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lunedì 28 settembre 2015

Il voto catalano non cambia nulla. Anzi, sì.

Immagine presa dal sito ticinolive.ch
Dal punto di vista dei numeri la situazione è identica a quella maturata dopo le elezioni del 2012: gli indipendentisti hanno la maggioranza dei seggi nel Parlamento catalano, 72; alle precedenti elezioni erano 71 .

La situazione resta esattamente la stessa anche dal punto di vista della necessità di dover trovare degli accordi per formare una maggioranza di governo, solo che questa volta un'eventuale intesa tra indipendentisti sembrerebbe all'apparenza  un po' più complicata.

Nel 2012, infatti, fu necessario trovare un accordo di governo tra Convergència i Unió, coalizione autonomista di centrodestra che aveva ottenuto 50 seggi, e Esquerra Republicana, partito indipendentista di centrosinistra che aveva insediato 21 parlamentari.

L'accordo era maturato in funzione indipendentista e dall'esperienza di governo unitaria è poi nata la lista Junts pel sì - con l'aggiunta degli indipendentisti fuoriusciti da Unió Democràtica e dal Partito Socialista Catalano - che a queste elezioni ha ottenuto 62 seggi, 9 seggi in meno rispetto alla coalizione di governo. Da questo punto di vista, per certi versi, può ritenersi una bocciatura dell'operato del Governo uscente.

E qui nascono i problemi: Junts pel sì, per poter avere la maggioranza dei seggi per governare in chiave indipendentista, deve riuscire a trovare un accordo con Candidatura d'Unitat Popular, un raggruppamento indipendentista anti capitalista e forte oppositore della Presidenza di Artur Mas, che ha ottenuto 10 seggi a queste elezioni.

È probabile che nel nome dell'indipendenza alla fine l'accordo si farà, anche se con molte difficoltà e con non poche concessioni da parte di Junts pel sì nei confronti di Cup. Per esempio, è molto probabile che il presidente alla fine potrà non essere Artur Mas che, forse proprio per ragioni di opportunità politica, non era capolista di Junts pel sì

Una volta formato il governo, a quel punto la situazione sarà identica alla legislatura precedente con un governo catalano indipendentista e un governo centrale guidato dal conservatore Mariano Rajoy, pronti a riprendere il braccio di ferro da dove lo avevano interrotto.

Stando al numero dei voti, infatti, i catalani favorevoli all'indipendenza continuano a essere la minoranza con il 48% a fronte del 52% che ha votato partiti non indipendentisti, con un risultato molto simile al referendum per l'indipendenza scozzese che aveva visto i "no" all'indipendenza prevalere con il 55%.

I catalani e gli scozzesi, quindi, chiedono con forza più decentramento e autogoverno (anche in Scozia gli indipendentisti hanno la maggioranza parlamentare e guidano la regione) ma attualmente valutano la strada dell'indipendenza ancora politicamente poco realistica o quanto meno fortemente rischiosa.

Allo stato attuale, infatti, l'indipendenza statuale significherebbe l'automatica fuoriuscita dall'Unione Europea e dall'Euro (e dalla Sterlina nel caso scozzese) con conseguenze imprevedibili per la stabilità economica e quindi dal punto di vista sociale.

Sotto questo aspetto, fintanto che non ci sarà un'improbabile modifica dei meccanismi in sede UE che permettano la permanenza all'interno dell'Unione di parti di paesi membri che si staccano dallo Stato centrale, l'indipendenza di Scozia e Catalogna continuerà a essere poco probabile.

Diversa sarebbe la situazione in cui l'Unione Europea facesse un "upgrade", un'evoluzione in senso federale con la costituzione degli Stati Uniti d'Europa. A quel punto lo Stato centrale diverrebbe quello federale, per cui la costituzione al suo interno di nuovi Stati federati nati da parti di Stati membri non significherebbe più una disgregazione dell'unità statuale ma semplicemente una riorganizzazione al suo interno dell'assetto federale. Vedi qui.

Il braccio di ferro tra governo catalano e governo centrale potrebbe però durare molto poco. Nel mese di novembre, infatti, la Spagna si recherà alle urne per le elezioni generali, dalle quali potrebbe scaturire una nuova geografia politica con l'avvento di Podemos e Ciudadanos. Non è escluso che le novità elettorali sommate alla situazione politica catalana e al recente avvicendamento sul trono spagnolo di Juan Carlos in favore del figlio Felipe potrebbero portare alla possibilità di ridisegnare l'architettura dello Stato in senso federale e addirittura in senso repubblicano.

Il sentimento anti monarchico in Spagna ha infatti ripreso piede non solo lontano da Madrid (Catalogna appunto, ma anche Paesi Baschi oltre che la sinistra radicale spagnola) anche grazie ai cosiddetti juancarlistas, ovvero coloro che ritenevano accettabile la monarchia fintanto che a guidarla fosse stato Juan Carlos. Una cosa è certa: c'è qualcosa che in Spagna e in Europa va assolutamente cambiato. L'UE prenda atto dei cambiamenti in corso per guidarli e governarli piuttosto che subirli con conseguenze imprevedibili.

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