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venerdì 26 febbraio 2016

Il rock è morto, il futuro è delle tribute band. (E della musica elettronica)

Un concerto dei "The Doors In Concert", tribute band dei Doors
Che il rock è morto lo cantavano già (prematuramente) i Doors alla fine degli anni Sessanta ma in tempi relativamente più recenti, nel 1988, lo ha scritto anche Simon Frith. Autorevole sociologo britannico, famoso soprattutto per aver scritto «Sociologia del Rock», Frith, nelle prime righe dell'introduzione del saggio tradotto in italiano col titolo «Il rock è finito», scriveva:

«Sono ormai convinto che l'epoca del rock sia conclusa. Senza dubbio la gente continuerà a suonare e ad apprezzare la musica rock, naturalmente (sebbene la definizione sia sempre più incerta), ma il business musicale non è più organiozzato sul rock, sulla vandita ai giovani di dischi di uno specifico genere musicale.»

E ancora:

«L'epoca rock — nata verso il 1956 con Elvis Presley, giunta all'apice verso il 1967 con Sgt. Pepper, morta intorno al 1976 con i Sex Pistols — si è rivelata come una fase transitoria nell'evoluzione della popular music del ventesimo secolo più che (come ci parve allora) una specie di rivoluzione culturale di massa.»

A dargli ragione ora ci sono anche i dati di vendita dei "dischi", come si diceva un tempo. Infatti, per la prima volta nella storia, nel 2015 negli Stati Uniti si sono venduti più album vecchi che nuove uscite. Il dato è relativo alla somma delle vendite dei dischi su supporto fisico e delle copie digitali, a testimonianza del fatto che l'età degli acquirenti è indifferente.

Sulle ragioni della morte del rock liquidiamo sbrigativamente e semplicisticamente la questione dicendo che sono venute meno le condizioni sociologiche che lo alimentavano. Ma come leggere il dato sulle vendite?

Le chiavi di lettura possibili sono molteplici e non necessariemente le une escludono le altre. Ma se prendiamo per buono l'assunto iniziale e cioè che il rock è morto, ce n'è almeno una che trovo decisamente plausibile e convincente.  È quella per la quale il rock si sta lentamente avviando a diventare esattamente come ciò che oggi viene volgarmente chiamato "opera lirica": un genere morto ma continuamente e creativamente rivisitato per il suo valore culturale e storico.

"Morto" nel senso che le ultime grandi composizioni di valore si fermano agli anni '20 del '900 mentre quelle attuali sono estrememante rare e sconosciute al grande pubblico o comunque di scarso interesse. Genere che, per altro, ha un discreto mercato di dischi e dvd seppur di nicchia. Bene, al rock sta toccando la stessa sorte.

Lo testimonia il crescente fenomeno delle tribute band che, a dispetto di quel che si crede, non è unicamente italiano ma sta assumendo dimensioni globali. Non solo nel senso che nel mondo è presente un po' ovunque a livello locale ma anche e soprattutto perché ormai esistono delle tribute band di fama mondiale.

Il fenomeno locale, che riguarda anche le cover band e che testimonia una sempre più crescente richiesta da parte del pubblico di assistere a esecuzioni dal vivo di rock classico, è già di per sé sintomatico e significativo.

Gli "Sliding Doors" di Cagliari
Ma è il fenomeno globale che, se vogliamo, certifica davvero la morte del rock e lo promuove al rango di genere di alto valore culturale e storico. Infatti, per quanto riguarda le tribute band di fama mondiale, limitandomi a portare alcuni esempi che conosco bene (se non altro perché canto in una tribute band dei Doors, vedere foto a sinistra) si possono fare i nomi dei "Wild Child" e dei "The Doors In Concert", ma anche degli italiani "Indian Sunset".

Dave Brock dei "Wild Child"
La prima è una band australiana già attiva dagli anni '90 e talmente famosa e importante da aver suonato al celeberrimo "Whiskey a Go Go" di Los Angeles in occasione di un anniversario che riguardava i Doors e Jim Morrison. Il loro cantante, Dave Brock, qualche hanno fa si è addirittura esibito in giro per il mondo in compagnia dei veri Ray Manzarek e Robby Krieger, rispettivamente tastierista, recentemente scomparso, e chitarrista dei Doors. Brock quand'era più giovane assomigliava così tanto a Morrison da averlo addirittura impersonato in una comparsata nel famoso film "La morte ti fa bella" di Robert Zemeckis. Ancora oggi i Wild Child si esibiscono in tour mondiali.

Il cantante dei "The Doors In Concert"
La seconda band, i "The Doors In Concert" è invece olandese e anch'essa svolge regolarmente tour europei in importanti club con decine di date all'anno. Attualmente, nel complesso, sono senza dubbio la migliore Doors tribute band attiva, se non altro perché nei loro live set riproducono nel modo più fedele possibile le performance della band di Los Angeles, a partire dall'abbigliamento per arrivare fino alla strumentazione e ai suoni, passando naturalmente all'interpretazione vera e propria sul palcoscenico.

Il cantante degli "Indian Sunset"
Infine, la terza è una band siciliana, gli "Indian Sunset", che per brevità e in senso positivo possiamo definire la versione italiana dei "The Doors In Concert" e che non a caso sono stati scelti per esibirsi nella nona edizione "Feast of Friends Festival", la manifestazione dedicata ai Doors che ogni anno si tiene in Germania e che vede esibirsi tribute band del gruppo californiano provenienti da tutta Europa ma anche dal resto del mondo.

E naturalmente il fenomeno non riguarda solo i Doors ma anche e soprattutto band più importanti come i Beatles, gli Stones e i Queen. La tribute band, quindi come rivisitazione del rock classico. Insieme alla cover band. Ma mentre la prima, per il fatto di non limitare la propria performance soltanto all'aspetto musicale, è assimilabile a un genere teatrale (come l'opera), la seconda è più affine all'orchestra di musica classica che esegue opere di diversi autori (Beethoven, Mozart, Chopin...)

E quindi? dopo il rock cosa c'è? Dopo il rock c'è la musica elettronica. Non da oggi naturalmente, già da qualche decennio. Ma se oggi è ancora un genere di nicchia (non è così che è nato il rock'n'roll?) in un futuro non troppo lontano potrebbe diventare un fenomeno di massa, l'unica musica prodotta e consumata dai giovani. Ma non sono la persona giusta per sviluppare questo tema che per altro non è il tema di questo post.

Una cosa però la posso dire: se Jim Morrison aveva dato troppo presto il rock per morto, in un'intervista del 1969 fece delle dichiarazioni assolutamente profetiche sul futuro della musica in relazione all'elettronica:

«Potrebbe avere moltissimo a che fare con l'elettronica... mmm... i nastri... Riesco quasi a vederla: potrebbe essere una persona sola con un mucchio di macchine, nastri e attrezzature elettroniche, che canta o parla e usa queste macchine.»

Praticamente oggi.

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