suo blog, la scrittrice cabrarese ha creato un piccolo terremoto politico, per lo meno sul web.

Tuttavia il post più interessante è quello pubblicato lunedì, perché ci racconta (è proprio il caso di dirlo) quale sarà l'arma principale con la quale il premio Campiello combatterà la lunga campagna elettorale che ci condurrà alle prossime elezioni per la presidenza della Regione: lo storytelling, ovvero l'arte di raccontare storie.

Giusto per chiarire meglio di cosa si tratta, Wikipedia definisce lo storytelling come «una metodologia e disciplina che usando i principi della retorica e della narratologia crea racconti influenzanti in cui vari pubblici possono riconoscersi. Lo storytelling è oggi massicciamente usato dal mondo dell'impresa, dal mondo politico, e da quello economico storytelling management per promuovere e posizionare meglio valori, idee, iniziative, prodotti, consumi. Lo storytelling è un approccio disciplinare molto focalizzato sulle dinamiche di influenzamento sociale, che vengono successivamente applicate al mondo dell’impresa, dei consumi e delle istituzioni. Le applicazioni di questa disciplina sono molte, dall’ambito della letteratura a quello della politica, da quello aziendale a quello scolastico. Il successo di questa disciplina è determinato dal fatto che il racconto è una forma di comunicazione naturale ed intuitiva, capace di coinvolgere le persone».

Per chi volesse ulteriormente approfondire l'argomento, suggerisco l'interessante libro dello scrittore francese Christian Salmon intitolato Storytelling - La fabbrica delle storie e l'ottimo blog Storytelling Politico di Gianluca Sgreva che di mestiere fa proprio lo storyteller. Che è poi il mestiere di Michela Murgia, come lei stessa ci ricorda nel post in questione: «Le storie sono uno dei miei molti mestieri, è vero, e allora cominciamo a fare politica da quelle».

Post che non a caso è intitolato Riprendiamoci le nostre storie e nel quale, sempre non a caso, la parola "storia", tra singolare e plurale, è quella che si ripete più spesso: ben 11 volte (mentre il verbo raccontare nelle varie coniugazioni appare per 8 volte), seguita dalla parola "politica", 7 volte. L'equazione è facile: Storia + Politica = Storytelling politico.

«Le nostre storie» di cui parla la Murgia sono quelle venti storie che ha promesso di raccontare nel suo blog a partire da oggi fino al 2 agosto, giorno precedente alla data in cui scioglierà le riserve sulla sua candidatura: «un diario di viaggio nella Sardegna possibile» che è poi nella sostanza la formula che l'ha resa celebre con il romanzo dal vivo online Il mondo deve sapere diventato prima un best seller cartaceo e poi un film di successo.

(A proposito: come mai non ha mantenuto la promessa di scrivere il suo secondo romanzo dal vivo intitolato Spirito di corpo, cominciato in seguito al suo scontro con l'Ordine dei giornalisti della Sardegna e poi abbandonato dopo pochi capitoli e mai portato a termine?)

Per quanto la stessa Michela Murgia nei suoi corsi lo abbia demonizzato, lo storytelling politico è soltanto uno strumento e in quanto tale, dì per sé, non è né buono né cattivo: dipende sempre dall'uso che se ne fa. E infatti la scrittrice, passando dalla teoria alla pratica, nel suo post ammette che «le storie non sono tutte uguali: alcune nascono per mistificare e altre sorgono per svelare, alcune vengono scritte per viaggiare lontano con la fantasia, altre invece servono per ritrovare la strada di casa».

Lo storytelling in politica è sempre esistito dai tempi dell'antica Grecia, ma per la prima volta venne applicato alla politica scientemente e scientificamente a partire dagli anni '50 negli Stati Uniti. È però nei primi anni '80, con l'ascesa alla Casa Bianca di Ronald Reagan, un ex attore hollywoodiano di film western, che il fenomeno raggiunge gli alti livelli ai quali siamo oggi abituati. Dallo story board allo storytelling il passo è breve, tant'è che, diversi anni dopo Arnold Schwarzenegger divenne Governatore della California.

È infatti proprio negli anni '80 che le grandi narrazioni tirano definitivamente le cuoia come qualche anno prima aveva teorizzato il filosofo francese Jean-François Lyotard con il suo fortunato libro intitolato La condizione postmoderna, lasciando campo libero alle piccole narrazioni.

Se si esclude il Regno Unito, in Europa il fenomeno fa le sue prime timide apparizioni sul finire degli anni '80, ma raggiunge i livelli americani, anche in fatto di spregiudicatezza, solamente in Italia a partire dal 1994 con la discesa in campo di Silvio Berlusconi. Per quanto la degenerazione del fenomeno abbia infatti sfiorato anche la Francia con Nicola Sarkozy, in quel caso si è trattato della parentesi di un mandato che per i francesi ha sortito l'effetto di un vaccino.

Invece Berlusconi in Italia ha gioco facile ad imporre la sua narrazione (celebre il suo opuscolo intitolato manco a dirlo Una storia italiana)  grazie al terreno preparato nei quindici anni precedenti dalle sue televisioni che di fatto gli avevano garantito l'egemonia culturale.

Non è un caso che proprio in Italia e proprio negli anni della neotelivisione berlusconiana, i filosofi Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti teorizzano il cosiddetto "pensiero debole" nel quadro generale di relativismo che caratterizza la postmodernità, .

È proprio grazie a all'egemonia culturale che Berlusconi riesce dove altri in Europa avevano fallito. Mentre nel continente tentativi simili come quello di Bernard Tapie non hanno lo stesso successo, in Italia Berlusconi riesce addirittura ad imporre la pratica tipicamente americana di candidare ad alte cariche politiche persone provenienti come lui dall'industria culturale.

È così che a distanza di vent'anni, l'impegno politico in prima persona di Beppe Grillo e Michela Murgia, lavoratori dell'industria culturale, ci sembrano assolutamente normali. E sempre a distanza di vent'anni è interessante notare come entrambi abbiano fatto propria la narrazione usata nella sua "discesa in campo" dall'imprenditore di industria culturale Silvio Berlusconi. Narrazione secondo la quale solo in Italia esistono i professionisti della politica, mentre «in tutti i paesi democratici del mondo chiunque voglia svolgere questo servizio lo fa per il tempo necessario e poi torna alle sue normali occupazioni», per usare le parole usate dalla Murgia nel suo blog.

Narrazione fatta propria dall'opinione pubblica, ma non corrispondente alla realtà, considerato che la cosiddetta "società civile" prestata alla politica (così come i personaggi dell'industria culturale) è una pratica tipicamente americana (Reagan attore, Bush padre e figlio petrolieri, eccetera...) mentre da sempre e ancora oggi, la stragrande maggioranza dei politici europei, leader compresi, sono professionisti della politica.

Angela Merkel fa politica da quando era ragazza ed è stata eletta per la prima volta nel parlamento della Germania unita nel 1990, 23 anni fa. François Hollande è cresciuto nel Partito Socialista francese ed è stato eletto per la prima volta ad una carica politica nel 1983, ben 30 anni fa. La prima elezione ad una carica politica Mariano Rajoy la ottiene invece già nel 1981, 32 anni fa. Infine David Cameron, che è più giovane degli altri tre di 12 anni, è entrato nel partito conservatore nel 1988 e nel 1991 lavorava già affianco del primo ministro John Major. Shoreder, Sarkozy, Aznar e Blair, dopo aver lasciato la carica di primo ministro, sempre per usare le parole della Murgia, sono tornati alle loro «normali occupazioni»: la politica.

Quelli che Grillo chiama professionisti della politica in realtà non lo sono affatto. Sono invece «commercialisti, imprenditori, ingegneri, giornalisti, giudici, medici» come ci ricorda la Murgia nel suo post, cadendo in contraddizione. Nella prima Repubblica tra i tanti professionisti della politica c'erano persone del calibro di Moro, Berlinguer e Almirante. Poi la "società civile" della seconda Repubblica ci ha regalato personalità come Berlusconi, Prodi e Bossi. E sul finire Grillo. Michela Murgia si accinge ad entrare a far parte di questa categoria, a dimostrazione del fatto che la Sardegna è italiana molto più di quanto si creda. Anzi: americana.

E infatti mentre gli europei osservano Beppe Grillo e il M5S con preoccupazione, gli americani lo guardano con estremo interesse. Basti vedere i giudizi positivi del vecchio e del nuovo ambasciatore statunitense in Italia, oltre che del Segretario di Stato John Kerry e perfino di Jim O'Neil, presidente di Goldman Sachs (che poi ha cambiato idea).

Lo guardano con interesse soprattutto perché vi riconoscono tratti della propria cultura. Ad esempio il video Gaia: il futuro della politica, presente all'interno del sito della società di Gianroberto Casaleggio, probabilmente non a caso definito da più parti «guru» del MoVimento e braccio destro del «predicatore» Beppe Grillo, contiene un po' tutti gli ingredienti principali dell'immaginario catastrofico e apocalittico tipico delle chiese evangeliche millenaristiche americane, condito con utopie new age della controcultura sempre americana, mito della rete come abbattimento di tutte le mediazioni tra istituzioni e cittadini (tra l'uomo e Dio come il puritanesimo) e altre cose in ordine sparso (e confuso).

E chi è che ha americanizzato l'Italia se non Silvio Berlusconi? E infatti è stato proprio lui che, se non altro, di comunicazione e di America se ne intende, a definire il M5S una setta e a paragonarlo a Scientology. Che guarda caso, era la definizione (setta) e il paragone (Scientology) che venivano attribuiti a iRS prima della scissione con l'attuale ProgReS. In molti lo chiamavano Irsology e anche in alcuni commenti ai post del blog della stessa Michela Murgia, forte simpatizzante di quel movimento, si può trovare questa definizione.

Nei giorni di forte crisi che anticiparono la scissione, la Murgia si schierò con il blocco rappresentante di quella che Mario Carboni, in uno scambio su Facebook con la scrittrice cabrarese, definì l'ortodossia del partito dettata dall'ideologo Franciscu Sedda.

Quello stesso blocco, fallito il tentativo di tenersi simbolo e partito che culminò con un tentativo di espulsione del leader carismatico Gavino Sale, fuoriuscì da iRS e fondò quello che è oggi ProgReS: il movimento che ha conferito alla Murgia il «mandato politico» di «verificare la fattibilità di una coalizione civica che riunisca forze indipendentiste, personalità della società civile e quanti – pur provenienti da altri percorsi politici – vogliano contribuire a costruire un progetto comune per il bene della Sardegna» come recita il primo post della scrittrice.

Franciscu Sedda, dopo aver contribuito a fondare ProgReS, abbandona il movimento lasciandogli però in eredità lo storytelling politico: strumento fondamentale ed efficace con il quale ha imposto all'attenzione delle élites politiche e intellettuali sarde quello che io ho definito per comodità seddismo e che ha fortemente contribuito a dare il definitivo colpo di grazia alla grande narrazione novecentesca sardista agonizzante ormai da vent'anni.

Nazione e narrazione è il titolo del primo capitolo de I sardi sono capaci di amare libro che sintetizza tutta l'elaborazione politica di Sedda, definito da molti a torto o a ragione il fondatore dell'indipendentismo moderno, ma che in realtà è senza dubbio il fondatore dell'indipendentismo postmoderno del quale ProgReS ne è la massima espressione.

Non a caso il suo presidente, Omar Onnis, è l'autore di un libro recentemente dato alle stampe (con prefazione di Michela Murgia) e intitolato emblematicamente Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso. «Un libro capace di sfatare le mille leggende che la storia, gli accadimenti e il fato hanno calato sulla testa dei sardi», come recita la quarta di copertina. Perché non sono soltanto le storie che necessitano di una narrazione, ma anche la Storia.

Per ProgReS, Michela Murgia rappresenta l'opportunità di portare all'attenzione dell'opinione pubblica il "seddismo" e di trasformarlo in "seddianesimo", in egemonia culturale in senso gramsciano, pensatore di riferimento dello stesso Omar Onnis. Per capire cosa intendo esattamente per "seddianesimo", rimando al post in cui analizzai con una metafora religiosa le ragioni della scissione di iRS. In quella metafora la Murgia potrebbe inserirsi come il Paolo di Tarso, fondatore del cristianesimo e missionario del vangelo di Gesù. (Curioso notare la formazione cattolica della scrittrice).

È interessante evidenziare come a distanza di oltre due anni, quel post descriva bene alcune caratteristiche e dinamiche del grillismo e del Movimento Cinque Stelle, ai quali, come abbiamo visto (e come per iRS pre scissione), si sposano bene descrizioni religiose, più o meno allegoriche.

L'amicizia tra Beppe Grillo e Gavino Sale non è affatto casuale e l'iRS pre scissione era in realtà un M5S più evoluto. Mentre il primo aveva un politico come leader carismatico e un intellettuale come ideologo, il secondo ha in quei ruoli un comico e un non meglio identificato"guru".

Le analogie tra i due movimenti sono tante ma le differenze sostanziali sono tre:

-  mentre Sale e Sedda erano i leader di due anime diverse e inconciliabili che hanno portato alla scissione, nel M5S Grillo e Casaleggio incarnano la stessa anima, quella del partito liquido guidato dal leader carismatico che nell'iRS pre scissione apparteneva a Sale. Se nel M5S non si è ancora consumata la scissione è perché l'altra anima non ha (ancora) un leader. Quest'anima, che nell'iRS pre scissione era incarnata da Sedda è quella che vuole un partito di stampo tradizionale novecentesco fortemente strutturato, regolamentato e gerarchizzato;

-  mentre nell'iRS pre scissione l'ortodossia era rappresentata dall'ideologo e il potere di espulsione (ce ne furono anche in quel caso) era in mano ai suoi uomini (praticamente l'intero esecutivo nazionale del partito), nel M5S è il leader carismatico a rappresentare tale ortodossia;

- mentre il linguaggio di Grillo è violento e finalizzato alla distruzione, quello di Sedda, soprattutto, ma anche quello di Sale, per quanto un po' più colorito, sono sempre stati improntati sul principio della nonviolenza, anche verbale e pronti ad affiancare la proposta alla protesta. Per quanto nel M5S la proposta ci sia, il suo leader evita di comunicarla.

Ma tornando alle analogie, che sono molteplici, quella più importante, la fondamentale, almeno circoscritta all'ambito sardo, è il programma. Ancora oggi, se si uniscono i programmi dell'iRS post scissione e di ProgReS, praticamente si ottiene il programma del M5S sardo. Non sono mancate le accuse, per lo meno su Facebook, di aver copiato il programma.

Per questa ragione, se Grillo fosse un animale politico e non un comico ingenuo come in più occasioni ha dimostrato di essere, coglierebbe la palla al balzo e appoggerebbe senza batter ciglio la candidatura di Michela Murgia alla presidenza della Regione. In politica non essere un politico di professione, in circostanze come queste è un limite. Per quanto poco probabile non ci sarebbe da sorprendersi se invece Sale, nonostante i trascorsi, decidesse di farlo, magari in cambio di un posto in lista che ne garantisse l'elezione in Consiglio regionale.

Con l'appoggio del M5S, allora sì che Michela Murgia farebbe davvero paura a Pd e Pdl sardi e la sua vittoria sarebbe quasi scontata. Anche perché lo storytelling, è un'arma estremamente efficace per attrarre consenso e la scrittrice cabrarese  è una professionista del mestiere. La Murgia lo sa e probabilmente ottenere un appoggio del M5S è un suo obiettivo: «Esiste un desiderio di risposte che vada oltre l'espressione di quella giustissima rabbia civica che il M5S si è intestato alla scorsa turnata elettorale, ma alla quale non ha saputo dare ancora soluzioni, perso nei suoi conflitti interni?» scrive la scrittrice nel suo primo post. È un chiaro gesto di apertura.

Senza l'appoggio del M5S, la performance elettorale della Murgia, al momento, resta una grande incognita. Logica e buon senso parrebbero suggerire che alla fine, quella della Murgia, sarà una «mera testimonianza», per usare le parole della scrittrice, ma non è facile fare delle previsioni perché, in un clima da fine regime, non possiamo prevedere che ruolo giocheranno i media sardi, ma, considerata la popolarità della Murgia, soprattutto quelli italiani.

Non sarei nemmeno così precipitoso anche nel sostenere, come hanno fatto alcuni, che la candidatura della Murgia favorisca Cappellacci: anzi, rischia di metterlo definitivamente fuorigioco in una competizione a due tra centrosinistra e la Murgia, soprattutto se il M5S dovesse appoggiare la scrittrice.

Una sola cosa è certa: alle prossime elezioni ci sarà da divertirsi.


5 commenti:

  1. Grande Post! Densissimo e ricco di spunti.

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  2. Molto interessante forse troppo lungo ma l.argomento è molto vasto. Da attivista di irs di vecchia data potrei fare alcune puntualizzazioni sopratutto politiche. Infatti è un po impreciso relegare la scissione per motivi legati ai leaders ed hai loro personalismi. Esistono di fatto altri motivi puramente politici.

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  3. Non sono d'accordo sul fatto che lo storytelling possa essere considerato uno strumento neutro, capace sia di mistificare che di svelare la realtà. L'intento di svelare la realtà, infatti, potrebbe essere facilmente e più efficacemente raggiunto raccontando direttamente il fatto o caso concreto, senza ricamarci intorno storielle d'effetto. Nel momento in cui io prendo un caso concreto e lo uso come spunto per creare racconti dal valore generale, ho già commesso una mistificazione, un tradimento della verità e della realtà, perchè ogni caso è diverso dagli altri e merita di essere considerato in sè, per quello che è, con tutte le sue particolarità e dettagli. In questo senso ogni generalizzazione è un tradimento, ed è per questo che lo storytelling, secondo me, è uno strumento intrinsecamente e ineluttabilmente mistificatorio.

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  4. Buon lavoro Michela, c’è tottu su tempus pro pensare a s’ASTENSIONE.
    Isperemus ki non siada su corfu de ACCABADORA. Nell’antico codice Sardo su corfu de accabadora era un gesto un comportamento di amorevole interruzione della vita di sofferenza di una persona cara.
    Anche se non condivido la candidatura auguri e buon lavoro.
    Con tutta la mia VERA STIMA, spero da parte tua della tua buona fede che questa candidatura non diventi su corfu de ACCABADORA pro sa tua istimada Sardigna.
    http://mario-wwwmarioflorecom.blogspot.it/2013/08/michela-murgia-buon-lavoro-ce-tottu-su.html

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  5. ragazzi è una bomba il vostro post!! Vorrei condividere il mio, anch'esso entusiastico per il saggio di Salmon, http://www.paroleinliberta.org/comunicazione/marketing-storytelling-e-politica-2-0-ovvero-il-sottile-confine-tra-narrazione-e-mistificazione/

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