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martedì 15 settembre 2015

Ecco qual è la più grande paura di Cameron ora che Corbyn è il leader del Labour

Alla notizia della vittoria di Jeremy Corbyn alle primarie del Partito Laburista, il premier conservatore britannico David Cameron ha reagito con un tweet apocalittico: «Il labour rappresenta una minaccia per la nostra sicurezza nazionale, per la nostra economia e la sicurezza delle vostre famiglie».

Ai più è apparsa una dichiarazione eccessiva e perfino l'ambasciata russa a Londra ha ironizzato rispondendo con un tweet al vetriolo: «Provate solo a immaginare i titoli della stampa inglese nel caso il Presidente russo avesse definito un oppositore come un "pericolo per la sicurezza nazionale"».

È apparsa eccessiva soprattutto alla luce delle scarse possibilità di vittoria di un Labour così spostato a sinistra e così anti americano e filopalestinese. E infatti i primi sondaggi danno i due leader davvero distanti in termini di consensi: secondo quello fatto del Mail on Sunday solo il 27% dei britannici vede Corbyn come primo ministro, rispetto al 44% che approva l'attuale inquilino di Downing Street.

Che, per altro, ha stravinto le recenti elezioni conquistando la maggioranza assoluta dei seggi senza dover essere costretto a fare un governo di coalizone con i Liberali. Infatti, il 39% - tra cui un quarto dei sostenitori del Partito Laburista - prevede la sconfitta dei Labour alle prossime due elezioni, ovvero almeno fino al 2020. Previsioni sulle quali concordano pressoché tutti i più autorevoli commnetatori britannici.

Allora per quale ragione Cameron si è spinto in una dichiarazione così ardita? Una spiegazione plausibile può essere ricavata dalla posizione ambigua di Corbyn sui temi riguardanti l'Unione Europea. A tal proposito è bene riportare quanto scritto da Luigi Pandolfi su Linkiesta:

"Accusato dai suoi avversari di essere anti-europeista, in linea con la tradizione della sinistra interna al Labour, al Guardian ha dichiarato recentemente che una battaglia per la fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione non è da escludere in linea teorica, ma tutto dipenderà da come il Paese saprà negoziare con gli altri partner su questioni cruciali come gli squilibri commerciali, i diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente, i paradisi fiscali. Poi, però, intervistato dall’Observer, ha puntualizzato che la sua preferenza sarebbe per «un’Inghilterra più giusta dentro un’Europa riformata» [...]»".

Mentre la seconda dichiarazione è più vicina alla linea espressa dalla sinistra radicale europea - per esempio, da Syriza in Grecia e da Podemos in Spagna -, la prima è invece assimilabile a quella del leader della destra Nigel Farage, capo del Partito per l'Indipendenza del Regno Unito e alleato del Movimento Cinque Stelle al Parlamento europeo. In entrambi i casi è comunque distante dall'europeismo convinto di tutti o quasi i partiti aderenti al Partito Socialista Europeo, Labour compreso, fino a qualche giorno fa, prima che Corbyn ne divenisse il leader.

Ora, si da il caso che Cameron abbia vinto le elezioni soprattutto grazie alla promessa di convocare entro il 2017 un referendum sulla permanenza o meno del Regno Unito all'interno dell'Unione Europea, con la convinzione che il risultato avrebbe visto sconfitti i fautori della così detta Brexit, la Britain Exit.

Cameron, prima delle elezioni, aveva anche dichiarato che, naturalmente, lui e il suo partito avrebbero fatto campagna per la permanenza del Regno Unito all'interno dell'UE, magari dopo aver rinegoziato alcune questioni nei rapporti con Bruxelles. La sua convinzione era forte del fatto che anche gli altri due maggiori partiti, ovvero il Labour e il Liberal avrebbero fatto campagna per la permanenza, con l'aggiunta importante del Partito Nazionale Scozzese che attualmente rappresenta la terza forza per numero di seggi alla Camera dei comuni.

Con il cambio alla guida del Labour i rapporti di forza tra i sostenitori della permanenza e i fautori della Brexit potrebbero cambiare in favore di questi ultimi aprendo così la seria possibilità di un'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea. Se questa ipotesi dovesse verificarsi a quel punto si aprirebbero scenari del tutto imprevedibili che potrebbero mettere a rischio non tanto la «sicurezza nazionale» quanto la sua unità.

Infatti, se, come ha dimostrato l'esito del referendum, la maggioranza degli scozzesi sono, per ora, contrari all'indipendenza politica della Scozia da Londra, è anche vero che in larga maggioranza sono convinti europeisti. Con l'uscita dal Regno Unito dall'UE le spinte indipendentiste scozzesi potrebbero accelerare per poter uscire dal Regno Unito e avviare un processo in solitaria di adesione all'Unione Europea.

A ciò va aggiunto il fatto che la Brexit avrebbe delle ripercussioni imprevedibili su Londra, una delle capitali economiche e finanziarie di primo piano su scala mondiale, tant'è che alle ultime elezioni, mentre in termini percentuali il partito di Farage trionfava un po' ovunque, nel distretto della Grande Londra prendeva percentuali da prefisso telefonico. Sotto questo profilo sono interessanti le considerazioni fatte su Limes dell'ottobre 2014 da Malcom Gillies, professore emerito alla London Metropolitan University:

«Se il Regno Unito lasciasse l'Unione, Londra si accoderebbe? [...] La domanda sembra stupida, ma i londinesi, al pari degli scozzesi, si chiedano davvero quali siano i benefici di continuare a far parte del Regno Unito. [...] La capitale siede sempre più ai margini di tante circostanze e abitudini sociali britanniche. Le domande sollevate ogni giorno dal dibattito scozzese hanno una forte eco a Londra, dove la classe governante ha avuto le stesse difficoltà nell'illustrare i vantaggi dell'appartenenza al Regno Unito. Peggio, il primo ministro arriva a spiegare il suo piano per ridurre il successo della capitale, invece di impiegarlo come scintilla per innescare benefici in altre regioni. [...] Può Londra emulare Singapore, uscita dalla federazione malese nel 1965?».

Infine, con le ripercussioni causate dalla Brexit, l'Irlanda del Nord, piuttosto che dipendere da un'Inghilterra, a quel punto sempre più isolata e marginale, potrebbe prendere in seria considerazione la possibilità che sia economicamente più conveniente unirsi all'Eire, membro UE, dove, in caso di Brexit, si trasferirebbero tutte le sedi europee delle banche e delle multinazionali, soprattutto americane, che attualmente si trovano a Londra.

Bisogna ammettere che in virtù di queste considerazioni l'esternazione di Cameron assume tutta un'altra luce: passare alla storia come il politico che ha dissolto il Regno Unito non è esattamente l'aspirazione del leader conservatore.

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